Considerazioni dalla quarantena – un effetto circolare

di Roberto Canola

 

La condizione di segregazione che stiamo vivendo ci dà la dimensione di quanto siamo interconnessi con le scelte che facciamo, con quelle che subiamo e con le relative conseguenze.

Il mondo si è accorto, nel breve spazio di un mese, di quello che da anni si va dicendo a proposito dei limiti dello sviluppo, della incapacità di questo pianeta di poter sopportare la pressione umana derivante da attività antropiche, da emissioni climalteranti, dallo sfruttamento dei suoli, dagli allevamenti intensivi, dalle pratiche perpetrate nei mercati orientali (wet market) ai danni di molte specie di animali domestici e selvatici.

Nella particolare circostanza colpisce, ma non stupisce, la capacità del virus di trasferirsi da animale a uomo[1]. Sul motivo della sua comparsa infatti il Ministero della Salute tramite l’Istituto Superiore di Sanità dicono che “… La comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, precedentemente circolanti solo nel mondo animale, è un fenomeno ampiamente conosciuto (chiamato spill over o salto di specie) e si pensa che possa essere alla base anche dell’origine del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2). Al momento la comunità scientifica sta cercando di identificare la fonte dell’infezione”

Una ipotesi è che all’origine di questa nuova patologia si nasconda il commercio, spesso illegale, di animali selvatici vivi e di loro parti. Questa pratica è veicolo per vecchie e nuove zoonosi, e aumenta il rischio di pandemie che possono avere grandissimi impatti sanitari, sociali ed economici su tutte le comunità coinvolte.

La crisi ecologica che stiamo vivendo, di cui l’epidemia è una delle manifestazioni evidenti, deve farci alzare le difese immunitarie contro l’economia della crescita, vera responsabile della situazione attuale.

Come dice Anges Luis Lara, in un bellissimo articolo su El Diario del 29/03/20, tradotto da Pierluigi Sullo “Il principale pericolo che affrontiamo è considerare il nuovo coronavirus come un fenomeno isolato, senza storia, senza contesto sociale, economico o culturale”.

La nostra salute oggi è messa a repentaglio dal propagarsi di un virus che ha la sua origine in pratiche umane, anzi, disumane, che avvengono prevalentemente dall’altra parte del mondo (Cina, India, ecc.). In altre forme, con altre modalità e controllo anche in occidente si utilizzano pratiche di allevamento intensivo che in passato hanno dato esito ad epidemie trasmissibili all’uomo. Oggi sappiamo che l’agricoltura e l’allevamento intensivo sono parte delle cause del cambiamento climatico e sono correlabili alla diffusione di nuovi e vecchi virus.

Sempre nell’articolo di Anges Luis Lara si cita una pubblicazione del Biologo Robert G. Wallance pubblicato nel 2016 in cui si traccia la connessione tra la produzione intensiva nelle mega fattorie e l’eziologia delle epidemie esplose negli ultimi decenni. Sostiene ancora il biologo che, nonostante l’origine esatta del Covid – 19 non sia del tutto chiara ed essendo possibili cause dell’infezione virale tanto i maiali delle macro fattorie quanto il consumo di animali selvatici, questa seconda ipotesi non scagiona gli effetti diretti della produzione intensiva di animali.

Ma è la domanda di proteine animali che genera lo scompenso. In Europa si consumano mediamente 80/90kg di carne a testa, ogni anno negli stati Uniti e in Australia si sale a oltre 100/120kg a testa (oltre a tre etti al giorno per ciascun abitante). In India, tradizionalmente vegetariana, siamo arrivati a circa 15 Kg di carne pro-capite/anno.

Per far fronte a questa domanda è necessario destinare parte rilevante del territorio a culture finalizzate alla alimentazione degli animali con la conseguente riduzione del patrimonio forestale per effetto del disboscamento. Con la riduzione del patrimonio forestale si riduce la capacità di metabolizzare l’anidride carbonica mediante il processo della fotosintesi clorofilliana. Inoltre Il 25% delle emissioni dei gas clima alteranti sono dovute alle pratiche agricole e zootecniche intensive.

In altre parole gli allevamenti intensivi, oltre a immettere in atmosfera 1/4 dei gas che producono l’effetto serra, riducono la capacità di metabolismo per effetto della deforestazione.

Ma il processo si alimenta se si alimenta la richiesta. Allora la domanda è d’obbligo. Ma è proprio necessaria una alimentazione fortemente sbilanciata sull’assunzione di proteine animali?  È possibile pensare ad una alimentazione che riduca l’apporto di carne e più in generale di proteine animali nella dieta di adulti e bambini?

A queste domande dovrebbe iniziare a rispondere una politica sanitaria che vada oltre la gestione dell’emergenza e che faccia prevenzione a partire dalle cause primarie che danno origine alle epidemie e riduca quei facilitatori che consentono alle epidemie di diffondersi così facilmente.

Siamo stati aggrediti da un virus che in qualche modo abbiamo aiutato a contagiarci attraverso comportamenti inadeguati, pratiche e politiche alimentari discutibili, assenza di cultura della salute anche in occidente, indebolimento del sistema sanitario pubblico. Siamo senza gli anticorpi culturali che consentono alle malattie virali come al cambiamento climatico di colpire duro, molto duro.

Allora dobbiamo cambiare, non possiamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema. La normalità, ovvero ciò che diamo per scontato, è la supremazia dell’uomo sul resto del creato. L’antropocentrismo e l’etnocentrismo pervadono la cultura in particolare quella occidentale; il primato dell’uomo sul resto del regno vegetale e animale è alla base del delirio che stiamo vivendo e delle conseguenze che stiamo sopportando.

La correlazione con la crisi ambientale è tutta qui. Quella che fino a poco tempo fa consideravamo una minaccia derivante dalla globalizzazione oggi è una durissima realtà; la centralità dell’uomo e il suo dominio sulla vita e sulla terra mettono in seria crisi la relazione di interdipendenza che c’è tra i viventi e la loro casa. Ma poiché l’uomo, nonostante tenda culturalmente a sottrarsi, resta parte della natura, il disequilibrio a sfavore della Natura e della Terra si sta ripercuotendo anche sul genere umano.

La riconversione è dunque un fatto culturale; pensiamo di essere al centro del mondo e forse anche dell’universo, ragioniamo in termini di conquista, esproprio, trasferiamo questa centralità alle generazioni future, le istruiamo per essere predatori e detentori del potere sulla Terra (la conquista di altri pianeti è tra le priorità scientifiche e finanziarie delle superpotenze).

Dobbiamo insegnare alle generazioni future che esiste un rapporto diretto tra chi siamo e come e cosa mangiamo. Non possiamo più eludere questo rapporto, non possiamo non sapere da dove arriva ciò che mangiamo, come viene prodotto, con quali processi viene lavorato, se c’è o non c’è crudeltà in questi processi. Credo che pochi di noi generazione attuale siano in grado di uccidere un animale se lo allevano. Contrariamente ai nostri padri o ai nostri nonni che avevano con il mondo animale un rapporto di necessità, e per questo di sobrietà nell’uso della risorsa, a queste generazioni non è dato conoscere come arriva sul piatto ciò che si mangia.

Per questo dobbiamo distinguere tra cura e salute: la cura è compito dei medici e della medicina, il più possibile allargata e olistica, la salute è compito degli individui e della politica. La salute deriva direttamente dal modo in cui si conduce la propria esistenza in un rapporto fortemente interconnesso tra noi e il mondo di cui il cibo è uno dei transiti.

La riconversione deve trovare spazio nelle tradizionali “agenzie educative” tra cui la famiglia, la scuola, i media, i social per sollecitare una educazione e una proposta alimentare che preveda di ridurre l’apporto di proteine animali e l’introduzione di diete vegetariane e vegane o quanto meno la possibilità di avere una offerta ed una possibilità di scelta in tal senso diversificata. Questo particolare aspetto certamente impatta sul senso e sul pensiero comune e sulla resistenza culturale a praticare una alimentazione che non preveda la soppressione di altri viventi. Ma è il tema al centro del problema che stiamo vivendo.

Una alimentazione che provenga da una agricoltura sostenibile su piccola e media scala, prevalentemente basata sui vegetali, non creerà mai difficoltà di questo genere: nessun patogeno dagli animali selvatici e di allevamento, nessun bisogno di distruggere la natura, perché se ci nutriamo direttamente di vegetali, anziché coltivarli per gli animali d’allevamento, consumiamo 7-8 volte meno risorse, nutrendo tutti.

Inoltre gli allevamenti e la correlazione con l’agricoltura intensiva consumano una quantità d’acqua molto maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali o verdure per il consumo diretto umano, introducendo una ulteriore criticità nel già critico equilibrio rigenerativo della risorsa idrica.

Come condurre l’uomo verso la riduzione del surplus dei propri bisogni, verso il contenimento della propria impronta nei confronti della biosfera, verso la sostenibilità cioè verso quell’equilibrio tra quanto immettiamo in termini di scarti e quanto l’atmosfera riesce a metabolizzare, tra quanto consumiamo in termini di riserva di risorse disponibili e quanto la fotosintesi è in grado di trasformare?

Come condurre la totalità del genere umano, quale parte oggi dominante dell’ecosistema, a rivedere autonomamente la propria posizione, senza che intervenga l’apporto determinante di una forza esterna devastante come un virus?

Gli scenari ipotizzati nei vari modelli previsionali della pubblicazione “I limiti dello sviluppo” che fissavano, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso fino alle più recenti conferme di tali scenari definiti da “I nuovi limiti dello sviluppo”, non sono stati sufficienti a destare la società, l’imprenditoria e la politica sulla necessità di adottare urgentemente strumenti e misure per la transizione verso un modello sociale ed economico sostenibile.

Il tempo intercorso da quando si rendevano pubbliche le prime conclusioni e i primi segnali che un cambiamento climatico era in corso ed il tempo attuale in cui la crisi ecologica mostra la sua faccia pandemica non è stato tempo utile al sistema – mondo per elaborare teorie e prassi che consentissero un ripensamento del modello di sviluppo. Il tentativo di rispondere al progressivo evolvere della crisi ecologica con una economia che tentasse di ridurre la pressione sull’ambiente senza ridurre la quantità di merci prodotte e quindi le emissioni rilasciate nell’atmosfera, è fallito miseramente[2].

Non sono sufficienti i disastri conseguenti al cambiamento climatico, le alluvioni, lo scioglimento dei ghiacciai, gli incendi devastanti, la perdita di fauna selvatica la scomparsa di interi ecosistemi e la comparsa di atolli di polietilene.

Evidentemente è necessario uno shock di dimensione mondiale come il Covid–19 per poter portare l’attenzione su delle evidenze note da tempo, un evento traumatico che produce i suoi effetti nell’arco di brevissimo tempo e coinvolge, come in questo caso, la quasi totalità dei paesi del mondo.

La potenza distruttiva di un minuscolo agente biologico di grandezza infinitesimale, (da 28 a 200 miliardesimi di metro), è impressionante. Ed è altrettanto impressionante come un frammento biologico sia in grado di piegare sistemi economici, mettere in crisi società complesse rese fragili e vulnerabili dall’effetto sorpresa, dal non poter immaginare che l’uomo possa essere vittima di sé stesso.

Come possiamo mettere in discussione la cultura antropocentrica, se non attraverso una lettura critica, attiva e propositiva, di un diverso modello relazionale tra la Terra e i suoi abitanti?

Come possiamo cogliere questa drammatica occasione di risveglio se non interrogandoci sul potenziale rigenerativo che questa condizione attuale ci consegna?

Sarà la volta buona che l’ecologia e l’economia possano stringere un’autentica alleanza piuttosto che conservare come è avvenuto fino ad ora talvolta posizioni contrapposte ed antagoniste tal altre posizioni fintamente sintoniche come è avvenuto nell’era dello sviluppo sostenibile?

Non ci sono soluzioni prêt-à-porter, ma occorre prefigurare un diverso modello economico ed ecologico ispirato alla sostenibilità ambientale, alla capacità di ridurre drasticamente la nostra impronta sul pianeta, un modello che riporti l’uomo all’interno del sistema ecologico.

Non è una scelta, è una necessità.

Photo by Evgeni Tcherkasski on Unsplash

 

[1] Sul sito del WWF si legge, a proposito della modalità di trasmissione ” Recenti studi dimostrano, infatti, la somiglianza tra il SARS-CoV-2 e altri coronavirus simili presenti in alcune specie di chirotteri (pipistrelli), che potrebbero aver costituito il serbatoio naturale del virus.…Secondo i ricercatori cinesi della South China Agricultural University, a facilitare la diffusione del nuovo coronavirus potrebbero essere stati i pangolini, piccoli mammiferi insettivori, le cui 8 specie esistenti sono tutte a rischio estinzione. I pangolini sono gli animali più contrabbandati al mondo per via delle infondate credenze sui poteri curativi delle loro scaglie, ma anche per la loro carne. Nel frattempo, altre ricerche condotte da un team dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, suggeriscono invece che l’origine della pandemia si possa rintracciare proprio nei pipistrelli venduti vivi e macellati nei mercati cinesi, da cui si sarebbe trasmessa da animale a uomo e successivamente per via respiratoria tra gli umani, tramite fluidi, colpi di tosse, starnuti”.

[2] Negli ultimi vent’anni abbiamo creduto di poter aumentare il PIL riducendo le emissioni. Non è successo, e non succederà mai. I concetti improbabili di “sviluppo sostenibile” e “crescita verde”, una sostanziale finzione statistica, hanno contribuito in maniera determinante a far sì che l’allarme sulla salute del pianeta venisse ignorato. Oggi ne paghiamo le conseguenze. Il rapporto dell’European Environmental Bureau, pubblicato nel luglio 2019, pone una questione non più rinviabile: le politiche dei governi devono andare oltre la crescita (Francesco Paniè   09 Agosto 2019 – Comune Info).

 

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