Competizione o collaborazione?

di Gaetano Pascale

“Dobbiamo essere competitivi”. E’ un concetto espresso con una frequenza sempre maggiore da politici, economisti, giornalisti. E ormai di fatto la competitività di un’azienda, di un territorio, di un paese, viene considerata a tutti gli effetti un valore positivo, perché grazie alla capacità di competere si riesce a fronteggiare la concorrenza e assicurare la salute economica di un comparto, posti di lavoro e così via.

La conseguenza, quasi sempre taciuta, di questa sorta di dogma è che per stare meglio un individuo, un’azienda, uno Stato, è necessario che un analogo soggetto debba stare peggio. Una sorta di perenne tiro alla fune, per accaparrarsi risorse, clienti, vantaggi, togliendoli ad altri, meno scaltri o semplicemente più deboli.

Pertanto, nel medio e lungo termine, la competizione porta inevitabilmente ad avere dei vincitori e dei vinti.

Quello che non viene mai preso in considerazione quando si teorizza la necessità di essere competitivi, è il destino di chi la competizione la perde. E gli effetti che producono gli sconfitti, sul piano sociale ed economico. Infatti non stiamo parlando di una gara a eliminazione diretta, dove chi perde viene eliminato e chi vince va avanti, nella vita come in economia gli sconfitti, per fortuna, continuano a esistere e, soprattutto, continuano a interagire in qualche modo con i vincitori.

Questa certezza dovrebbe far riflettere anche coloro che non hanno la solidarietà e la cura verso i più fragili nelle proprie corde, in quanto avere un’azienda che chiude perché perde la competizione del mercato, significa avere delle persone che restano senza lavoro, avere una filiera di un Paese concorrente che va in crisi, significa ritrovarsi uno squilibrio sociale che prima o poi ci presenta un conto che dovremo pagare. Per esempio, i produttori di pomodoro del Ghana sono stati messi in ginocchio dalla passata di pomodoro UE che arrivava a prezzi stracciati nel loro Paese. Successivamente molti di quei contadini ridotti alla fame da questa “competizione”, ce li siamo ritrovati a raccogliere pomodori in Italia per pochi spiccioli, spesso alimentando caporalato e discriminazioni di ogni genere.

Altro caso emblematico riguarda le compagnie aeree. Di fronte a un numero di passeggeri che cresce di anno in anno (nel 2017 oltre 8 miliardi) e quindi più clienti per le compagnie, ci sono fallimenti sempre più frequenti, anche tra le compagnie low cost, vittime di un meccanismo che in teoria doveva servire per battere la concorrenza. Intanto i lavoratori che restano senza lavoro diventano un costo di cui la collettività è chiamata a farsi carico.

Come dovrebbe far riflettere il fatto che in un contesto globalizzato come quello in cui stiamo vivendo, la competizione non si svolge, praticamente mai, ad ‘armi pari’.

Stiamo assistendo, infatti, a una serie infinita di concentrazioni aziendali, attraverso fusioni e acquisizioni, in tutti settori, con la creazione di colossi economici in grado di condizionare mercati, leggi e attività, il cui strapotere diventa sempre più difficile da arginare. Perciò queste multinazionali, in nome del profitto a tutti i costi, oltre a spazzare via dal mercato tante piccole aziende, tendono a ridurre la libertà di azione delle persone e dei popoli. Del resto quando ci si attrezza per competere, ci si attrezza per essere più forti di altri concorrenti. E tra le leve usate per diventare più forti troppo spesso ci sono quelle che consumano risorse ambientali e danneggiano i diritti delle persone, alimentando le grandi emergenze del nostro tempo.

Per invertire la rotta, non si tratta di teorizzare l’assenza di qualsiasi meccanismo competitivo, bensì di iniziare a porre dei limiti a una competizione sempre più spinta che finisce per penalizzare tutti, in cui anche i carnefici sono destinati a diventare vittime del sistema prima o poi.

Se è vero che la competizione nasce e si esaspera in tutti quei contesti dove tutti fanno la stessa cosa, dove i desideri sono gli stessi e tutti vogliono utilizzare gli stessi strumenti, è evidente che per ridurre il livello di competizione bisogna valorizzare le differenze fra territori, popoli e persone.

In un mondo che impara a coltivare e curare le diversità diventa molto più facile innescare collaborazione e cooperazione, in modo da far sì che ci siano sempre più soggetti complementari e meno soggetti concorrenti. Solo abbassando il livello di competizione e avviando processi di cooperazione sarà possibile arrivare a garantire, almeno per i diritti fondamentali, un livello minimo a tutto il genere umano.

Perché in un mondo che la globalizzazione ha reso simile a un grandissimo condominio, in cui le connessioni fra gli abitanti sono diventate frequenti e inevitabili, nessun vincitore potrà sentirsi effettivamente tale fino a quando ci saranno tante persone che reclamano l’essenziale.

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