di Fabrizio Cortesi.

Come saprete, il 9 agosto 2021 l’Intergonvernamental Panel for Climate Change (IPCC) ha pubblicato la prima parte del suo 6° Rapporto di Valutazione sui cambiamenti climatici.

L’allarme che emerge dal rapporto è drammatico, riassumibile da un dato su tutti: la probabilità, superiore al 50%, che +1,5°C di riscaldamento globale venga raggiunto fra 10 anni, tracciando una prospettiva ben più grave di quanto stimato nel precedente Rapporto del 2018, che implicherebbe maggiore innalzamento del livello dei mari, l’intensificazione dei fenomeni atmosferici e climatici estremi, la predisposizione a sempre più devastanti incendi e tante altre disgrazie, di cui già oggi abbiamo del resto abbondante testimonianza, solo un assaggio.

Si potrebbe osservare che IPCC ha impiegato oltre dieci anni per arrivare ad ammettere, con questa sesta versione, che la situazione è irreversibile, e che è già troppo tardi per agire e fermare comunque l’aumento di temperatura, cioè per dire le stesse cose che ci stava dicendo una bambina svedese già da almeno tre anni, da quando aveva 15 anni. È come essere avvertiti che ci faremo molto male quando ci siamo già schiantati contro il muro.

Il resoconto IPCC in pratica sottintende anche che i presupposti su cui si era basato l’accordo di Parigi per cercare di contenere la temperatura media terrestre entro i 2 °C erano sbagliati, ossia che per tale contenimento, già di per sé una sconfitta perché accettava che comunque l’incremento avvenisse, fosse “sufficiente” ridurre il tasso di crescita delle emissioni di CO2 (non le emissioni reali, ma il tasso del loro aumento!) entro certe date, che “solo ora” si scoprono essere troppo lontane. L’accordo era piuttosto vago e poco ambizioso, e oltre tutto, non vincolante per gli Stati, e prevedeva di:

  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici
  • fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo
  • conseguire rapide riduzioni successivamente secondo le migliori conoscenze scientifiche disponibili, in modo da raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimenti nella seconda metà del secolo.

Il Green New Deal Europeo del 2020 ha poi cercato di stringere le maglie dell’accordo di Parigi, almeno entro i confini del nostro continente, tuttavia esso prevede ancora dei target poco ambiziosi e insufficienti per far fronte alla crisi climatica irreversibile delineata dall’ultimo report IPCC.

Tuttavia vi sono tanti punti che purtroppo fanno essere pessimisti per una reale inversione di tendenza, almeno nei tentativi concreti di mettere in atto le raccomandazioni degli scienziati e della saggia Greta:

1- Anche se l’Europa fosse virtuosa e rispettasse il seppure blando Green New Deal, il suo contributo globale è comunque limitato, poiché i grandi emettitori di gas climalteranti sono in realtà Cina e India, i quali non mostrano nessuna intenzione concreta di ridurre l’incremento delle loro emissioni, cosi’ come della crescita della loro popolazione. Per capire meglio questa grave realtà è sufficiente osservare i grafici sottostanti, dove si vede che di fatto gli aumenti di entrambe le grandezze globali sono esponenziali, a causa di Cina, Asia, Stati Uniti, India, per le emissioni climalteranti, e di Asia, Cina, India, Africa per la popolazione.

Vi sono poi le immissioni di CO2 dagli incendi, sempre più vasti e frequenti, anche per lo stesso effetto di retroazione dall’inaridimento della superficie terrestre per il riscaldarsi dell’atmosfera, e dalle stesse foreste.

2- Va però precisato, relativamente alle emissioni climalteranti e rispetto al punto precedente, che solo un osservatore poco attento o in mala fede scaricherebbe la colpa della situazione in cui siamo arrivati finora a Cina e India: per capire di chi sia la vera responsabilità è sufficiente esaminare il seguente interessante grafico sottostante, che mostra le emissioni carboniche, a carico dei vari paesi, che si sono accumulate negli anni dall’inizio dell’epoca industriale, tenendo presente che i gas climalteranti, soprattutto la CO2, permangono nell’atmosfera circa 100 anni, una volta emesse.

Ebbene, dal grafico si scopre una classifica completamente ribaltata, così che non solo gli stati che hanno emesso più gas serra totali sono nell’ordine Arabia Saudita, Australia, Stati Uniti, Russia, Europa, Cina, Italia, ma si intuisce anche che, le pur immense emissioni di gas serra attuali di Cina e India sono in realtà in buona parte ancora dovute all’Occidente, che è il migliore cliente dei loro prodotti, nonché mandatario di una grossa fetta delle loro produzioni, proprio a causa dall’outsourcing o delocalizzazioni della produzione verso paesi in via di sviluppo come la Cina appunto, un effetto indiretto della liberalizzazione commerciale a livello globale, la famigerata globalizzazione e allungamento delle catene di fornitura occidentali verso dove faceva più comodo, a costo di sfruttare la manodopera a basso costo e i molto più blandi, se non assenti, vincoli ambientali.

Ecco il prezzo che ora stiamo pagando, ma anche i veri responsabili, che di fatto non stanno calando le loro produzioni.

Curve di emissioni totali di gas serra dalla rivoluzione industriale ad oggi

3- La crescita della popolazione mondiale e il riscaldamento globale sono due delle maggiori questioni che l’umanità si trova attualmente ad affrontare. Vi sarà necessità di un raddoppio della produzione agricola in quattro decenni, un aumento dei consumi idrici (già del 30% entro il 2030) ed entro la metà del XXI secolo sistemazioni urbane per tre altri miliardi di persone (con notevoli effetti sul cambio d’uso del suolo e sulle emissioni di gas serra).

Si aggiunga la crescente domanda energetica per sostenere la crescita economica tanto nei paesi post-industriali, in quelli industriali e in quelli di recente industrializzazione, tenendo conto di una domanda che raddoppierà entro il 2050.

Si tratta di due questioni collegate tra loro: un tasso di crescita della popolazione più elevato implica più emissioni di gas serra e una maggiore percentuale di persone esposte alle catastrofi naturali provocate dai cambiamenti climatici.

Curve e contributi di popolazione globale

4- Un altro problema è che i report di IPCC hanno sempre sottostimato sia i fattori dell’aumento delle temperature, sia gli effetti finali, peccando quindi sempre di ottimismo, tant’è che ogni nuova versione del rapporto, incluso il sesto, ha sempre peggiorato le previsioni dei precedenti: potremmo quindi supporre che anche previsioni così fosche siano comunque di nuovo sottostimate rispetto alla realtà che ci aspetta, anche perché vi sono fenomeni non lineari e di retroazione estremamente complessi da tenere in conto, come lo scioglimento dei ghiacci e la liberazione delle enormi sacche di gas metano (il gas maggiormente climalterante) con lo scongelarsi del permafrost artico, fenomeno purtroppo già abbondantemente cominciato, gli incendi sempre più frequenti. Va poi considerato che l’aumento della temperatura media si traduce localmente in varianze anche estreme rispetto a quella media, soprattutto sulla terra ferma piuttosto che sull’oceano, nei bacini come quello padano, o nelle zone artiche, dove le variazioni dalla media sono anche ormai di oltre 10 gradi.

5- Ma il problema principale è poi il seguente: né le strategie europee, né tanto meno quelle degli altri continenti, sembrano essere credibili, o sono comunque insufficienti, sulla prevenzione e riduzione dell’inquinamento limitando le emissioni sulla base dei Rapporti elaborati dall’IPCC e questo vale anche per la strategia italiana del PNRR, che pur essendo dichiaratamente insufficiente, del resto è comunque stata approvata dalla Commissione Europea con tanto di Cerimonia a Roma con la sua presidente V. Der Leyen in persona. I tentativi di costituire un accordo a dimensioni globali non ha avuto certo risultati convincenti (si vedano anche le varie COP), ma oggi sono sempre maggiori le perplessità che esso solleva anche dal punto di vista scientifico, perplessità che non fanno altro che accelerare la corsa verso uno stato di squilibrio climatico irreversibile.

A proposito di squilibrio, vorrei spiegare qual è il grande rischio che forse abbiamo già corso, giocando a dadi con il concetto di “metastabilità”, come illustrato nella figura sottostante: ogni stato fisico, come quello dell’atmosfera, del clima, della temperatura media, ha dei suoi punti di equilibrio che, se turbati entro certi limiti, riportano il sistema alle condizioni di partenza (stati 1, 3, 5). Se tuttavia le perturbazioni e sollecitazioni attorno ad un punto di equilibrio superano una certa soglia o barriera di resistenza (punti di massimo relativo 2, 4), il sistema non torna più nello stato di equilibrio iniziale ma entra nel successivo e diverso stato di equilibrio dove magari la temperatura media è +4, +5 o +6 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. Ecco, dato che l’aumento di temperature innescato ora è dichiaratamente irreversibile, questa è la prova che purtroppo le nostre azioni hanno già ora fatto entrare l’atmosfera verso lo stato di equilibrio successivo (stato 3), senza che si possa tornare indietro, anche se si smettesse oggi ogni produzione di gas climalteranti: un nuovo equilibrio fisico che senza dubbio in pochi decenni potrebbe spazzare via la maggior parte della vita per come la conosciamo ora sulla Terra, fermo restando che non sappiamo a che temperatura si riassesterà tale punto di equilibrio: il problema è che questa informazione ad oggi non ce l’ha nessuno, l’unica certezza è che alle temperature precedenti (stato 1) non si torna più indietro.

Stati di meta-equilibrio

Finché non si capirà che un mondo già abbondantemente bulimico di consumi e di crescita non può più crescere oltre, ma solo decrescere, anche perché le sue risorse sono finite, finché si continuerà a voler spingere la crescita economica e il PIL delle Nazioni perché questo vogliono i mercati finanziari, non ci sarà nessun cambio di tendenza o nessuna frenata nemmeno della catastrofe ecologica e climatica che sta attraversando il nostro pianeta per colpa nostra.

Nè tanto meno varranno le ipocrite prese in giro dello “sviluppo sostenibile”, ossimoro che non può esistere per definizione, le transizioni solo economiche e tecnologiche proposte dalle tecnocrazie neoliberiste che governano la maggior parte delle nazioni attuali, nulla varranno i Ministeri della finta “transizione ecologica” che in realtà si occupano per niente di ecologia e biodiversità e soltanto di allocare gli enormi fondi messi a disposizione a debito per una improbabile quanto inutile transizione tecnologica, nulla varranno le transizioni ecologiche dell’economia (le green economy) senza una reale decrescita che rimetta al centro della politica e delle azioni quotidiane la spiritualità, la parsimonia, la riduzione di eccessi e sprechi, la contemplazione e il rispetto del Creato e la Natura di cui facciamo parte, la semplificazione generale del mondo e dei modelli di vita, la rivitalizzazione delle buone pratiche che ci vengono dal passato: questi sono i veri ingredienti della sostenibilità, gli unici che possano ancora provare a contenere gli effetti irreversibili del nuovo stato di disequilibrio globale innescato da una crescita infinita impossibile da sostenere, e ormai sfuggitaci di mano.

Purtroppo, nonostante quanto sostenuto dai climatologi, di fronte a quanto sta già accadendo, a tenerci in scacco c’è il lavoro delle lobby delle multinazionali e delle industrie petrolifere, che hanno in mano tutti i più importanti canali di informazione, e che andrebbero invece resettate, dato lo stato di estrema emergenza. Il rapido aumento del numero di persone dei paesi industrializzati preoccupate per l’ambiente e i cambiamenti climatici non basta a determinare un concreto cambio di rotta nelle scelte politiche dei nostri Governi. Il negazionismo predicato dagli interessi delle multinazionali e diffuso dai media non arretra e continua a risultare vincente. A favorire poi questo tragico stato di cose è anche una specie di apartheid mentale, di cui ha scritto in maniera esemplare Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network :“Noi abitanti della Terra, poi, affetti da una sorta di apartheid mentale che ha eretto una imponente barriera psicologica tra l’uomo moderno e il resto della realtà. La nostra tendenza a “sentirci fuori dal problema” appare evidente anche nel modo in cui opponiamo resistenza all’idea che il genere umano sia parte integrante della natura, solo una delle moltissime specie che occupano il pianeta. Questa frattura artificiale rende più difficile comprendere la concezione ecologica di un mondo finito. Il nostro apartheid mentale deve essere abbattuto”.

Così come la politica globale ha saputo imporre, a torto o a ragione, una sorta di dittatura sanitaria (questo è il lockdown) a fin di bene per cercare di contenere il diffondersi del virus Sars Cov 2, allora non si capisce perché, a maggior ragione, non si riescano ad intraprendere lockdown globali selettivi, concordati, remunerati a chi subisce chiusure, ai settori che notoriamente sono i più impattanti per il pianeta, come quello petrolifero, le estrazioni, i trasporti marittimi, aerei, terrestri, perché non si riducano o annullino per legge i voli e le crociere per diletto, non si pongano limiti alle produzioni impattanti come le acciaierie, non si limitino gli scambi e i trasporti globali di merci, imponendo alle catene di fornitura di rinforzarsi in loco, vietando le produzioni delocalizzate: non solo non morirebbe nessuno, ma anzi, questo sarebbe essenziale per cercare di far sopravvivere il mondo. Eppure nulla di questo viene nemmeno discusso, figurarsi proposto.

L’emergenza climatica e ambientale è molto più critica del Covid, avrà un impatto devastante sulla società e sull’economia basate sugli attuali criteri, e richiederebbe misure molto più drastiche di quelle prese per cercare di contenere il virus: perché non lo si fa, utilizzando l’occasione per rimodellare i modelli economici verso transizioni davvero sostenibili ed ecologiche, e per ridefinire la società e il nostro rapporto con la Natura?

Non ci resta perciò che trovare il modo di portare la politica, oggi sorda e miope, verso una visione che smetta di perseguire la finalizzazione dell’economia alla “ ripresa” e alla crescita (modello Green New Deal e PNRR), obiettivi che, inevitabilmente, comporteranno un aumento delle emissioni di CO2 e degli altri fattori inquinanti che hanno già reso gravissima l’attuale crisi ecologica, marciando così rapidamente verso l’autoannientamento della specie umana, ma intraprendere invece una nuova politica economica unicamente vocata all’ecologia e che persegua l’equilibrio tra tutte le forme di vita sulla Terra.

Foto di Cristian Ibarra da Pixabay

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