Perché scienza e tecnologia lasciate sguinzagliate, senza visione e mèta, portano a enormi disastri.

di Fabrizio Cortesi, consulente in sostenibilità d’impresa e ambientalista.

Quanto durerà ancora l’ingannatoria politica mondiale della crescita e dello sviluppo inarrestabili, e tuttavia definiti “sostenibili”?
Nel 1972 uscì “Il Rapporto sui limiti dello sviluppo”, che il Club di Roma commissionò al MIT.
Tale rapporto, pur con i limiti di calcolo e di simulazione di quegli anni, era davvero anticipatorio e rivelatore di quanto sarebbe accaduto oggi, e prediceva già allora le conseguenze della continua crescita della popolazione e dei consumi sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.

In sintesi, il Club di Roma arrivava anche a concludere che, riferito a quegli anni:

  • Se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse fosse continuato inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta si sarebbero raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarebbe stato un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.
  • Fosse possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovesse essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

Questo rapporto è stato poi aggiornato negli anni ’90, delineando una serie di scenari che contemplavano da situazioni di risorse ed efficienza di produzione infinite (inverosimile), a crisi delle risorse non rinnovabili, a crisi da inquinamento e alimentare, passando da programmazione famigliare, fino all’utilizzo più efficiente delle risorse naturali, ma nella sostanza, gli autori confermavano la prima versione del rapporto, affermando che si deve accettare l’idea della finitezza della Terra, che è necessario intraprendere più azioni coordinate per gestire tale finitezza, che gli effetti negativi dei limiti dello sviluppo rischiano di diventare tanto più pesanti quanto più tardi si agirà.

Bene, in un mondo che ormai arriva già nel mese di luglio di ogni anno ad esaurire le risorse (i “servizi ecosistemici”, orrendo termine antropocentrico) rigenerate dalla Terra, con quale coraggio la politica globale e nazionale, ormai manipolata dall’avido e insaziabile mondo finanziario (basti vedere da dove arriva il nostro presidente del consiglio-banchiere, principale paladino, fan e sponsor europeo della crescita infinita dei PIL nazionali), si presenta tutti i giorni in TV e sui giornali a ricordarci i mirabolanti obiettivi di crescita che dobbiamo perseguire in termini di PIL, di produzioni industriali, di sviluppo, pena enormi sciagure e disgrazie in caso contrario?

E sono del tutto vani su politica e popolazione i messaggi ben più recenti, fin ottimistici rispetto alla realtà, dello stesso IPCC, che col suo sesto rapporto climatico ci avverte che la situazione climatica globale è in stato di allarme rosso e sostanzialmente fuori controllo, proprio a causa della crescita delle emissioni climalteranti e quindi dello sviluppo eccessivo e mal governato, mentre  l’EEB (l’European Environmental Bureau) ci dimostra scientificamente e con evidenze incontrovertibili che è impossibile disaccoppiare lo sviluppo dagli impatti ambientali (ossia che lo sviluppo sostenibile non esiste, nonostante quanto ASVIS cerchi di assicurarci), che sono poi le cose che per semplificare ci sta dicendo una sensibile e coraggiosa bimba svedese da tanti anni.

Imperterriti, i governi, quello Draghi in testa, a guida del governo più neoliberista della storia d’Italia, non perdono occasione di fissare target di crescita e sviluppo sempre più alti, facendo a gara tra gli stati che incrementano maggiormente il PIL (vince sempre la Cina). Fin le politiche Europee e degli altri continenti, basate ormai sui Green Deals (dove Deal guarda a caso significa anche “affare”) perseguono comunque anch’esse la crescita economica, dietro il paravento della transizione industriale e tecnologica in salsa verde, velleitariamente definita sostenibile, nell’ottica della sola riduzione delle emissioni di gas climalteranti (non delle produzioni di merci, servizi, trasporto e degli altri impatti!): come se i problemi ambientali si riducessero alla sola CO2 nell’atmosfera.

Come se non bastasse, come in una gag comica di casa nostra, Beppe Grillo ci ha beffati  regalandoci un ministro “del fu ambiente” quasi a secco di nozioni di ecologia e biodiversità, e più che altro  esperto di soldi, di nano tecnologie e di robot, il quale, oltre a prendersela e offendere paradossalmente proprio gli ambientalisti, definiti un male peggiore della stessa catastrofe climatica che loro vorrebbero combattere, sta attuando egregiamente, soltanto una politica dichiaratemene distributiva di enormi risorse verso i grandi gruppi industriali che hanno impattato finora, e sta continuando a foraggiare tecnologie dei dinosauri e dei camaleonti dell’industria, come quella fossile, se non addirittura resuscitando anche quella nucleare, con tutte le cattive lezioni che quel mondo dell’atomo “sicuro e controllato” (che non esiste) ci ha dispensato in proposito.

Lasciare la scienza e la tecnologia di laboratorio sguinzagliate, sul modello-slogan del Ministero della transizione ecologica di Cingolani, nelle mani del neoliberismo e orientata solo al progressismo antropocentrico e alla crescita economica, senza guidarla e indirizzarla tramite una visione e una formazione davvero ecologista e orientata alla biodiversità, al biocentrismo, alla parsimonia, farà grandi danni alla sostenibilità ambientale, un pò come la fisica nucleare che lasciata nelle mani sbagliate ha generato la bomba atomica:  occorre cioè asservire la tecnologia per rendere conveniente, anche economicamente, l’ecologia, il risparmio, la riduzione degli sprechi, invece che al contrario imporre forzatamente la tecnologia ovunque con il solo scopo di permettere all’economia di proseguire nella sua dissennata crescita, a suon di miliardi di finanziamenti pubblici.

Per cercare di attenuare la devastante crisi ambientale e climatica, a mio avviso, non servirebbero affatto le centinaia di miliardi del PNRR, enorme costo economico e ambientale che stiamo semplicemente ricaricando sulle spalle dei nostri giovani, soldi a spingere immani investimenti in chissà quali tecnologie, grandi opere, cantieri, mega ponti sullo Stretto, bensì, a molto minor costo, rimodellando completamente l’economia e la società, verso modelli di vita più semplici, parsimoniosi, locali, verso la semplificazione invece che la complicazione, l’eliminazione degli enormi sprechi che abbiamo in ogni ambito e della pubblicità.  Questo non significa non puntare anche su tecnologia, innovazione, ricerca (io stesso sono ingegnere), ma sarebbe meglio abbandonare quanto prima le velleitarie speranze salvifiche di improbabili tecnologie, come il nucleare di quarta generazione o quello da fusione (sono comunque pericolose, impattanti, insostenibili, e irrealizzabili commercialmente, o comunque arriveranno troppo tardi), l’idrogeno blu/grigio/viola, la cattura carbonica, le auto elettriche in sostituzione 1:1 di quelle attuali, insomma, tutte tecnologie che in realtà foraggiano sempre le stesse industrie degli stessi attori che hanno destabilizzato fin qui l’ecosistema del nostro unico pianeta, usando le masse come consumatori insaziabili.

Perché ad esempio non si propone anche una trasformazione profonda dell’agricoltura, che per come viene praticata oggi su scala intensiva e industriale, nonché insegnata agli istituti di agraria, è una tecnica biocida, che si giova proprio della totale perdita di sterilità e humus dei suoli, proprio per rendere necessario il sempre più massiccio uso di fertilizzanti e diserbanti, che è il vero business dell’industria del settore? Questo modello, tuttora spinto da Coldiretti, non solo devasta l’ambiente e la biodiversità, ma alimenta lunghe e insostenibili filiere alimentari con prodotti ormai senza sapore e privi di sostanze e principi nutritivi naturali, se non dannosi. Perché non la si transita verso un’agricoltura naturale, diffusa, su piccola scala, senza alcuna chimica, ben più sana, efficiente, sostenibile? Molte famiglie scapperebbero oggi stesso dalle città invivibili che le ospitano verso la vita nei borghi rurali, se fossero sostenute da vere politiche di transizione sociale ed economica sostenibili, per cambiare stili di vita e attività; gli orti urbani e le piccole coltivazioni elementari stanno prendendo piede, ma solo come movimenti dal basso, tra le persone più sensibili e accorte, non progettati dalla politica. Perché non si mettono i soldi su una trasformazione profonda della società verso la vera sostenibilità e resilienza?

Come uscire da questo mortale circolo vizioso, dove il mondo pare una locomotiva impazzita che va a schiantarsi contro un muro, ma il cui macchinista invece che frenare come sarebbe logico, continua ad accelerare?

Le ricette date sopra ad esempio sarebbero convenienti per i cittadini e e l’ecosistema, ma troppo semplici, economiche e non convenienti per il mondo della politica, della finanza e dell’industria, secondo la cui mentalità è molto meglio un automobilista che scarica a terra centinaia  di kilowatt su un costoso e fiammante SUV (magari elettrico, alimentato da una centrale termoelettrica chissà dove) rispetto a un ciclista che percorre lo stesso tragitto in bici senza inquinare, perché quest’ultimo non crea incidenti, né malati da inquinamento che poi il sistema sanitario deve curare, non si assicura, resta in salute, insomma, non genera profitto né PIL: ciò che a questa classe politica proprio non piace è innescare una rivoluzione davvero sostenibile e consapevole, smettere di crescere, fermare lo sviluppo verso l’ignoto, investire meno ma meglio, arrestarsi se necessario, ridurre drasticamente le produzioni e gli scambi globali di merci, cancellare i mega accordi commerciali transcontinentali, riusare e riciclare tutto più localmente. Un corpo bulimico che da decenni ha mangiato troppo fin quasi a scoppiare non lo si salva rimpinzandolo di altro cibo, con altro sviluppo (sostenibile), ma mettendolo a dieta ferrea e cambiandogli drasticamente regime di vita.

Altro ingrediente importante di una vera rivoluzione sostenibile sarebbe il livellamento e la distribuzione equa di stili di vita decenti e di ben-essere (non finanziario) nella popolazione, eliminando sia accumuli insensati di ricchezza nelle mani di poche nazioni a discapito di altre, sia stati di eccessiva e diffusa povertà, il che risolverebbe anche il problema della sovrappopolazione; gli stessi autori del rapporto sui limiti della crescita notano infatti che di norma la pianificazione familiare spontanea viene praticata dove si può godere di un’adeguata sicurezza, mentre i tassi di natalità sono alti quando le condizioni di vita sono difficili. Una società sostenibile, dicono, deve anche essere una società solidale e con diseguaglianze contenute: ricchezze eccessive inducono comunque un consumo sostenuto delle risorse naturali ed un crescente inquinamento, mentre una povertà diffusa esporrebbe il pianeta al peso insostenibile di una crescita esponenziale della popolazione, che è proprio quello che sta accadendo da decenni e che invece andrebbe evitato con ogni mezzo.

Certamente, le strategie neoliberiste, del laisser faire e del libero mercato come auto regolatore di ogni cosa, insieme alla visione fideista e salvifica della tecnologia (ma senza una visione e un obiettivo più alti a monte), hanno miseramente fallito ad evitare il collasso del sistema e le diseguaglianze sociali, eppure sono ancora quelle le inviolabili visioni dogmatiche di chi ci governa verso il baratro. Viene in questo proposito molto bene l’esempio della pesca: lo sfruttamento sempre più intenso di una risorsa naturale di per sé rinnovabile ha condotto al depauperamento della fauna ittica, al punto che le riserve ittiche sono oggi ridotte al lumicino. La tecnologia ha reso la pesca sempre più aggressiva (sonar, individuazione di branchi tramite satelliti, ecc.), il mercato ha reagito alla scarsità aumentando il prezzo, trasformando così un alimento per poveri in un alimento per ricchi. Ma questo, in particolare in un mondo dove il benessere è sempre più diffuso, non funziona, e oggi le specie ittiche estinte o sull’orlo di farlo, sono centinaia, né gli allevamenti di pesce sono sostenibili, per i noti devastanti problemi ambientali ed etici.

Chissà se ai premi nobel, economisti, politici e governatori delle banche centrali che ci governano verranno mai in mente, ogni tanto, questi semplici principi. Ma potrebbe essere allora troppo tardi.

Photo by Visual Stories || Micheile on Unsplash

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