Alimentazione sostenibile ed esperienze di gruppo

di Filippo Schillaci

Il punto di partenza fu una ricerca sull’alimentazione sostenibile (pubblicata poi nel volume “Un pianeta a tavola. Decrescita e transizione agroalimentare” nel 2013) durante la quale ci concentrammo soprattutto sugli effetti che le scelte individuali hanno nel determinare la situazione globale. Risultò – e la cosa non mi stupì affatto – che tali scelte hanno una rilevanza estremamente alta. Varie esperienze precedenti mi avevano posto di fronte a un problema: la scarsa disponibilità di ciascuno nel cambiare le proprie abitudini alimentari, un atteggiamento che non sembra fondato su basi razionali e che le stesse persone, interrogate in merito, non riescono a giustificare in maniera fondata. Era chiaro che le analisi di impatto ambientale non bastavano a dire tutto sul problema; da esse venivano concrete indicazioni su cosa fare, ma non su come farlo. Fu a quel punto che mi rivolsi allo studio della psicologia sociale e fu uno psicologo a divenire il mio principale collaboratore in quell’ultima fase del lavoro. In sintesi il problema è che le abitudini alimentari sono fra quei comportamenti che definiscono l’appartenenza di un individuo a un certo gruppo sociale, entrano in altre parole a far parte dell’identità di gruppo. Aggiungiamo che l’istinto sociale è il più forte fra gli istinti primari dell’uomo e che tutto ciò appartiene al dominio dell’attività inconscia della psiche umana. Ecco dunque che i semplici argomenti razionali, appartenendo alla sfera del cosciente, delle capacità di analisi critica, non possono incidere su spinte radicate a livelli ben più profondi. Occorreva dunque affrontare il problema secondo tutt’altro approccio. Ricorremmo a una esperienza realizzata nel 1943 da Kurt Lewin, il quale pose due gruppi in due situazioni nettamente diverse: il primo fu posto ad ascoltare un conferenziere il quale sollecitava un cambiamento sulla base di argomenti razionali, il secondo venne invece sollecitato a discutere l’argomento al proprio interno, sotto la guida di un esperto in dinamiche di gruppo. Il secondo metodo risultò molto più efficace del primo. In generale i criteri da seguire sono: la spinta al cambiamento deve essere posta a livello di gruppo, non individuale. Inoltre il gruppo deve percepire il cambiamento come proveniente dal proprio interno.

Fummo in grado di lavorare in questa direzione nel 2019 in Svizzera. L’esperienza, condotta dallo psicologo Luca Menti, si concentrò sul discorso cibi vegetali – cibi animali, per due motivi: dalle analisi di impatto ambientale risulta che questo è il principale parametro su cui intervenire (la zootecnia essendo, in tutte le sue forme, il più impattante dei settori agroalimentari), allo stesso tempo in precedenza avevo avuto modo di notare che esso è anche quello che genera le più forti reazioni emotive, il che lascia pensare che sia l’aspetto più radicato in termini di dogmi identitari di gruppo legati all’alimentazione e dunque il più interessante da analizzare.

Le persone partecipanti, circa 40, furono divise in due gruppi ognuno dei quali doveva sostenere, indipendentemente dalle convinzioni personali di ciascuno, una delle due posizioni contrapposte: cibi vegetali e animali rispettivamente. Essi dovevano inizialmente discutere l’argomento al proprio interno e poi con il gruppo “avversario” realizzando così, in quella che era una sorta di recita teatrale, una rappresentazione della situazione reale, che ciascuno aveva dunque modo di vivere dall’interno.

Successivamente entrambi i gruppi venivano posti di fronte ai dati oggettivi derivanti dalle analisi di impatto ambientale, riproponendo momentaneamente una situazione tipo conferenza. Infine si ritornava al contesto di gruppo, questa volta a gruppi riuniti, e si confrontavano con la realtà oggettiva le posizioni espresse durante la discussione fittizia.

Prima dell’inizio a tutti i partecipanti veniva chiesto di compilare un questionario in cui descrivevano le loro abitudini alimentari. Un mese dopo a tutti loro fu inviato lo stesso questionario per verificare il sussistere di mutamenti.

Quali furono i risultati? Nell’immediato l’esperienza fu estremamente positiva: tutti i partecipanti ne furono entusiasti e si dichiararono disposti a ripeterla. Quando però, dopo un mese, ricevettero il secondo questionario pochissimi risposero, segno che gli effetti positivi dell’esperienza erano stati effimeri.

Quest’ultima cosa era in gran parte prevedibile. L’esperienza di Lewin fu fatta durante la seconda guerra mondiale ed era collegata all’economia di guerra: indurre la gente a scelte alimentari più parche in un periodo in cui ingenti risorse economiche dovevano essere orientate verso l’attività bellica. I partecipanti dunque, dopo l’esperienza di gruppo, tornavano a una vita quotidiana in cui, tramite la propaganda di guerra, continuavano a ricevere sollecitazioni in sintonia con quelle ricevute durante l’esperienza. Il “senso del noi” creato al suo interno si proiettava nel più ampio senso del noi costituito dal “sentimento nazionale” sollecitato dai mass media. Nel nostro caso questo elemento era assente: tornati alla loro vita quotidiana i partecipanti si trovavano immersi nuovamente nel senso del noi dell’abituale società dei consumi e dunque circondati da quotidiane sollecitazioni verso un’alimentazione convenzionale.

Proprio a causa di questo limite nel capitolo finale di Un pianeta a tavola io proponevo la realizzazione di simili esperienze come parte integrante di iniziative di più ampio respiro che introducessero l’elemento della continuità, che fossero cioè in grado di pervadere la vita quotidiana dei partecipanti. Uno dei possibili punti di partenza che proponevo è la realizzazione di un consorzio di produttori locali aventi oggettive caratteristiche di sostenibilità, che realizzino una filiera corta coinvolgente le comunità locali. Un esempio concreto in cui mi imbattei in quei mesi fu il gruppo Aequos di Saronno, che ha realizzato una filiera corta del cibo vegetale fresco biologico specificamente rivolta ai GAS. Aequos raccoglie prodotti freschi da un insieme di produttori biologici secondo i criteri della distribuzione di prossimità (che è cosa diversa dal “cibo a Km zero”) e riunisce periodicamente presso la propria sede i membri dei GAS per la distribuzione. Trattandosi di cibo fresco tali incontri sono molto frequenti (settimanali) e hanno inoltre caratteristiche marcatamente conviviali. Iniziative come quella di Aequos costituiscono il substrato possibile su cui innestare esperienze di gruppo come quella realizzata in Svizzera dando a esse il necessario requisito della continuità nel tempo.

Il, sia pur effimero, successo ottenuto dall’esperienza svizzera ebbe un seguito, o meglio stava per averlo. Due incontri simili erano previsti nell’aprile del 2020. Poi arrivò l’epidemia di COVID-19 ed essi divennero impossibili, trattandosi di attività di gruppo in cui la vicinanza fisica è fondamentale. La dissennata politica di gestione dell’emergenza sanitaria tenuta in questi anni fa sì che essi lo siano ancora. Non c’è però alcun dubbio che questa sia la strada da percorrere, e non solo nel campo della sostenibilità alimentare: indurre un qualsiasi mutamento sociale significa indurre un mutamento nell’identità di gruppo in cui la società si riconosce. L’approccio psicosociale è pertanto l’unico che può sperare di ottenere effetti apprezzabili.

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