Ai caduti di Novara

Siamo state a Novara e abbiamo assistito personalmente alle operazioni di contenimento degli ibis al parco dell’Allea. Possiamo quindi basarci su quanto visto con i nostri occhi seppur fotografie, video e racconti delle attiviste sul posto siano moltissimi e saranno materiale per perseguire eventuali profili di illegittimità che riteniamo meritino approfondimento.
Al di là delle ragioni normative, scientifiche o amministrative che possono aver portato a queste decisioni, il punto che merita riflessione è la modalità concreta con cui gli interventi sono stati eseguiti. Abbiamo visto esemplari non ancora in grado di volare, addirittura le uova in futura schiusa, lasciati cadere dai nidi sugli alberi. Sono state ripetute scene che ci hanno lasciato un profondo senso di disagio e di imbarazzo.
Siamo consapevoli che l’ibis sacro sia considerato, secondo antropocentrici parametri, una specie invasiva e che esistano piani di gestione approvati dalle autorità competenti. È evidente però che manchi la dignità di voler interrogarsi non soltanto sugli obiettivi che si perseguono ma anche sui mezzi che una amministrazione sceglie di utilizzare per raggiungerli.
Ciò che continuiamo a chiederci, però, è un’altra cosa: quanto vale la vita di questi animali? Vale davvero così poco da poter essere annichilita senza che la nostra coscienza collettiva ne venga minimamente toccata? Non è una domanda tecnica né amministrativa. È una domanda etica e di valore della vita.

Entriamo nel merito delle motivazioni, il tema della perdita di biodiversità viene evocato con grande forza quando si parla di specie alloctone, mentre viene completamente dimenticato quando si affrontano attività umane che hanno impatti enormemente maggiori sugli ecosistemi. Le principali valutazioni scientifiche internazionali indicano nell’intensificazione agricola, nella zootecnia, nel consumo di suolo e nelle attività produttive le cause più rilevanti della perdita di biodiversità. Le specie cosiddette invasive rappresentano quindi, forse, un problema, ma non l’unico e sicuramente non il principale.
Nella pianura novarese, allevamenti, agricoltura intensiva e consumo del territorio influiscono su superfici immense e da decenni mentre gli ibis, per quanto possano essere numerosi, rappresentano una presenza circoscritta e relativamente recente. Per questo si fa davvero fatica a non percepire una sproporzione tra l’attenzione e la durezza dedicate a questi animali e quella riservata ad altre pressioni ambientali ben più pervasive. Siamo di nuovo di fronte all’utilizzo del panico morale, una artificiale narrazione emergenziale, per gestire in modo spiccio e crudele una questione bioetica.

Quello che è accaduto è fonte di profondo turbamento, nonché seme di numerose crepe nel sistema di fiducia tra i cittadini e il sistema, una comunità dovrebbe essere capace di discutere non soltanto di ciò che è legale o consentito fare, ma anche di ciò che ritiene giusto fare e se la tutela della biodiversità è davvero il nostro obiettivo, allora forse dovremmo avere il coraggio di guardare con la stessa attenzione e con la stessa severità tutte le cause che la minacciano, non soltanto quelle che hanno le ali e sono visibili sugli alberi dei nostri parchi.

La foto seguente ritrae un cadavere di Ibis durante la notte, probabilmente caduto dall’albero e poi ignorato, in viale “Caduti di Nassiriya”, da oggi per noi in nome del viale sarà dedicato anche ai “Caduti di Novara”.

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