di Dante Schiavon.

Dopo la “pianura veneta” tocca alla “montagna veneta”. Il pensiero antropico “mobile”, improvvisato, cinico e cieco si sposta alle “terre alte”. Dopo aver compromesso parametri ecologici, climatici e sanitari relativi al consumo climalterante del suolo, all’inquinamento decennale dell’aria in sei comuni su sette, ora la Regione Veneto punta i soldi dei contribuenti veneti su un cavallo perdente: la trasformazione della montagna in un parco giochi di massa. Lo fa perché non conosce la geografia dei territori che amministra e perché non la conoscono nemmeno quei cittadini-elettori-sciatori che sognano interminabili e chilometriche sciate, dall’alba al tramonto, su neve finta. Il devastante “mantra infrastrutturale” padano e pedemontano viene replicato in montagna, in modo cinico e spregiudicato, usando strategicamente e mediaticamente l’alibi della “mobilità sostenibile”. Per collegare con impianti a fune Cortina al Civetta e ad Arabba quanti ettari di bosco e prati devono essere sacrificati? Quanti metri cubi di roccia sono da rimuovere e quanti chilometri di trincee sono necessari per stendere cavidotti, tubazioni? Quanto acciaio e quante migliaia di metri cubi di cemento sono necessari per i piloni e le stazioni di arrivo e di partenza e tutte le opere complementari di accesso e manutenzione? Quelle superfici così modificate artificialmente come possono sopportare il conseguente ruscellamento delle acque meteoriche e nuovi e latenti fenomeni franosi? Gli impiantisti hanno il loro interesse, anche perché se la neve non c’è, oppure costa troppo produrre quella finta, interviene la regione, ossia i contribuenti. Nel 2014 si leggeva sul Corriere delle Alpi di 24 milioni di contributi assegnati dalla Giunta regionale ai numerosi impianti di risalita in difficoltà economiche e a rischio fallimento. Ma chi ha delle responsabilità politiche ha l’obbligo morale di conoscere la geografia e la stessa storia geologica del territorio, promuovendo e supportando modalità occupazionali che non distruggano per sempre la materia prima della montagna: la natura. Le strade da non per percorrere ce le indicano i numerosi traumi geologici del recente passato, tra frane, valanghe, smottamenti e il Rapporto Ispra 2021 che vede il Veneto al terzo posto come consumo di suolo in percentuale nel periodo 2019-2020 in aree a “pericolosità da frana” “elevata” e “molto elevata”. È singolare come la Regione Veneto, invece di stanziare annualmente 100 milioni di euro a un “fondo ammortamento calamità innaturali” visto il suo copioso contributo al dissesto franoso e idrogeologico del proprio territorio, decida di destinarli, in piena crisi climatica, a nuovi impattanti impianti per lo sci. L’alibi propagandistico della “mobilità sostenibile” non ha alcun “fondamento ecologico” se accompagnato dall’artificializzazione e frammentazione degli habitat di piante e animali, di boschi, dei versanti alpini a prato o rocciosi. È un “ossimoro” invocare la mobilità sostenibile compromettendo servizi ecosistemici vitali come la regimazione delle acque, la compattazione dei suoli, il ciclo del carbonio, la tutela degli habitat, altrettanto indispensabili per la “transizione ecologica” di un territorio e di una regione e che soli possono dare un futuro all’attrattività della montagna e al suo popolamento. È un “ossimoro” invocare la “mobilità sostenibile” affiancando “simbioticamente” agli ampliamenti dei comprensori sciistici e relativi impianti a fune nuovi “bacini idrici per l’innevamento artificiale” con ingenti costi “ecologici” ed “energetici” per realizzarlo, intercettando e privatizzando una risorsa “bene comune” come l’acqua. L’alibi propagandistico della mobilità sostenibile, inoltre, non ha alcun “fondamento urbanistico”. Per una mobilità sostenibile in montagna basterebbe permettere l’accesso ai passi dolomitici e alle località più frequentate di alta quota solo a navette e queste ultime in modo gratuito per gli ospiti delle strutture ricettive dei paesi a valle. Le strade ci sono già, basta disciplinare e contenere l’uso dell’auto privata. Va fermata la cementificazione infrastrutturale: è un crimine ambientale in senso “geologico” e in senso “paesaggistico”, anche perché preclude per sempre altre forme di economia turistica. In vista delle Olimpiadi Invernali del 2026, anziché pensare a infrastrutture stradali per risolvere le criticità del traffico automobilistico nella Valle del Boite, va progettato e finanziato il ripristino della ferrovia Calalzo-Cortina. Il progetto della “ferrovia delle Dolomiti” va realizzato in vista delle Olimpiadi “in alternativa” al progettato “piano infrastrutturale stradale”. Con il ripristino del “Treno delle Dolomiti” si raggiungerebbero obiettivi di natura ambientale, economica, paesaggistica e turistica, mentre, se venisse realizzata “post infrastrutture stradali” e non al loro posto, la linea ferroviaria sarebbe costretta a viaggiare in galleria per più della metà del suo tragitto lungo la Valle del Boite. Il sedime della ex-ferrovia va utilizzato per il ripristino del Treno delle Dolomiti perché ipotizzare un tracciato in galleria, a cui si sarebbe costretti mantenendo l’attuale pianificazione viaria di tipo stradale, significa annullare la “valenza turistico-paesaggistica” della ferrovia. È demenziale, poi, in qualsiasi scenario ci si proietti sul futuro della ferrovia, cedere alla speculazione immobiliare dell’area dell’ex-stazione di Cortina, pregiudicando così un suo riutilizzo che eviterebbe nuovo consumo di suolo. Con la ferrovia i paesi della Valle del Boite non sarebbero più considerati degli ostacoli da superare per raggiungere Cortina, ma costituirebbero delle tappe o delle mete per sostare o per soggiornare e nello stesso tempo muoversi in modo sostenibile in tutto il Cadore. Le località sarebbero connesse a un sistema di trasporto pubblico integrato intermodale i cui nodi sarebbero costituiti dalle fermate della ferrovia delle Dolomiti. Per queste ragioni va costruita la ferrovia, ma in “alternativa” alle infrastrutture stradali. Il rilancio e il ripopolamento della montagna passa attraverso una visione nuova dell’economia di montagna che si affranchi da una visione stereotipata e consumistica di un bene naturalistico e paesaggistico come la montagna. La montagna veneta non è solo Cortina. La montagna veneta è fatta di decine di paesi e borghi dimenticati, in costante spopolamento, marginali, che costituiscono un po’ le zone interne del ricco nord-est. Quei paesi e borghi di montagna hanno un loro fascino, una loro valenza identitaria, una potenzialità turistica ed economica da incentivare e supportare con quei 100 milioni che invece si vogliono dirottare nel business in perdita “economica” e “climatica” dello sci. Bisogna fermare lo scempio diffuso, non incrementarlo con la scusa ridicola della “mobilità sostenibile” e lasciare in pace il tessuto morfologico della montagna per i prossimi decenni affinché la natura ricucisca le ferite da cambiamenti climatici, da ruspa, da cemento e acciaio.

I soldi vanno spesi per ridare attrattività naturalistica ai boschi e ai prati di montagna, per avvicinare alla natura l’uomo urbanizzato, per il ripristino ecologico degli habitat di piante, animali, insetti, per ritrovare bellezza in cui immergersi.

I soldi dei contribuenti veneti vanno spesi per incentivare un “turismo montano” che si protragga per tutto l’anno, per assaporare: il “risveglio” della primavera, la “luce” dell’estate, i “colori” dell’autunno, il “silenzio magico” dell’inverno (quest’ultimo senza la neve finta, energivora, climalterante e predatrice della risorsa acqua). I soldi dei contribuenti veneti vanno spesi per incentivare un turismo “sanitario”, “salutistico”, “climatico” (per l’esodo delle persone fragili esposte alle ondate di calore nelle città cementificate, inquinate, deforestate). I soldi dei contribuenti veneti vanno spesi per incentivare un’economia basata “sull’agricoltura di montagna” attraverso la coltivazione, trasformazione e distribuzione, a cura della gente del posto, dei prodotti locali. I soldi dei contribuenti veneti vanno spesi per incentivare attività di “selvicoltura”, non a “ceduo” ma a “fustaia” e in cui il legno non viene utilizzato come biomassa per produrre energia elettrica, ma combinato con attività artigianali, artistiche e abitative e di manutenzione dei vecchi edifici.

I soldi dei contribuenti vanno spesi per la “manutenzione”, “restauro”, “ristrutturazione” dei paesi e dei borghi montani che vivono una fase di spopolamento, favorendo la residenzialità attraverso servizi sociali, sanitari e culturali e forme di “lavoro a distanza” distribuito tra i paesi delle vallate alpine.

La montagna e le Dolomiti sono un Patrimonio dell’Umanità, tutti ne sono responsabili, fruitori, custodi, non c’è spazio per appropriazioni che ne compromettano il lascito a chi verrà dopo di noi.

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