di Fabrizio Cortesi.

«La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali»: è una profonda affermazione che ci dovrebbe tutti far riflettere, non a caso attribuita a Gandhi.

Premessa: in una società sana, in equilibrio e armonia con la Natura, non ci sarebbe bisogno di nessun referendum abrogativo per abomini come la caccia, la vivisezione, l’allevamento (e la pesca) intensivo, gli zoo, i circhi, i delfinari, e simili degenerazioni del nostro rapporto con il resto degli esseri viventi.

Già popoli antichi come gli Egizi, i Persiani, i Greci, gli Indiani, anche quelli nativi d’America, e le religioni millenarie dell’umanità, soprattutto a Est, come l’induismo e il Buddismo, facevano del biocentrismo uno dei loro cardini e dogmi inviolabili, al punto da divinizzare e rispettare come esseri dotati di anima e di saggezza, dalla quale trarre insegnamento, tutti gli animali e le creature terrestri. Un’antica saggezza perduta.

Se la società occidentale moderna, che con il Positivismo razionalista e la rivoluzione industriale ha sempre più posto se stessa al centro del mondo, se ha definitivamente rotto il suo rapporto con la Natura, anzi anteponendosi a una Natura da conquistare, soggiogare, sfruttare e dominare,  considerando tutto il resto da sé come qualcosa di accessorio e al suo arbitrario servizio, significa che l’idea  del pensiero progressista – che è antropocentrico per definizione – cui quelle filosofie hanno  portato, era sbagliata in generale e iniqua verso tutte le altre creature, le quali invece, secondo quella visione di “progresso” (ma solo per noi e a discapito degli altri) dovevano restare al palo, se non addirittura scomparire per far posto al nostro dilagare: la conseguenza paradossale di questo progressismo è stata, invece di un progresso reale, proprio la  regressione dal rapporto originario di equilibrio e armonia con la Natura, che insieme alla sostituzione del dio originario “Natura” con altre forme opportunistiche di divinità moderne e  illusorie come il denaro, il profitto, il capitalismo, lo stesso “progresso” senza sosta e lo “sviluppo sostenibile” (ma infinito, in realtà impossibile e per nulla sostenibile in un mondo finito) è stato la causa primaria della sesta estinzione di massa che abbiamo già causato a migliaia di specie animali, e a cui stiamo andando incontro noi stessi, nonché della catastrofe ambientale e climatica che ci ha già travolti tutti.

È questo il contesto in cui si è resa necessaria l’importante iniziativa di proposta di un referendum per l’abolizione della caccia.  

Fino a Ottobre, infatti, e grazie a due distinte iniziative partite dalla società civile, sta avendo luogo presso i Municipi dei paesi e delle città italiane, e nei banchetti in strade piazze, la raccolta firme per il referendum abrogativo della legge sulla caccia, che mira a vietare su tutto il territorio italiano il massacro annuale di decine di milioni di esseri senzienti e incolpevoli, oltre che evitare decine di vittime umane che essa causa:  pur mantenendo intatto l’impianto normativo della legge 157/92, che tutela la fauna selvatica, definita “bene indisponibile dello Stato”, cioè di tutti i cittadini, la proposta referendaria (in realtà due dei tre quesiti in corsa, da firmare tutti), mira ad abrogare selettivamente le sole deroghe contenute in tale legge, che sono usate da una ristretta comunità di circa 600 mila cacciatori come grimaldello per esercitare il loro “sport, svago e hobby” sul territorio italiano, o almeno (un terzo quesito proposto) a vietare ai cacciatori l’accesso ai fondi privati, con l’abrogazione dell’articolo 842 c.c.

La proposta referendaria vuole ricondurre inoltre l’uccisione di animali al rango di reato penale secondo l’art. 544 bis c.p.

Se la raccolta raggiungerà la soglia di 500 mila firme autenticate, come richiede la legge italiana, nel 2022 gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su questo annoso e importante tema, il che porrebbe il nostro paese, nel caso di esito positivo, all’avanguardia in Europa nel tentativo di porre fine ad una pratica davvero anacronistica, violenta, ingiustificabile anche e soprattutto dal punto di vista etico, oltre che estremamente dannosa ambientalmente.

Già qui subito spicca e stride la contraddizione e il corto circuito di uno Stato che, previo pagamento di una licenza, autorizza una risicata minoranza di cittadini, in deroga ad una legge che dichiara di proteggere e tutelare tutti gli animali, di uccidere quegli stessi animali che rappresentano proprio l’immenso valore di biodiversità (proprio quella che lo Stato dovrebbe tutelare in Costituzione) che appartiene a tutti, e che la maggior parte della popolazione invece riconosce come enorme valore inviolabile, dato che anche da sondaggi, pare che oltre il 70-80% della popolazione si dichiara contrario alla caccia: anche a rigor di logica, dovrebbe prevalere il diritto di chi vuole vedere vivere i suoi amici animali, rispetto a chi, tra l’altro senza motivo, per sport e a tradimento, ne decreta irreversibilmente la morte.

La caccia, pratica davvero anacronistica, è inoltre responsabile di uno sperpero annuale di decine di milioni di euro di denaro pubblico per il ripopolamento degli animali selvatici, oltre al fenomeno dei finanziamenti milionari che ha dietro alle varie associazioni e circoli, ma già solo, un dato su tutti sarebbe più che sufficiente a sollevare il dibattito pubblico e politico, per portare poi senza esitazione alla cancellazione per legge di questa pratica: le decine di vittime umane che miete ogni anno, tra morti e feriti, come in un campo di guerra.

Oltre a questo, la caccia implica i seguenti incontestabili gravissimi impatti:

  • Tonnellate di piombo, plastica e altri inquinanti contaminano pesantemente l’ecosistema;
  • La fauna viene sterminata e in buona parte cancellata ogni anno, ma è la sola pratica dei costosi ripopolamenti (a spese dello Stato) che fa il gioco dei  cacciatori nel dire che a inizio stagione gli animali sono “troppi” e che quindi il loro ruolo è quello di salvifici riequilibratori: in realtà sono proprio loro a squilibrare completamente la fauna selvatica, facendola scappare verso le strade e le città, dove restano vittime dell’antropizzazione;
  • I cacciatori non amano la natura né gli animali: chi li ama non li uccide, non li maltratta, non li sevizia, non li abbandona a fine stagione venatoria.
  • La caccia di selezione non ha ragion d’essere, tanto meno se, in assenza di caccia e di ripopolamenti artificiali dei cacciatori, la fauna fosse riequilibrata con il giusto rapporto di prede e predatori naturali, come l’orso, il lupo, gli uccelli rapaci; L’ambiente è anche degli animali, non esiste il concetto di “troppi”, se non forse per la nostra specie.
  • I cacciatori non amano la natura: chi la ama non toglie vite ai suoi abitanti, cacciandoli nella loro stessa tana e casa, né deturpa o inquina l’ambiente;
  • I cacciatori sostengono di portare avanti una tradizione secolare: ma che tradizione è quella di sparare con armi sofisticate a innocenti, ignare e indifese creature, per di più stando appostati nascosti, per colpire la prima cosa animata che si muove dietro a un cespuglio?
  • I cacciatori sono dispensati per legge anche dal reato penale di uccisione, e se la cavano con semplici ammende sia in caso di uccisione di animali (anche se fossero specie proibite), sia di persone: inaccettabile.
  • La caccia è l’unico sport che prevede la soppressione di vite, sia animali, sia umane (incidentalmente, senza neanche processo penale)

Già lo stesso Ministero dell’Ambiente (o quello che è diventato recentemente), se davvero perseguisse il suo scopo originario sulla carta, che adesso pare invece essere un altro, avrebbe dovuto comunque da tempo mettere in discussione la pratica della caccia, evidenziandone danni, pericoli e contraddizioni, per non parlare poi della incomprensibile ritirata, mancata presa di posizione se non addirittura boicottaggio all’iniziativa referendaria, della maggior parte delle grandi associazioni animaliste, per riempire il cui vuoto di azione si sono dovuti  mobilitare con buona volontà dei cittadini comuni, presentando un referendum che avrebbero dovuto proporre le stesse associazioni.

Il tutto in un contesto politico dove addirittura neanche partiti pseudo ambientalisti esprimono chiaramente una posizione su questa iniziativa, cosa che lascia oggettivamente allibiti.

Di fronte a tutte queste considerazioni si resta perciò basiti nel vedere ad oggi tutto sommato scarsa affluenza a firmare per questo referendum, quando quello sul tema ben più di nicchia dell’Eutanasia, tema  estremamente divisivo, delicato, con tutto il mondo cattolico contrario, di difficile presa di posizione netta se non al rischio altissimo di sbagliare, ma evidentemente molto più sponsorizzato da certo mondo politico di area radicale, e sorretto economicamente da vari fronti, è riuscito a raggiungere già oltre 700 mila firme in soli 2 mesi.

Speriamo davvero ora nella firma digitale, se sarà implementata come per l’Eutanasia, anche per il referendum contro la caccia, essendoci tempo altri due mesi alla conclusione.

La caccia è dunque una pratica da abolire senza esitazioni, e la speranza è che le persone che non sono ancora andate a firmare lo facciano al più presto, nella consapevolezza che è un tema di importanza enorme, anche proprio per ristabilire un rapporto un po’ migliore della nostra società con la natura, e per aiutare la biodiversità a rigenerarsi e ribilanciarsi in modo naturale, il territorio a rinaturalizzarsi senza intervento umano.

Nessuna presunta convenienza economica, sociale, industriale, politica, nessuna motivazione storica saranno mai sufficienti a giustificare qualsiasi atto di violenza, né tanto meno a renderlo lecito con apposite leggi statali.

“Basta guardare negli occhi qualsiasi animale, osservarlo con i figli e vegliarlo quando soffre per sentire un identico destino tra noi e loro” (cit. A. Di Consoli).

Nell’attesa che fra qualche generazione la nostra società e sensibilità ambientale evolva, auspicandomi un mondo dove uccidere un animale non sarà più considerato un fatto normale, bensì un reato gravissimo, di cui vergognarsi, e contando che vi sarà consapevolezza che mangiare carne significa nutrirsi di ingiustizia, dolore e sofferenza, per intanto non ci resta che abbattere, pezzo per pezzo, le leggi che consentono ancora di derogare dai principi di rispetto per tutti i nostri amici animali, partendo per ora dalla caccia.

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