Crisi climatica: “I governi devono imporre una pianificazione seria alle imprese: non bastano le carote, ora servono i bastoni”
Approfondimento sull’articolo di Mauro Del Corno su Il Fatto Quotidiano
Nel suo articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, Mauro Del Corno lancia un appello urgente: trattare la crisi climatica come una vera e propria guerra globale. Il pezzo, ricco di dati e riflessioni, invita a ripensare radicalmente il modello economico dominante, criticando il ruolo passivo dei governi e quello attivo, ma dannoso, delle grandi aziende energetiche. In questo approfondimento, analizziamo i passaggi chiave del suo ragionamento, proponendo anche una riflessione conclusiva.

La crisi climatica: una guerra silenziosa
La crisi climatica viene presentata come una catastrofe annunciata, della stessa portata di un conflitto mondiale.
“Cosa sareste disposti a fare per evitare una guerra mondiale e centinaia di milioni di morti? Probabilmente qualsiasi cosa. Ed è in questa categoria dimensionale di problemi che andrebbe collocata la crisi climatica in atto.”
Secondo Del Corno, è ormai necessario adottare una “economia di guerra” anche per il clima, dove le attività economiche vengano coordinate dall’alto. Solo così sarà possibile reagire nei tempi e con l’efficacia necessaria.
Il fallimento del mercato
L’articolo attacca apertamente il modello neoliberista, che per decenni ha affidato ai mercati la gestione della transizione ecologica.
“In pochi ambiti la litania neoliberista ‘Markets know best’ (i mercati sanno e agiscono meglio), si è rivelata fallimentare come in quello ambientale.”
Le imprese energetiche private operano legittimamente in nome del profitto, ma non hanno alcun interesse strutturale a garantire la salvezza collettiva del pianeta. Gli impegni “volontari” non sono vincolanti, e di conseguenza inefficaci. I consumi di carbone, petrolio e gas continuano ad aumentare, mentre gli investimenti nelle rinnovabili calano. Il risultato è che le emissioni globali di CO₂ crescono, nonostante le continue promesse.
L’urgenza di una pianificazione pubblica
J. Timmons Roberts, professore alla Brown University, fornisce un’analisi impietosa:
“Per avere una transizione ordinata dai combustibili fossili, non bastano le carote, servono anche i bastoni. Vale a dire legislazioni e regolamenti, con obiettivi e tempistiche chiari.”
Roberts ribadisce che i mercati hanno fallito e che è ora di passare a una pianificazione pubblica vincolante. La gestione volontaria delle multinazionali ha dimostrato di non saper (o non voler) affrontare la crisi climatica con serietà.
Il ruolo delle lobby e della grande finanza
Un ulteriore ostacolo alla transizione ecologica è rappresentato dal potere delle grandi compagnie energetiche. Dal 2010 a oggi, BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e Total hanno speso oltre 250 milioni di euro per influenzare le politiche ambientali dell’Unione Europea. Gli effetti di questo lobbying sono visibili nell’estrema timidezza delle regolamentazioni in vigore.
In parallelo, la grande finanza – che avrebbe potuto spostare i flussi economici verso progetti sostenibili – ha scelto di non farlo, lasciando campo libero alla logica del massimo rendimento immediato.
I limiti dell’intervento pubblico (quando c’è)
Del Corno riconosce che il controllo pubblico non garantisce automaticamente attenzione all’ambiente, ma lo considera comunque una condizione necessaria per qualunque strategia seria. Tuttavia, molti governi – pur dichiarando impegni climatici – continuano a investire nei combustibili fossili: dagli Stati Uniti di Biden al Brasile di Lula, dalla Cina alla Germania, si vedono politiche contraddittorie, incerte o addirittura regressioni.
La necessità di un’azione internazionale immediata
Secondo Roberts, è impensabile aspettare la creazione di nuove istituzioni globali. Servono azioni urgenti e coordinate da parte degli organismi internazionali già esistenti, come:
- l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO),
- il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
- le banche centrali e i ministeri del Tesoro dei grandi paesi.
Tra le soluzioni ipotizzate, ci sono tasse internazionali sui voli aerei, sui carburanti per il trasporto, e sulle transazioni finanziarie, che potrebbero alimentare un fondo globale per il clima, gestito in modo condiviso.
Riflessione finale
Il messaggio di Del Corno è chiaro: non possiamo più permetterci di lasciare la salvezza del pianeta alle logiche del profitto. La crisi climatica è troppo grande e troppo urgente per essere affrontata con strumenti deboli o volontari. Serve un cambio di paradigma radicale, in cui la politica torni a esercitare il suo ruolo guida, anche contro gli interessi delle multinazionali e della grande finanza.
Il futuro, se vogliamo che sia vivibile, dipende dalla nostra capacità di immaginare e costruire un sistema economico e politico capace di salvare, anziché distruggere. E il tempo per farlo è quasi scaduto.
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