DA RIABILITARE SEMANTICAMENTE IL TERMINE “VALORIZZAZIONE”

Quando apprendiamo della tragedia della Marmolada, o quando apprendiamo del distacco di roccia dal gruppo del Latemar, o quando apprendiamo della frana in località Fiames e quando  apprendiamo delle decine di episodi di “calamità innaturali” che piombano lungo le strade, sulle nostre montagne, sulle nostre vite, sulle vite degli animali, perché non scatta un pavloviano “riflesso condizionato”: FERMIAMOCI! Perché non riusciamo a stabilire un “nesso neuronale” prima che “culturale” tra l’obbligo di fermare qualsiasi ulteriore antropizzazione e il “dissenso consapevole e informato” alla prospettiva di nuove occupazioni di suolo rimasto integro e naturale? L’ambiente è ferito, è fragile: è come un corpo pieno di cicatrici e giocare a sfiorare con una lama una parte del corpo non ancora lacerato puo portare ad una nuova cicatrice. Abbiamo rimosso dallo spazio del nostro “conscio” la recente storia geologica che ci ricorda  che prima o poi, o qui o la, oggi o domani, domani o dopodomani, la natura compressa e deviata si riprenderà il suo spazio che abbiamo alterato. Vale per le Olimpiadi Invernali 2026, vale per la creazione di nuove strutture sugli spazi naturali sopravvissuti, vale per il divertimento e l’entertainement  protratto ad ogni costo su qualsisi terreno  e in qualsisi condizione. Giustamente Danilo Selvaggi della LIPU ci ricorda: “È una necessità di fondo: la disoccupazione umana del territorio. Siamo troppi e dovunque e portati a mettere a frutto ogni occasione e luogo. Questa logica spericolata ha causato una trasformazione territoriale globale, in atto (già realizzata) o in potenza (prossima alla realizzazione), nel senso che gli ambienti integri, “vuoti”, sono ancora tali solo perché ancora non ci siamo organizzati per riempirli, usarli “valorizzarli”. Valorizzare: un termine che meriterebbe (e meriterà) una vera e propria riabilitazione semantica.”

Schiavon Dante, Associato a SEQUS (Sostenibilità, Equità, Solidarietà)

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