Attualità di Francesco d’Assisi, precursore della decrescita felice

di Maurizio Pallante 

Non sono molti gli uomini e le donne che, con le loro scelte di vita e le loro opere, hanno influito in modo determinante nella formazione del mio sistema di valori. Tra loro ha avuto un’importanza decisiva Francesco d’Assisi.

Non tanto in relazione alle mie scelte esistenziali. Troppo estremista, sebbene anche io propenda all’estremismo. E di una coerenza assoluta, mentre io sono incline all’autoindulgenza e al compromesso. È nel sistema dei valori sotteso alle sue scelte di vita che ho trovato una profonda sintonia, perché consente non solo di capire le cause profonde della crisi che sta conducendo la specie umana verso l’autoestinzione, ma anche di individuare l’unica via di salvezza possibile.

Otto secoli prima e da un contesto culturale, sociale e tecnologico totalmente diverso. Nonostante questa straordinaria capacità che, evidentemente, coglie elementi profondi e immutabili dell’animo umano, il sistema dei valori a cui Francesco ispirò la sua vita non riuscì a influire nemmeno sulle scelte esistenziali dei suoi discepoli, tant’è che si allontanò da loro e trascorse in solitudine gli ultimi anni, quelli in cui la sua ricerca spirituale raggiunse l’acme.

A maggior ragione, si potrebbe credere, non riuscirà a orientare  le scelte dei miei contemporanei, che vivono sulla base di valori completamente diversi, dominati dalla ricerca ossessiva del denaro e del possesso di cose, attenti soltanto alle proprie esigenze materiali e, proprio per questo, perennemente insoddisfatti, in competizione tra loro, convinti che la specie umana non faccia parte della natura come le altre specie viventi, perché grazie alla conoscenza scientifica e alla tecnologia è in grado di dominarla, da cui indebitamente deducono che tutte le altre specie viventi siano al loro servizio.

Nell’attuale fase storica, in cui il sistema economico e produttivo fondato su quei valori ha raggiunto una potenza tale da interferire con la totalità della biosfera, hanno cominciato a manifestarsi le conseguenze dei danni devastanti che le ha inferto, e dei danni devastanti che ha inferto alla salute e alla psiche degli esseri umani, riducendoli a ottusi strumenti della crescita economica come produttori e consumatori di merci. È la diffusione del disagio esistenziale che ne deriva, l’angoscia suscitata dalla sensazione di una minaccia incombente sul futuro dell’umanità, la percezione indistinta di una mutilazione causata dall’ablazione della spiritualità operata dal consumismo, a rendere più attuale ora che otto secoli fa il sistema dei valori a cui Francesco ha ispirato la sua vita, quando la società che oggi sta crollando era allo stato nascente e la classe emergente dei ricchi commercianti, a cui apparteneva per nascita, considerava follie i suoi comportamenti.

 L’asse portante del sistema dei valori su cui Francesco ha fondato le sue scelte esistenziali è stato il rifiuto di diventare succube del denaro, di dedicare tutto il tempo e tutte le energie ad accumularne sempre di più, come stava facendo suo padre. Il benessere materiale che il denaro gli consentiva non riusciva a soddisfare il suo bisogno di dare un senso alla vita. Gli permetteva soltanto di procurarsi dei divertimenti nel significato etimologico della parola, di modi banali di passare il tempo per evitare d’impegnarsi a spenderlo in modi più significativi. Oltre a lasciarlo insoddisfatto, i divertimenti delle serate passate con gli amici nelle taverne di Assisi lo distraevano dalla dimensione spirituale, dove sentiva che si manifestavano le sue esigenze più profonde, di relazioni umane fondate sulla comprensione reciproca e sulla solidarietà, di conoscenza disinteressata, di rispetto per tutte le forme di vita. Una dimensione esistenziale da cui il denaro è escluso. Da cui la ricerca del denaro come fine della vita, esclude.

In Europa, proprio negli anni della giovinezza di Francesco era iniziato il processo di trasformazione del denaro da mezzo di scambio delle merci a fine della vita. Una trasformazione che segnava  il passaggio da un’economia che Marx avrebbe sintetizzato con la formula Merce-Denaro-Merce (in cui il lavoro è artigianale, gli artigiani producono merci con un valore d’uso per clienti che ne hanno bisogno, ricevendo in cambio del denaro, con cui possono comprare le merci di cui hanno bisogno per vivere e continuare a produrre merci con un valore d’uso) a un’economia che avrebbe sintetizzato con la formula Denaro-Merce-Denaro (in cui il denaro viene usato per produrre merci con un valore di scambio, fatte per essere vendute al fine di ricavare più denaro di quanto ne è stato investito per produrle).

È nel contesto di questo passaggio del denaro da mezzo di scambio delle merci con un valore d’uso a fine delle attività economiche e produttive, che Francesco pone il rifiuto del denaro a fondamento del suo sistema di valori. Il suo rifiuto del denaro è assoluto. Si estende anche alla funzione di mezzo di scambio delle merci, che ha una sua utilità, ma stava fagocitando ambiti sempre più vasti della vita nelle città che stavano rinascendo, con la conseguenza di arricchire i più ricchi e di emarginare i più poveri. Di questo processo Francesco era stato testimone diretto nella sua giovinezza e aveva suggellato il suo rifiuto di dedicare la vita all’accumulazione di denaro spogliandosi platealmente in pubblico dei suoi ricchi abiti e indossando un ruvido sacco.

La regola che dettò al suo ordine non consentiva ai frati di ricevere denaro nemmeno in dono quando andavano in questua. I frati potevano accettare in dono soltanto beni, che nelle campagne del XIII secolo erano beni autoprodotti per autoconsumo, perché incorporano il tempo di lavoro che è stato necessario a produrli, per cui costituiscono una relazione di solidarietà diretta tra chi li dona e chi li riceve, testimoniando una condivisione di valori. Con questo frutto del mio lavoro ti dono la piccola parte della mia vita che ho impegnato a produrlo, in segno di solidarietà con la scelta di vita che hai fatto.

 Il rifiuto assoluto del denaro per ragioni etiche impone che si autoproduca la maggior parte di ciò che occorre per vivere. E, poiché nessuno è in grado di autoprodurre tutto ciò che gli può servire, bisogna essere inseriti in una comunità in cui lo scambio dei beni autoprodotti avvenga senza la mediazione del denaro, ma si fondi sul dono reciproco del tempo necessario a produrli.

Se questa scelta viene fatta perché non si vuol dedicare la propria vita alla soddisfazione dei bisogni materiali, ma si ritiene più importante dedicarla alla spiritualità, alla contemplazione della bellezza dei luoghi in cui si vive, della varietà delle forme di vita che li abitano, dell’alternanza tra la luce del giorno e il buio della notte, delle variazioni del tempo e della successione delle stagioni, se si ritiene più importante dedicarla alla meditazione e alla cura delle relazioni umane basate sulla solidarietà, allora le esigenze materiali si riducono al minimo e si riduce al minimo il tempo per soddisfarle.

Il tempo dedicato al lavoro per avere il denaro necessario a comprare una stoffa preziosa invece di un panno modesto, non vale la perdita di quegli incanti. Lo stesso lavoro manuale fatto per procurarsi il necessario per vivere e non per guadagnare del denaro, ha una connotazione spirituale. È una forma di collaborazione con i cicli biologici, finalizzata a regolarizzarli e potenziarli senza stravolgerli. Se i valori condivisi nella società in cui si vive si fondano sull’accumulazione del denaro e la soddisfazione di una gamma sempre più ampia di bisogni e di desideri, chi vive senza denaro, ha poche esigenze materiali e le soddisfa con poco, viene considerato povero, ma se vivendo in questo modo riesce a concentrarsi sulle sue esigenze spirituali, è più ricco e più felice di chi invecchia ripetendo sempre più stancamente gli stessi gesti ogni giorno.

 I conventi in cui vivevano comunità di frati francescani avevano un orto che veniva coltivato per autoconsumo. I lavori manuali, dalla manutenzione degli edifici alla loro gestione, dalla cucina alle attività artigianali, venivano condivisi come i tempi della preghiera e della meditazione. In ogni orto veniva lasciato incolto uno spazio per consentire a tutte le forme di vita che vi trovavano il loro habitat, vegetali, animali, insetti, microrganismi, di viverci e rapportarsi tra loro secondo la propria natura, senza interferenze da parte dell’unica specie che avrebbe potuto rompere quegli equilibri, ma, invece, col suo lavoro negli spazi vicini arricchiva la biodiversità del luogo, a loro e proprio vantaggio.

Senza recuperare questo modo di rapportarsi con se stessi, con gli altri, con i viventi non umani e con i luoghi in cui vivono, gli esseri umani  non smetteranno di aggravare i fattori della crisi ecologica che stanno portando la nostra specie all’estinzione. Questo cambiamento non sarà possibile senza ridimensionare l’importanza del denaro, non necessariamente rifiutandolo in maniera assoluta, ma riconducendolo al ruolo di mezzo di scambio delle merci con un valore d’uso, da affiancare all’autoproduzione e agli scambi non mercantili basati sul dono reciproco del tempo.

Senza valorizzare il munus, il dono che si aspetta una restituzione e costituisce il legame dei rapporti comunitari, senza rivalutare il donum, il dono fatto per amore che non si aspetta una restituzione, le relazioni umane continueranno a essere competitive e le attività produttive continueranno ad essere finalizzate all’accumulazione di denaro. Attualmente nel mondo ne circola, secondo calcoli prudenziali, una quantità pari a 16 volte il valore del prodotto interno lordo mondiale. Se con un sedicesimo di tutto il denaro circolante si possono comprare tutte le merci prodotte in un anno nel mondo, gli altri quindici sedicesimi quali vantaggi possono offrire?

Scrivo queste riflessioni dalla stanza in cui trascorro il confinamento in casa che il governo italiano ha imposto a tutti i cittadini per arginare la diffusione di un virus che si è manifestato per la prima volta a gennaio di quest’anno 2020, quasi 800 anni dopo la morte di Francesco, avvenuta nel 1226. È stato battezzato Covid-19. In questo momento non ci sono ancora medicine per neutralizzarlo, né vaccini per prevenirlo. Si diffonde rapidamente col respiro e in tre mesi ha scatenato una pandemia che si sta estendendo in tutti i Paesi del mondo.

Se l’epidemia continuerà a diffondersi, gli ospedali dei Paesi più ricchi non riusciranno ad accogliere tutti i malati e i medici saranno costretti a scegliere quali curare e quali lasciare al loro destino. Scuole e università sono state chiuse. Alle attività commerciali che vendono prodotti indispensabili alla sopravvivenza sono stati posti dei limiti d’orario e d’accesso. Le altre sono state chiuse. Sono stati vietati gli spostamenti delle persone dalle proprie abitazioni, dapprima nelle zone infette, adesso in tutto il Paese. Sono state vietate le manifestazioni pubbliche e gli incontri tra gli aderenti ad associazioni private. Dovunque è stato possibile, i lavori d’ufficio sono stati riorganizzati in modo da poter essere svolti da casa per via telematica. Ma non è stata fermata la produzione industriale nelle fabbriche, per l’opposizione degli imprenditori e dei partiti politici che ne difendono gli interessi.

La regione italiana più colpita, la Lombardia, e la provincia più colpita della regione, Bergamo, sono le più industrializzate d’Italia. Nonostante ciò il sindaco di Milano ha organizzato la resistenza alla chiusura delle attività produttive con lo slogan Milano non si ferma. A Bergamo l’associazione degli imprenditori ha utilizzato lo slogan Bergamo is running, per tranquillizzare gli imprenditori esteri in relazioni commerciali con gli imprenditori locali. Il denaro ha avuto il sopravvento sulla difesa delle vite umane, provocando migliaia di morti e imprimendo nell’immaginario collettivo dei viventi l’immagine di una colonna di camion militari che trasportavano centinaia di bare dal cimitero di Bergamo, dove i forni crematori non erano sufficienti, ai cimiteri di altre città.

A sette settimane dal primo caso di infezione da corona virus in Italia, a tre settimane dal decreto governativo che imponeva il confinamento in casa di tutta la popolazione, quando il numero degli infetti certificati era salito a 64.000 e il numero dei morti a 6.000, è stato finalmente emanato il decreto governativo che imponeva la chiusura delle attività produttive non essenziali, dopo una lunga trattativa in cui i rappresentanti degli imprenditori hanno fatto di tutto per lasciarne aperte il maggior numero possibile. E sono riusciti a farlo accrescere anche dopo la firma dell’accordo. Parafrasando una celebre locuzione del poeta latino Virgilio: pecunia omnia vincit.

 Ci sono due episodi della vita di Francesco, riportati nei Fioretti, e impressi indelebilmente nell’immaginario collettivo della religiosità popolare da due affreschi nella basilica superiore di Assisi attribuiti a Giotto: l’incontro col lupo di Gubbio e la predica agli uccelli. Della loro veridicità è lecito dubitare, ma, letti in chiave simbolica, consentono di capire un altro elemento fondamentale del suo sistema di valori.  Nel primo Francesco ammansisce un lupo feroce che aveva gettato nel terrore la popolazione di Gubbio, andandogli incontro inerme, chiamandolo fratello lupo e promettendogli che non gli sarebbe più stata data la caccia, ma sarebbe stato nutrito dagli abitanti della città. (Fioretti, XXI). Nel secondo, mentre va verso Bevagna si ferma a predicare a una «quasi infinita moltitudine d’uccelli» che erano in un campo e sugli alberi accanto alla strada. Gli uccelli si avvicinano a lui e si fermano ad ascoltarlo. Alla fine della predica Francesco li benedice e li autorizza ad andarsene: «diè loro licenza di partirsi; e allora tutti quelli si levarono in aria con maravigliosi canti». (Fioretti, XVI).

 Tutta la vita di Francesco è caratterizzata da un rapporto di fratellanza con i viventi non umani, da cui si può fondatamente evincere una concezione del mondo non antropocentrica. Non formalizzata teoricamente, ma praticata, perché questo era il suo modo di comunicare. Per ragioni teologiche, su cui in questa sede non ha senso entrare, la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto un antropocentrismo fondato sulla diversità ontologica e sulla superiorità della specie umana su tutte le altre specie viventi.

Questa superiorità è difficilmente contestabile, ma è stata utilizzata indebitamente per sostenere che conferisce alla specie umana il diritto di utilizzare tutte le altre in funzione delle sue esigenze. Sulla base di questa concezione è lecito fondare il miglioramento della vita della specie umana sulla sofferenza di tutte le altre. Solo nella seconda metà dell’ottocento il medico e biologo tedesco Ernst Haeckel, il fondatore della scienza dell’ecologia, si propose di studiare le relazioni di interdipendenza che collegano tutte le specie viventi tra loro e con le caratteristiche dei fattori abiotici nei luoghi in cui vivono (temperatura, umidità, pressione, corsi d’acqua, altezza sul livello del mare). I suoi studi hanno permesso di capire che, in conseguenza di questi legami, le conseguenze di un danno inferto a una specie si ripercuotono su tutte le altre. Che, quindi, l’uso strumentale dell’antropocentrismo per sostenere giuridicamente il diritto della specie umana di sfruttare le altre specie viventi genera una catena di problemi ambientali che si aggravano progressivamente.

Da più di mezzo secolo sappiamo che questa è la causa fondamentale della crisi ecologica che sta conducendo l’umanità all’autoestinzione.

Nella Chiesa cattolica questa consapevolezza è stata espressa per la prima volta da Papa Francesco, non a caso il primo Papa nella storia della Chiesa ad aver scelto questo nome, con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’ nel 2015. Scrive Papa Francesco: «essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che “Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione”».[1] (n. 89) E aggiunge: «Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in se stesse e noi potessimo disporne a piacimento. Così i Vescovi della Germania hanno spiegato che per le altre creature “si potrebbe parlare di priorità dell’essere sull’essere utili”». (n. 89).

 Comunicando con le altre specie Francesco d’Assisi è andato oltre il rispetto che si deve a tutti gli esseri viventi. Non soltanto è entrato in sintonia con i loro sentimenti, ma ha riconosciuto ad essi la dignità di interlocutori, in grado di capire il significato delle parole e di rispondere col loro modo di comunicare, col loro modo di manifestare i sentimenti che provano.

Se questo non diventerà il modo in cui, a partire dalle attuali generazioni, gli esseri umani si relazioneranno con i viventi non umani, la crisi ecologica continuerà ad aggravarsi e diventerà irreversibile.

Due anni prima di morire Francesco dettò una bellissima preghiera sotto forma di poesia che è stata tramandata con due titoli, quello incongruo di Cantico delle creature, perché non parla delle creature ma del creato, e quello più adeguato di Cantico di frate sole, anche se non parla soltanto del sole e, insieme al sole, della luna e delle stelle, ma anche dei quattro elementi che secondo la filosofia greca pre-socratica costituiscono la materia di cui sono fatte tutte le cose: l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco.

L’attuale terminologia scientifica li definisce fattori abiotici, cioè senza vita, ma il sole suscita tra loro delle interazioni da cui nascono e di cui si nutrono tutte le forme di vita nella biosfera. Francesco li chiama fratelli e sorelle, come fa con i viventi non umani, inserendoli pertanto nella stessa famiglia.

Aggiunge anzi alla terra l’appellativo di madre, come hanno fatto tutte le mitologie e ancor oggi fanno i popoli andini chiamandola pacha mama: la madre che nutre tutte le forme di vita che ospita: i vegetali direttamente e, attraverso le catene alimentari, gli animali, gli insetti e una quantità incommensurabile di microrganismi. «Sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

Le conoscenze maturate nelle società industriali hanno dato una spiegazione scientifica di questo fenomeno: sotto l’effetto della luce solare la clorofilla contenuta nelle foglie delle piante sintetizza l’acqua contenuta nell’aria sotto forma di vapore con l’anidride carbonica emessa dall’espirazione di tutti i viventi, vegetali e animali, e dai processi di combustione, che ai tempi di Francesco erano alimentati soltanto dal legno, formando uno zucchero semplice, il glucosio, che le piante utilizzano per produrre le sostanze necessarie a formare la loro struttura e per alimentarsi. La fotosintesi clorofilliana libera l’ossigeno di cui tutti i viventi, piante comprese, hanno bisogno per respirare.

La comprensione di questo processo biochimico, da cui dipende la vita di tutte le forme che assume la vita nel pianeta, non è però servita a far comprendere agli esseri umani il senso profondo della preghiera di Francesco, che non aveva queste conoscenze, ma aveva capito che i fattori abiotici, come i viventi non umani, sono loro fratelli e loro sorelle, non solo in senso figurato.

Ciò che unisce tutti i viventi tra loro e con i fattori abiotici che fanno nascere ciò che li fa vivere, è la radiazione luminosa del sole: «messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione». La luce solare è la fonte di energia che consente la realizzazione dei processi da cui vengono create in continuazione e mantenute in vita tutte le forme di vita. Francesco non poteva saperlo, ma, dicendo che il sole «porta significatione» dell’Altissimo, lo intuisce poeticamente.

 Se gli esseri umani avessero trattato la terra come madre l’avrebbero irrorata di veleni per accrescere la produttività agricola, avrebbero scaricato sul suo corpo i rifiuti tossici delle produzioni industriali?
Se avessero trattato l’aria e l’acqua come sorelle, le avrebbero riempite di sostanze di scarto velenose? Avrebbero riempito gli oceani di masse di poltiglie di plastica grandi come gli Stati Uniti, di bitume, di scorie radioattive, di rifiuti tossici?
Avrebbero oscurato il cielo e intossicato l’aria con i gas di scarico delle automobili, con le emissioni delle ciminiere industriali, degli inceneritori, degli impianti di riscaldamento?
Avrebbero usato la forza del fuoco per accrescere la potenza tecnologica con cui usano quantità crescenti di risorse naturali per produrre quantità crescenti di oggetti che
devono trasformarsi in tempi sempre più brevi in rifiuti, per poter continuare a usare quantità crescenti di risorse naturali per produrre quantità crescenti di oggetti che devono trasformarsi in tempi sempre più brevi in rifiuti?

Una spirale distruttiva, il cui fine ultimo è far crescere in continuazione i profitti per  accumulare somme di denaro sempre più ingenti. Se con un sedicesimo del denaro circolante si può comprare tutto ciò che viene prodotto in un anno nel mondo, solo menti malate possono credere che gli altri 15 sedicesimi possano avere un valore reale, per cui valga la pena spendere la vita. Ha senso aggravare ulteriormente la crisi ecologica per continuare a far crescere la quantità di denaro con cui non si può comprare nulla?
La ricerca del profitto e l’accumulazione del denaro possono essere più desiderabili di un ambiente sano in cui vivere, di un’aria pura da respirare, di un’acqua limpida da bere, di un mare pulito in cui tuffarsi?

In questi giorni in cui, per bloccare la diffusione del Covid-19, i governi dei Paesi infetti hanno imposto alle popolazioni di non uscire da casa, hanno ordinato la chiusura dei negozi che non vendono generi di prima necessità, dei giardini, degli impianti sportivi, dei cinema e dei teatri, ma non degli impianti industriali, la circolazione automobilistica si è ridotta drasticamente e si sono ridotte drasticamente le emissioni di sostanze inquinanti.

In due settimane sono tornati limpidi e azzurri i cieli delle aree industriali più inquinate del mondo, dalla Cina alla pianura padana, è tornata limpida e trasparente l’acqua melmosa dei canali di Venezia.

Come si possono sacrificare al denaro il tempo della propria vita, il tempo degli affetti e delle relazioni umane fondate sulla solidarietà, il tempo della contemplazione della bellezza originaria del mondo e della bellezza che vi hanno aggiunto col loro lavoro le generazioni precedenti?
La ricerca del profitto come può mantenere intatta la sua forza di attrazione su individui che hanno accumulato più denaro di quanto ne possano spendere in tutta la vita le loro famiglie, le famiglie dei loro figli e quelle dei figli dei loro figli?
È un caso che le persone con redditi appena sufficienti, ma necessari per la loro sopravvivenza perché non sanno autoprodurre nulla e non sono inseriti in una rete di relazioni di solidarietà, ma sono in costante competizione tra loro, dedichino il meglio delle loro energie e del loro tempo a guadagnare più denaro possibile e abbiano come modelli di riferimento coloro che ne guadagnano molto di più di quanto ne possano spendere?

Nelle società aristocratiche le classi dominanti utilizzano il loro potere per arricchirsi sottraendo, a norma di legge, alle classi subordinate una quota della ricchezza che esse producono col loro lavoro.

Nelle società democratiche, che garantiscono la libertà delle persone, questo non è possibile, per cui le classi dominanti hanno cambiato strategia. Per continuare ad accumulare più denaro di quello che riescono a spendere, hanno bisogno che cresca in continuazione il numero di coloro che per vivere non possono far altro che lavorare in cambio di una retribuzione in denaro e, di conseguenza, hanno come massimo desiderio esistenziale l’incremento del loro reddito. In questo modo le classi subordinate prima arricchiscono la borghesia imprenditoriale col loro lavoro, poi l’arricchiscono acquistando, col reddito che ricevono, tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere. Più lavorano per accrescere il loro reddito e il loro potere d’acquisto, più arricchiscono sia i loro datori di lavoro, sia la catena di distribuzione delle merci. Nel contempo i chierici del potere modellano l’immaginario collettivo sulla desiderabilità del denaro come valore in sé e sulla facilità di guadagnarlo. Si pensi, ad esempio, al ruolo che hanno svolto in Italia dagli anni cinquanta del novecento le trasmissioni televisive in cui persone qualunque devono rispondere, in competizione tra loro, a quiz su argomenti di infima rilevanza e chi risponde esattamente al maggior numero di domande vince una somma di denaro considerevole.

Mentre nelle società aristocratiche le classi subordinate temono il potere delle classi dominanti, nelle società democratiche le classi dominanti diventano il modello di riferimento delle classi subordinate perché hanno raggiunto ciò che anche loro vorrebbero raggiungere. La centralità del denaro nel sistema dei valori condivisi in queste società viene rafforzata dai partiti politici che si propongono di tutelare gli interessi delle classi subordinate mediante una più equa redistribuzione del reddito monetario. Finché il denaro resterà il pilastro su cui si fonda il sistema dei valori condivisi, le classi subordinate continueranno a dedicare la propria vita al lavoro con l’obbiettivo di accrescere il loro reddito, cancellando progressivamente dal proprio orizzonte mentale le esigenze spirituali e consentendo alle classi dominanti di continuare ad accumulare quantità sempre maggiori di denaro.

C’è un solo modo per ricondurre il denaro dal suo ruolo di fine delle attività economiche a mezzo di scambio delle merci con un valore d’uso: ricordare che gli esseri umani non hanno solo esigenze materiali e che la loro soddisfazione non basta nemmeno per la sopravvivenza se non vengono soddisfatte le esigenze affettive.

Scrive la psicoterapeuta Giuliana Mieli: «Durante la seconda guerra mondiale il medico e psicologo John Bowlby, propose e dimostrò una interpretazione dell’affettività umana basata sulla relazione sociale e non sullo sfogo dell’istinto individuale: al principio del piacere si sostituisce la sicurezza della buona relazione. A partire dall’osservazione dei neonati rimasti orfani a Londra e ricoverati in istituto, che morivano inspiegabilmente anche se nutriti e scaldati, scoprì che soltanto il sincero coinvolgimento emozionale delle nurses che li accudivano riportava il sistema immunitario dei piccoli a funzionare per potersi difendere dalle epidemie. Dunque solo allora fu chiaro che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie umana è l’essere parte significativa all’interno di un rapporto d’amore e di preoccupazione affettiva. Ed essendo la cura del piccolo condizione necessaria per la sua sopravvivenza, Bowlby postulò che la natura non avesse lasciato al caso le modalità della cura per iscrivere invece gli atteggiamenti affettivi di base nella nostra costituzione biologica: i codici affettivi sono iscritti nella nostra corporeità, nel cervello limbico, nel sistema neuroendocrino, nel nostro substrato ormonale».[2]

Non è stato facile per Francesco decidere di spogliarsi pubblicamente dei ricchi panni di cui era vestito e indossare una tunica di tela grossolana. Come tutti i figli di ricchi mercanti era stato abituato a pensare sin dalla prima infanzia che la sua vita sarebbe trascorsa nella bottega e nei viaggi di lavoro accanto a suo padre, fino al momento in cui ne avrebbe ereditato l’attività. Tutto deciso per lui da altri, ancor prima che nascesse.

Così stava avvenendo da anni, finché non cominciò ad avvertire un’insoddisfazione crescente per l’aridità dei rapporti esclusivamente mediati dal denaro che il suo lavoro lo costringeva ad avere. Nella compravendita non c’è mai attenzione all’altro che hai di fronte, solidarietà, empatia. Ognuno dei contraenti cerca di avere un vantaggio sull’altro e se vuoi mantenere il tuo status di ricco commerciante devi sempre vincere tu, quando compri dai fornitori e quando vendi agli acquirenti. Il denaro era anche il protagonista delle serate che trascorreva nelle taverne con i suoi amici appartenenti alla sua stessa classe sociale, tra cene, buon vino e facezie, che consentono di far passare il tempo senza pensare alle cose importanti: a scambiarsi domande e dubbi, a condividere conoscenze, scoperte, sofferenze, gioie.

Non credo che il rifiuto assoluto del denaro da parte di Francesco fosse esclusivamente motivato dalla scelta di valorizzare la povertà come alternativa etica all’accumulazione della ricchezza monetaria, che costituiva il valore fondante della borghesia commerciale in ascesa. Si pensi a tutta la retorica sul poverello di Assisi, utilizzata strumentalmente dai ricchi per convincere i poveri di condividere la condizione di un santo.

Sono propenso a pensare che il suo rifiuto fosse motivato più profondamente, dalla consapevolezza che il denaro ha, per la sua natura, la forza di distruggere i rapporti umani basati sulla solidarietà e sulla collaborazione, di concentrare l’attenzione degli esseri umani sulla dimensione materialistica e di annichilire progressivamente la loro spiritualità, la loro capacità di stringere tra loro, con i viventi non umani e con i fattori abiotici dei luoghi in cui vivono, rapporti affettivi ed empatici. Di vedere negli altri, nei viventi non umani e nei fattori abiotici i loro fratelli e le loro sorelle.

Oggi, a otto secoli di distanza noi sappiamo che il mutamento antropologico conseguente alla trasformazione del denaro da mezzo di scambio a fine delle attività produttive è anche la causa della crisi ecologica che sta minacciando la stessa sopravvivenza della specie umana. E questo pericolo rende ancora più necessaria una riflessione sull’attualità dell’insegnamento che possiamo ricavare dalle scelte di vita di Francesco d’Assisi.

 

Maurizio Pallante

Torino, nell’emergenza del Coronavirus Covid-19, 1-23 marzo 2020

 

[1] La citazione interna al brano della Laudato si’ è tratta dall’Esortazione apostolica Evangeli Gaudium, del 24 novembre 2013, n. 215

[2]Giuliana Mieli, Il femminile e la sua importanza nella rivoluzione ecologica, in Fondamentali 1.0 di un progetto politico in costruzione, a cura di Maurizio Pallante, Lindau, Torino 2019, pagg. 88-89

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