Chi ha diritto di abitare un territorio?
La questione dei daini a Ragusa e la necessità di politiche territoriali interspecie
Il 15 agosto mi trovo al parco della Rimembranza a Torino a giocare a un’escape room da tavolo sul prato con una complice di vita, quando ricevo la telefonata di un nostro associato del Presidio SEquS di Ragusa che mi racconta quello che sta succedendo nel suo territorio. La bellezza del momento stride subito con quanto mi viene riferito: la Regione Siciliana dà il via libera all’abbattimento dei daini. Tra grigliate, piani di abbattimento regionali e leggi nazionali, pare proprio non essere un buon momento storico per gli animali non umani.
Questa vicenda, che SEquS ha deciso di contrastare anche nelle sedi formali riservandosi di promuovere attraverso i suoi circoli e presidi locali ogni iniziativa necessaria, presenta senza ombra di dubbio una serie di questioni tecniche e giuridiche che devono essere affrontate con tutta la precisione necessaria e nelle sedi opportune. Questo tipo di intervento, stando alle attuali leggi umane, deve per forza essere rapportato a dati come la consistenza effettiva della popolazione, la valutazione degli eventuali danni, le modalità dell’intervento, la disponibilità di alternative, la corretta applicazione del Piano regionale e il rapporto tra quest’ultimo e i pareri degli organismi scientifici competenti. È importante sottolineare che stiamo parlando di sistemi normativi costruiti da una sola specie per regolare i rapporti tra specie diverse.
Insomma, sono questioni tutt’altro che secondarie, perché quando una pubblica amministrazione decide di intervenire sulla vita e sulla morte di altri esseri viventi ogni passaggio procedurale dovrebbe essere sottoposto al massimo livello di cautela. E soprattutto ragionare sull’origine del privilegio che consente a una specie di decidere della vita e della morte delle altre, dovrebbe essere parte della nostra idea stessa di cittadinanza. Ma proprio perché su questi aspetti esistono già associazioni e soggetti che stanno svolgendo un lavoro competente e puntuale, (a proposito: grazie!), non è soltanto su questo terreno che SEquS vuole collocare la propria riflessione. La vicenda di Ragusa ci interessa infatti non soltanto per ciò che sta accadendo a quei daini, ma perché rende visibile una questione politica molto più ampia. Del resto, chi ha diritto di abitare un territorio e, soprattutto, chi ha il potere di decidere quali forme di vita siano compatibili con esso?
Abbiamo reso normale considerare il territorio come uno spazio sul quale gli esseri umani hanno l’esclusiva di organizzare la propria presenza, decidendo dove costruire una strada, dove coltivare un campo, dove edificare un’abitazione, o persino, con una certa ironia, dove destinare un’area alla conservazione della biodiversità. In altri contesti chiameremmo infatti propriamente questa dinamica “colonizzazione”. Per difendere e consolidare questo privilegio abbiamo costruito sistemi politici, economici e giuridici che ci attribuiscono il potere di trasformare lo spazio secondo le nostre necessità e che ci legittimano a stabilire quali attività siano compatibili con un determinato luogo e quali invece debbano essere limitate o direttamente impedite. Questa pretesa di gestire e trasformare il territorio è talmente radicata nel nostro modo di pensare e di abitare il mondo da apparire quasi una prerogativa naturale della specie umana, al punto che il territorio viene normalmente rappresentato come uno spazio nel quale devono essere organizzati e conciliati differenti interessi, ovviamente tutti rigorosamente umani. Gli altri animali invece compaiono soltanto successivamente a contorno di questa narrazione e quando la loro esistenza entra in conflitto con l’uso che abbiamo deciso di fare di quello spazio, scatta il contenimento. In realtà quel territorio non è mai stato uno spazio vuoto in attesa del nostro avvento per essere sfruttato, è invece uno spazio abitato, attraversato da altri esseri viventi e da relazioni ecologiche delle quali facciamo parte. Quest’ultima dimensione è quella che le nostre istituzioni tendono strutturalmente a ignorare. È qui che la presunta neutralità della gestione territoriale comincia a perdere la sua innocenza, mostrando la propria natura antropocentrica. Il daino che attraversa una strada, il cinghiale che entra in un campo o il lupo che si avvicina a un allevamento vengono definiti un “problema” non tanto perché la loro presenza produca un determinato effetto, ma perché abbiamo già stabilito quale sia l’uso legittimo di quello spazio, mentre la presenza dell’animale costituisce una deviazione da un ordine che consideriamo immutabile. Il conflitto viene così definito a partire da un solo punto di vista, quel punto di vista viene poi naturalizzato come neutrale e, di conseguenza, si interviene sull’animale, non sulle condizioni che hanno prodotto l’incontro tra i suoi interessi e i nostri.
In un contesto globale di crescente pressione antropica sugli ecosistemi, la questione dello specismo assume una dimensione politica che va oltre la semplice discriminazione morale degli animali. Diventa uno dei dispositivi fondamentali attraverso cui perpetuare lo sfruttamento degli ecosistemi e, con esso, contribuire all’aggravamento della crisi ecologica, legittimando la possibilità di trasformare, sfruttare e amministrare la biosfera secondo le infinite necessità della nostra specie. Questo specismo amministrativo si traduce quindi nell’attribuire agli interessi di un essere umano un peso maggiore rispetto a quelli di un altro animale attraverso la costruzione di meccanismi capaci di stabilire dove possano vivere, quali spazi possano attraversare e quale consistenza possano raggiungere le loro popolazioni. Quando riteniamo che queste soglie siano state oltraggiosamente oltrepassate, decidiamo se e come intervenire sui loro corpi e sulle loro vite. L’animale non è quindi soltanto collocato in una posizione subordinata all’interno della nostra gerarchia morale; è collocato in una posizione subordinata anche all’interno dell’organizzazione politica del territorio, dove il suo interesse non entra nella discussione come quello di un soggetto, ma come una variabile da amministrare. Una politica territoriale realmente orientata al superamento dell’antropocentrismo dovrebbe prendere molto sul serio questa prospettiva e riconoscere che il problema non può più allora essere semplicemente quello di trovare una gestione della fauna più gentile, più efficiente o più scientificamente fondata. Dobbiamo mettere in profonda discussione le politiche territoriali che continuano a chiedersi esclusivamente quanti animali un territorio umano possa “sopportare”, ma riconoscere che gli animali sono già parte del soggetto plurale che abita quel territorio e che i loro interessi non possono essere considerati soltanto nella misura in cui interferiscono con quelli umani. Questo è il presupposto per abbracciare una prospettiva propriamente post-antropocentrica nella quale l’interesse umano non costituisce più automaticamente l’unico criterio attraverso cui vengono definiti e valutati tutti gli altri interessi.
Ed è proprio a questo punto che possiamo tornare alla questione dei daini di Ragusa con gli strumenti necessari per rispondere all’ormai molto poco solenne comunicato stampa 344 dell’amministrazione comunale sul tema. Le associazioni saranno dunque ascoltate e il dirigente regionale ha, per misericordia, manifestato comprensione per le manifestazioni di affetto nei confronti di questi animali, non smettendo però mai di ricordarci che esistono norme, obblighi e piani regionali da applicare. Questo evidente cappello paternalistico con il quale si cerca di disinnescare le ragioni delle associazioni concedendo un’udienza in comune è politicamente scadente e deludente. Si definisce così una dicotomia abbastanza curiosa dove da una parte esiste una realtà fatta di norme, obblighi e abbattimenti, dall’altra noi con i nostri sentimenti. I daini sono invece completamente scomparsi dalla discussione.
Questo è esattamente il momento in cui SEquS crede che si debbano fermare le iniziative di abbattimento perché deve essere chiaro che qui non si sta chiedendo che le istituzioni comprendano il nostro affetto per i daini. Noi chiediamo che si comprenda che i daini sono esseri viventi che hanno il concreto interesse a continuare a vivere. Quindi, se ci fossero le capacità e le possibilità, oltre a convocare l’ennesimo tavolo per decidere quanti animali possiamo permetterci di avere, ci preme che venga spiegato perché si considerino l’abbattimento e il controllo delle altre specie come strumenti legittimi per risolvere i conflitti che l’attività umana stessa ha generato sul territorio, attraverso una definizione di “gestione” che frana nell’esercizio istituzionalizzato del suprematismo umano sulle altre specie. Liberarci dal privilegio di specie è il primo necessario passo verso un futuro ecologicamente sostenibile.
Buon lavoro.
Andrea Bernardi
Segretario Sostenibilità Equità Solidarietà
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