CSA, Comunità al servizio dell’agricoltura

È l’aprile del 2021 quando Terrestra compone la sua prima cassetta di verdure miste coltivate direttamente.
Terrestra è una CSA, Comunità che Supporta l’Agricoltura, e in quel momento è composta da 20 persone. Nel giro di quattro anni diventeranno oltre 60 nuclei familiari, che ritireranno e mangeranno più di otto tonnellate di verdura all’anno, generando anche la creazione di un ulteriore posto di lavoro.

Io sono Silvia, una delle fondatrici di Terrestra e vi racconterò come siamo arrivate fin qui.

Il nostro passato non è contadino: veniamo dall’arte e dall’economia, ma siamo accomunate da anni di riflessione e approfondimento su temi come energia, clima e cibo. Questa passione ci ha portate, nel 2013, a prendere in gestione il Podere Casetta – poco meno di sette ettari in piena Romagna, tra Lugo e Sant’Agata sul Santerno – di proprietà della mia famiglia. Lì abbiamo trasferito le nostre abitazioni e gli studi.
Chiediamo subito la certificazione biologica e iniziamo a piantare alberi e cespugli creando così ampie aree boschive e siepi lungo tutto il perimetro del podere.
Acquistiamo trattori e mezzi di seconda mano per gestire i due ettari di frutteto e i due di vigneto. Non usufruiamo di alcun contributo europeo perché abbiamo superato i 40 anni, età massima prevista per l’accesso ai finanziamenti.
Cominciano anni emozionanti e difficili, in cui la scoperta della meraviglia della natura si alterna alla frustrazione di non conoscere ancora le dinamiche del mondo agricolo. Per commercializzare la frutta ci affidiamo all’unica cooperativa di distribuzione della zona: un colosso con oltre 300 dipendenti e un utile consolidato di 2 milioni di euro nel 2023 (fonte).
Questa cooperativa ritira frutta, verdura e uva da chi coltiva e le rivende alla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), in Italia e in Europa.

La stessa cooperativa ci fornisce la consulenza di un agronomo e, tramite una sua controllata, ci vende i fitofarmaci.
Ci troviamo così a raccogliere frutta acerba – perché dovrà viaggiare per centinaia di chilometri – con un percentuale di scarto mai inferiore al 40%.
I motivi dello scarto?

Forme non conformi agli standard (troppo allungata, troppo tonda), piccole imperfezioni della buccia dovute dallo sfregamento del frutto al vento. Quasi sempre, la frutta scartata non viene pagata. Il resto viene valutato qualche decina di centesimi al chilo.
Il prezzo lo conosceremo solo a fine anno, dopo le contrattazioni della cooperativa. L’importo ci verrà accreditato in quattro rate durante l’anno successivo alla raccolta. I fitofarmaci, però, vanno saldati entro 60 giorni dall’acquisto.

Restiamo intrappolate in questo sistema per sette anni, impoverendoci sempre di più.
Alle strette della GDO si aggiungono grandinate, gelate ed estati roventi che ‘‘cuociono’’ letteralmente la frutta ancora appesa ai rami.

Per diversificare la produzione iniziamo a coltivare ortaggi e partecipare ai mercati contadini.
In questo nuovo contesto ci accorgiamo di quanto sia importante il dialogo con la comunità che ci circonda. I momenti dell’acquisto diventano occasioni di confronto su tematiche politiche fondamentali: il diritto all’accesso a un cibo sano, equo, prodotto attraverso un’agricoltura agroecologica e rigenerativa. 

Sono anni in cui la dissonanza tra le nostre aspettative e il mondo di cui facevamo parte diventa sempre più profonda.
Non ci riconoscevamo nelle tecniche agronomiche prevalenti, nello sfruttamento dell’ambiente, delle persone – incluse noi stesse, dei viventi non umani e nel disvalore attribuito al nostro lavoro.

È in questo periodo che decidiamo di approfondire il concetto di CSA, cioè di Comunità che Supporta l’Agricoltura. Secondo questo modello – nato oltre 40 anni fa in Giappone – un gruppo di persone incarica una o più contadine/i di produrre il proprio cibo, stringendo un patto di medio-lungo periodo.

Un tale cambiamento di paradigma rende la comunità parte attiva nel processo di acquisto della spesa quotidiana perché le permette di acquisire una profonda consapevolezza di tutti gli aspetti legati all’agricoltura: agronomici, economici, organizzativi. La comunità partecipa così ad ogni fase dei processi produttivi e decisionali, condividendo i rischi e i benefici dell’attività agricola.

Il primo atto che le socie e i soci compiono è quello di garantire il pareggio di bilancio dell’attività agricola attraverso il pagamento di una quota annuale. Questa viene determinata dividendo tra tutti i membri della Comunità il totale dei costi previsti per il programma colturale.
Con questa azione comincia la nostra rivoluzione. Il prezzo del cibo non è più stabilito esternamente, ma coincide col suo valore reale: non esistono esternalità negative, ovvero costi occulti che vengono riversati sull’ambiente e sulla salute di chi lo abita; non ci sono sprechi, perché la pianificazione viene fatta all’approvazione di bilancio; non c’è sfruttamento.

Ogni socia o socio decide il proprio grado di coinvolgimento nel progetto: può venire in campo o partecipare ad alcune delle fasi del nostro lavoro, dalla pianificazione alla raccolta, dal lavaggio alla distribuzione.
Cosa riceve in cambio di questo sostegno? Verdura e frutta coltivate con tecniche che non alterano la biodiversità dell’ambiente in cui operiamo, anzi, la arricchiscono anno dopo anno.
La verdura viene raccolta al suo apice nutrizionale e distribuita entro poche ore, garantendo un cibo sano e completo. 

Poiché non dobbiamo più occuparci di inseguire la clientela, possiamo dedicarci pienamente al nostro lavoro, sperimentando tecniche che escludono del tutto l’uso di fertilizzanti e pesticidi, incluso letame e pollina.

Il numero di socie e soci è in costante crescita nonostante non facciamo alcuna pubblicità: il passaparola è il nostro unico strumento di diffusione.
Le giornate di ritiro della verdura sono momenti di confronto o anche solo di piacere nello stare insieme: spesso c’è chi porta qualcosa da spizzicare e da bere e ci si ferma a chiacchierare fino a tardi.
La CSA è per noi un esempio di utopia concreta, per citare Alexander Langer. Ci sembra l’unica soluzione possibile per una microazienda come la nostra, perché garantisce un reddito più stabile e un sostegno tangibile – anche psicologico!  –  da parte della comunità.

In questo lungo cammino, iniziato dodici anni fa, abbiamo assistito ad un progressivo cambiamento del podere, dell’ambiente che lo circonda e di noi stesse.
Abbiamo imparato che il valore dei beni comuni deve prevalere sugli interessi individuali; che il lavoro non è soltanto produzione e accumulo, ma cura e responsabilità condivisa. 

Abbiamo compreso che ogni soggettività – umana e non umana, più o meno capace e più o meno vulnerabile – può coesistere senza gerarchie di valore.

In sintesi, abbiamo capito l’importanza di riconoscerci come esseri ecodipendenti. 

Ogni cassetta che Terrestra distribuisce è un atto radicale: non è merce, è relazione.
È un’alternativa reale all’agroindustria, alla logica del profitto, allo sfruttamento sistemico di individui, umani e non umani, e dell’ambiente.
Coltivare cibo insieme, in una comunità che si autodetermina, significa rifiutare gerarchie tra viventi e rimettere la cura al centro.

Oggi Terrestra non è solo un luogo che produce cibo: è una pratica politica, ecologica e antispecista, economicamente autonoma e socialmente generativa.


Per seguire il corso di formazione su IT Accedi

Cosa sono le CSA? L’esperienza e le politiche di Terrestra, di Silvia Pattuelli vai su youtube.

Il link al corso di formazione La conversione economica dell’ecologia

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi!

Condividi questo contenuto!