(di Lorenzo Raspanti)

Quante volte, assistendo a fatti di cronaca, ci pervade un senso di impotenza e di fragilità che si tramuta spesso in malcelato ed inconfessabile fastidio? Ed ecco che ci affidiamo al caso, al tragico destino, al fato, peggio, alla punizione divina e dopo che ci auto assolviamo ci pervade una vacua inconsistente allegra noncuranza, tentiamo di fuggire al dolore, alla sofferenza empatica che ci connatura e che disgraziatamente non riconosciamo più. Nella prefazione del saggio “Nel tempo dei mali comuni” di Orlando Franceschelli, Telmo Pievani afferma, citando l’autore, come una “pedagogia della sofferenza può combattere le cause di infelicità di ogni essere vivente e insegnarci una saggezza terrena e solidale”. Solo dalla consapevolezza dei nostri limiti e abbandonando la visione antropocentrica, possiamo parlare al presente e pensare al nostro futuro. Solo un’analisi accurata, rigorosa, e scientifica del passato potrà farci comprendere bene ciò che occorre ed è giusto fare.

Nel mese di dicembre dell’anno appena passato quattro gravi fatti, apparentemente non connessi tra di loro, hanno interessato l’opinione pubblica nazionale. Il primo è accaduto in Sicilia nel comune di Ravanusa, dove nella notte dell’11 dicembre lo scoppio causato da una perdita di gas della rete pubblica ha provocato la morte di nove persone sotto le macerie delle proprie case, e lo sfollamento di tante famiglie.

Sempre in Sicilia prima dell’alba dell’ 11 dicembre, a causa dell’esondazione del fiume San Bartolomeno, dovuta alle eccezionali e imprevedibili continue piogge, a Castellammare del Golfo è crollato il ponte della strada statale 187, importantissima e vitale arteria per tanti paesi della provincia di Trapani.

Il 12 dicembre in periferia di Torino l’incendio di un deposito di materie plastiche ha provocato una nube tossica che ha coperto il cielo dell’intera città. E, per terminare, sempre a Torino la mattina del 18 dicembre, due gru di cui una mobile ed una fissa sono crollate uccidendo tre operai.

Cronaca di disgrazie annunciate.

Le statistiche delle morti sul lavoro e i dati forniti dall’osservatorio di Bologna, di Carlo Soricelli (https://cadutisullavoro.blogspot.com/ ) in Italia degli ultimi 14 anni, in crescita lineare sono veramente assurdi, disarmanti e preoccupanti. Parlano il linguaggio dei freddi numeri, ma dietro ad essi ci sono i volti e le storie di migliaia di persone ingiustamente scomparse. “Report morti sul lavoro nell’intero 2021. Nel 2021 sono morti 1404 lavoratori per infortuni sul lavoro, di questi 695 sui luoghi di lavoro, con un aumento del 18% sui luoghi di lavoro rispetto all’anno 2020, ma l’anno scorso c’è stato il fermo covid (nel nostro monitoraggio non ci sono i lavoratori morti per infortuni da covid). Rispetto al 2008 anno di apertura dell’Osservatorio l’aumento dei morti sui luoghi di lavoro è del 9%. In questi 14 anni non c’è stato nessun miglioramento.” È legittimo pensare che nei quattro disgraziati casi possa esserci stata una scarsa o inesistente pratica di controllo e manutenzione? Che i sistemi di sicurezza debbano essere molto più accurati e rigorosi? È altrettanto evidente che la persistente crisi economica abbia mortificato ogni idea di prevenzione e cura. Sull’altro fronte, a peggiorare tutto, è lo stato obsolescente delle nostre infrastrutture, il degrado ambientale, congiuntamente al dissesto idrogeologico del nostro complesso e fragile paese colpito a morte da una politica insensata che lega l’idea malsana di sviluppo, di presunto progresso e benessere a nuove “grandi opere” alla cementificazione selvaggia; nel solo 2019 sono andati persi circa 16 ettari al giorno, di suolo agrario, 57 chilometri quadrati in un anno (dati emersi dal Rapporto Ispra Snpa sul consumo di suolo in Italia 2020). Suolo artificializzato, cementificato, degradato. Ogni anno ciò provoca disastri e perdite di tantissime vite umane. È meglio curare e prevenire o piangere morti? I rimedi, spesso rattoppi inadeguati e dannosi, sono dettati da una politica del territorio che insegue sempre, e a fatica, gli eventi nefasti, da decenni siamo in perenne stato emergenziale. A quando una politica seria, accorta, previgente che curi e ami veramente il bene comune?

Ancora un appunto: spesso nella vulgata giornalistica e non solo, sentiamo parlare di mal tempo, di eventi imprevedibili ed eccezionali. Come se il cambiamento climatico non esistesse, si continua a dubitare, o peggio a negare che, la vera causa di tantissimi disastri è lo scriteriato e scellerato comportamento di noi esseri umani, e l’assurdo pensiero antropocentrico che ancora guide le nostre azioni.

Nulla c’entra il fato, o peggio, l’infausta natura.

In “Cronaca di una morte annunziata” di Gabriel García Márquez i personaggi assistono inermi all’evolversi del dramma e poi si chiedono come possa essere accaduto, così l’umanità sta procedendo verso il punto di non ritorno distruggendo gli equilibri dell’ecosistema. Ciò che deprime ancor di più è l’inadeguatezza delle risposte che si stanno timidamente, anzi ipocritamente tentando di dare a livello planetario. Parliamo di futuro, ma non sappiamo leggere il presente e nemmeno bene il passato in una catatonica cosciente incoscienza.

Parafrasando la critica al romanzo di Marquez, Rossana Rossanda sul manifesto scrisse:

“Questo non è il dramma di una fatalità, ma il dramma della responsabilità” individuale e collettiva.

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