Appennino Toscana Italia che fare 

di Paolo Chiappe 

Alla fine del 2019, come già sanno credo gli amici di SEQUS, è stato reso noto il progetto privato per la costruzione di un impianto eolico da 29,4 MW in area forestale incontaminata in prossimità del Parco delle Foreste Casentinesi, sul crinale di Villore, Mugello, con sette torri da 165 metri circa, rotore compreso, più il relativo impianto stradale per l’accesso permanente di mezzi eccezionali ad aree scoscese e franose. Un progetto-pilota, in realtà, per tutto l’Appennino tosco-romagnolo e oltre. L’ambito infatti rappresenta uno spaccato tipico della catena appenninica e dei suoi contrafforti e la conca intermontana del Mugello ha la particolarità di essere posizionata molto vicino allo spartiacque Tirreno/Adriatico, con la conseguenza di speciali valori paesaggistici ed ecologici dei crinali.

E infatti l’iniziativa di questo impianto si scontra con i principi di tutela del Piano Paesaggistico toscano e delle norme derivate e di conseguenza ha incontrato una opposizione forte ma, nonostante ciò, essendo sponsorizzata fin dall’inizio dal PD di governo, compresi i sindaci dei due principali comuni interessati, ha superato le  fasi di vaglio cosiddetto tecnico (tranne per ora l’autorizzazione sismica degli aerogeneratori) e diversi ricorsi amministrativi, dopo i quali pende ancora solo un doppio estremo appello al Consiglio di Stato. La sentenza finale potrebbe arrivare a pale già installate, a meno di intoppi fisici o legali, non da escludere peraltro in un’opera che impatta su un contesto delicato. In ogni caso la resistenza e la protesta portate fino in fondo testardamente anche in sede legale hanno un valore non puramente postumo: valgono per il futuro di tutte le aree simili.

Le energie rinnovabili possono essere più utili che dannose solo se ben dosate, e se sono progettate nel quadro di una generale riduzione dei consumi e di una diversa organizzazione sociale, basata sull’efficienza ma anche la cooperazione, l’uso di basse tecnologie, rifornimenti a km zero  e tante altre cose: qui invece ci propongono l’illusione di lasciare il resto com’è e di sacrificare la natura residua per una transizione  tecnologica e  affidata al capitale privato, un’operazione di cui fra l’altro il  bilancio energetico globale e la fattibilità economica e in particolare mineraria sono tutt’altro che chiari.

Su questo sito è già stato raccontato da Dante Schiavon come i servizi televisivi hanno maliziosamente fatto passare i difensori dei crinali mugellani per anime belle patetiche. Risultato ottenuto, aggiungo io, mediante tecniche manipolative tipiche dell’infocrazia di regime, quali l’uso del sarcasmo in studio senza possibilità di replica da parte di chi veniva intervistato e la convocazione di esperti pregiudizialmente convinti di trovarsi di fronte a un caso di scontro tra interessi particolari, locali, e interessi generali, planetari.

Alle spalle di quei servizi giornalistici c’è infatti la percezione riduttiva della crisi ecologica solo come crisi climatica, riduzione perseguita con metodo. Da anni veri e propri copioni di docufiction pilotata percorrono internet e la pubblicità, uno fra tutti, il bambino che corre felice con una girandola colorata in mano. E poi altri schemi più articolati, come quello ormai classico del monologo del bravo progettista eolico frustrato dalla burocrazia, il servizio sul villaggio ecologico esemplare ecc… Questi copioni hanno avuto impulso e diffusione  soprattutto dalla Germania, primo grande Paese in cui questa versione della transizione energetica salvifica è arrivata a farsi dottrina ufficiale di governo, con sfumature di  fanatismo,  unite poi a una produzione normativa in stile rullo compressore burocratico,  generalizzato al resto dell’UE tramite la tecnocrazia di Bruxelles che sta favorendo dappertutto la formazione di una borghesia verde, cioè di un mondo degli affari delle professioni e della finanza cosiddetto ecosostenibile e impegnato nella transizione, qualunque cosa questo possa significare, e che ha il suo oggetto simbolico nell’auto elettrica (incentivata ). La maggioranza “Ursula” dell’UE è infatti omogenea a questa visione, pur con la sua diversa composizione parlamentare rispetto a quella “semaforo” del governo tedesco, e lo è anche nel sostenere la strana coppia transizione energetica-riarmo. Nelle norme europee poi si trovano anche scritte ottime cose, come l’obbligo di trasformare in area protetta almeno il 30 per cento del territorio, ma nessun settore del capitale ci trova convenienza dunque restano lettera morta.

Questo apparato ideologico e di persuasione della narrazione verde europea ha ottenuto un risultato consistente a livello di subconscio, spesso proprio nelle persone istruite e che leggono: la critica, cioè il libero esame delle energie rinnovabili è quasi tabuizzata ed è esposta al sospetto automatico di negazionismo climatico e di asservimento alla lobby del fossile o del nucleare, mentre al logo pervasivo delle pale rotanti si associa pavlovianamente una emozione piacevole.

Il cancelliere SPD Olaf Scholz insiste poi da parte sua spesso sulla interpretazione della transizione energetica UE soprattutto come un buon piano per un rilancio industriale, con creazione di nuove branche produttive, giro di affari e relativi posti di lavoro.

Ancora una visione semplicistica perché, comunque si immagini la fuoriuscita dalle energie fossili (inevitabile, prima o poi), questa fuoriuscita almeno dal punto di vista materiale rappresenta un costo aggiuntivo per la società nel suo complesso e l’inizio di una nuova era di scarsità energetica.

Intanto la dottrina della transizione verde, in questa specifica versione trionfalistica, rassicurante e di mercato, partita dal centro dell’impero europeo, si è stanziata anche nelle nostre periferie mediterranee. Per un paradosso, questo avviene proprio mentre nel centro eurotedesco tale dottrina sembra traballare, e non solo per lo scossone delle rivolte contadine che, pur essendo un bel po’ reazionarie, partono da problemi innegabili, come per esempio il piccolo dettaglio che non esistono trattori elettrici, e fanno fare un bagno di realtà. Al di là delle rivolte-sintomo contadine, ciò che si comincia a intravedere è che la riduzione di emissioni di gas serra avvenuta in Europa dipende principalmente dalla deindustrializzazione e non sta contribuendo a una riduzione globale delle emissioni, che purtroppo non si registra affatto.

Intanto, qui nella periferia centroitaliana, come prevedibile, via via che si intravede il materializzarsi dell’operazione-pilota  Villore, e via via che i governi introducono in nome dell’emergenza ambientale ed energetica sempre nuove semplificazioni dei procedimenti autorizzativi,  la Toscana con zone limitrofe  viene bersagliata da una quantità di altri progetti eolici industriali che mirano, per evidenti motivi geografici e di ventosità, ai crinali incontaminati  o a splendide località  maremmane a volte prossime a centri storici famosi.

Quello che sta succedendo al paesaggio in centro Italia è parallelo e non più grave di quello che sta succedendo in Sardegna, ma con una nota peggiorativa a sfavore della Toscana: le autorità regionali qui sono protagoniste dirette e convinte di questa dottrina energetica che porta a installare da un lato pale eoliche sui crinali e dall’altro il rigassificatore di Piombino per l’inquinantissimo gas liquido di importazione via mare.

I gruppi di resistenza locale però comunicano tra loro e desiderano unire sempre più le forze.

Lo scambio di informazioni tecniche ed esperienze è già di suo prezioso, ma qui ci troviamo di fronte a una questione davvero enorme, che richiede capacità di studio, elaborazione e di azione mediatica e anche però di mantenere un dialogo con il senso comune della popolazione, senza lasciarsi ghettizzare come una minoranza complottista no-qualcosa.

Sulla base dell’esperienza di questi anni di lotta nel Mugello, con i suoi limiti e la sua tenacia, mi sento di esprimere alcune indicazioni o auguri per lo sviluppo di questa rete di resistenza sul territorio:

1. accettare e valorizzare il pluralismo e costruire esperienze felici, un modo attraente per tutti di vivere l’attivismo come tessitura di polis

2. intervenire sulla vita politica ed elettorale delle amministrazioni comunali, che spesso sono decisive nel facilitare o ostacolare la colonizzazione che viene da fuori

3. inseminare con idee giuste i programmi di partiti   più vicini ai movimenti di resistenza e creare dei collegamenti con gli ambienti progressisti delle città capoluogo e delle metropoli impedendo che diventino campo libero per l’egemonia della borghesia verde

4. favorire sempre la presenza e il protagonismo di quelle organizzazioni ambientaliste storiche come Italia Nostra e CAI che hanno il merito di avere mantenuto la loro piena lucidità

5. studiare le questioni di base, cominciando da un esame dei rapporti dell’IPCC, IEA, Terna ecc: in che misura sono affidabili? Farlo con il desiderio reale di apprendere cose nuove e non solo di trovare conferme a quello che già pensiamo

6. seguire anche a livello internazionale le posizioni di economisti, studiosi della complessità o dei mercati energetici, esperti minerari   e divulgatori scientifici onesti e preparati (1). Ma occorre conoscere anche le argomentazioni delle controparti cioè dei sostenitori (quelli seri) e protagonisti della transizione verde eurocapitalista e di progetti come Villore (2).

7. dotarsi di strumenti come blog e newsletter e tenerli vivi

8. cercare collegamenti sia di elaborazione di idee sia operativi con gruppi ambientalisti emergenti e propositivi come SEQUS

9. partecipare al dibattito sul tema strategico che viene denominato “transizione ecologica dal basso” che comincia a svilupparsi tra giovani studiosi militanti e che ha ricevuto impulso e ispirazione anche dal progetto di riconversione operaia della fabbrica occupata GKN (3).

NOTA 1 Come per es. (a mio personale avviso) sono tra gli altri Nate Hagens, Arthur Keller, Giovanni Brussato, Demostenes Floros, Jean-Marc Jancovici, Jean-Baptiste Fressoz, Maurizio Pallante, Paolo Cacciari, e anche Yanis Varoufakis che ha denunciato il grande imbroglio dei mercati energetici privatizzati dove la complessità è al servizio dell’oligarchia- e con un occhio anche ai messaggi più profetici e spettacolari di un Aurélien Barrau.

NOTA 2 Per esempio nel 2023 è uscito un lavoro del gruppo ASPO (scritto fra l’altro con anche il contributo del progettista capo dell’impianto di Villore ing. Marco Giusti) Verso un sistema energetico italiano basato sulle energie rinnovabili   intellettualmente onesto in quanto chiarisce fin dalle premesse di non essere un piano energetico operativo, ma un modello basato su determinate assunzioni. Ebbene, è interessante scoprire che in tale modello, che pure prevede 7-10.000 km lineari di impianti eolici tra onshore e offshore e 1600 kmq di pannelli fotovoltaici, oltre a un a quantità enorme di impianti industriali per sistemi di accumulo basati principalmente sul metano di sintesi, i conti energetici alla fine “tornano” solo a patto di considerare uno stato stazionario dell’economia e una riduzione dei consumi ottenuta con metodi anche drastici.

NOTA 3 Si veda per es. il testo di Emanuele Leonardi e Paola Imperatore L’era della giustizia climatica Orthotes 2023 e si vedano gli appuntamenti annuali del Venice climate camp.

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