25 Aprile 2025, la resistenza che è dentro di noi
Mi è capitato di condividere con alcuni amici e conoscenti l’articolo di Francesco Pallante pubblicato su Volere la Luna – Non è “centro destra” è destra estrema, del 22-04-2025 – in cui l’autore ci mette in guardia dal pericolo derivante dalla involuzione democratica e dalla deriva autoritaria in atto.
Non entro nel merito del contenuto che, a scanso di equivoci condivido in toto, ma delle reazioni che sono emerse e che mi hanno fatto riflettere sulle percezioni che le persone traggono da una suggestione forte come quella che ci propone l’articolo.

Confesso, l’ho condiviso su Whats App, ho giocato d’anticipo sugli improbabili auguri per la festa del 25 aprile, cuoricini, bandierine e varie. Volevo alimentare un confronto che, a partire da una affermazione forte, andasse a stimolare, sobriamente, riflessioni, osservazioni, punti di vista, pernacchie o altro ancora.
A parte un interessante riflessione del mio amico Adriano sulla necessità di intraprendere la strada indicata dal Cristo di cui Papa Francesco è stato fedele testimone, la mia provocazione non ha sortito l’effetto sperato.
Bene, anzi male. Lo so, non è lo strumento giusto, vero! Non è il contesto giusto, verissimo!
Non è il momento giusto, “bisogna lasciarli lavorare mica hanno finito il loro mandato; quando sarà finito allora potremmo giudicare”. Forse, se nel frattempo non avranno deciso che tutta questa democrazia rimasta è un po’ troppo per un paese che non va neppure più a votare.
Illuso, mi sono illuso di poter parlare anche attraverso uno strumento inadeguato, in un contesto inappropriato, ma mi sono reso conto che a forza di luoghi inadeguati e contesti inappropriati non parliamo più. Questo è il più grave pericolo che corriamo ed è all’origine dell’involuzione democratica e della deriva autoritaria che è effettivamente in atto proprio a partire dalla rinuncia che ciascuno di noi fa quando sollecitato non risponde.
Non si risponde perché non si ha un pensiero? Oppure perché pur avendolo non è opportuno esprimerlo? O ancora per non disturbare il quieto vivere? Non lo so.
In ogni caso mi preoccupa il fatto che il discutere oggi come un tempo o forse più di un tempo, di temi essenziali alla nostra vita democratica, alla possibilità di partecipazione alle decisioni che condizioneranno il nostro futuro, al destino del creato, sia considerato un atto – negativo – che identifica una appartenenza partitica anziché un’occasione di confronto politico democratico.
In effetti il punto cruciale è il sentirsi parte di qualche cosa.
La rinuncia alla partecipazione politica e sociale – con qualche ragione – la si può imputare ad altri, la si può giustificare con l’assenza dei partiti, con i luoghi comuni che circondano la politica e i politici, con la mancanza di luoghi di confronto, con l’invasione delle cavallette – per non scordare mai il grande John Belushi – ma in ultima analisi chi rinuncia a partecipare siamo tutti noi quando decidiamo che il nostro pensiero non conta, quando disertiamo le urne, quando di fronte al meteorite che punta dritto su di noi ci sentiamo dire e ci diciamo Don’t Look Up.






