EFFETTI DELL’INFOCRAZIA SULLA PERCEZIONE DELLE PROBLEMATICHE AMBIENTALI

“In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.”(Günther Anders. 1956 in “L’uomo è antiquato”)



La “privatizzazione dell’informazione” e la “sovrainformazione” sono i due fenomeni contemporanei che allontanano la gente comune dalla percezione della realtà e della “realtà ambientale” in particolare. La “privatizzazione dell’informazione” avviene in diversi modi e riguarda, oltre alla scelta dei “contenuti”, le “modalità” con cui i “contenuti” stessi vengono veicolati. I “social”, ad esempio, sono mezzi di comunicazione privati che diventano pubblici nel momento in cui vengono visitati, ma non lo sono per niente nelle modalità con cui vengono gestiti dagli ideatori o utilizzati dai fruitori attivi con le loro flotte di “comunicatori”. Molto spesso l’informazione sui grandi temi ambientali e che riguardano la “salute” delle persone, le condizioni del “pianeta”, “l’ecologia” dell’ambiente, il cambiamento del “clima”, viene privatizzata (e finanziata) dai potenti di turno e dai grandi gruppi economico-finanziari per mascherare la nocività del loro business. Anche la televisione, almeno in Italia, è per buona parte privata e quella pubblica viene privatizzata (lottizzata) dalle fazioni politiche al potere in una data congiuntura. Su queste basi il passaggio da “un’informazione indipendente” ad un tipo di “informazione-propaganda” è inevitabile, amplificato da una sostanziale e consociativa “condivisione di sistema” e di “visione di futuro” fra le compagini partitiche. Per restare nell’attualità, mi piacerebbe sapere quanti cittadini conoscono la posizione e le tante ragioni di coloro che si oppongono alla devastazione ambientale e allo sperpero di oltre 3 miliardi di denaro pubblico per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Inutile dire che per il 90% dei cittadini le Olimpiadi risulteranno “ecologicamente ed economicamente sostenibili”: glielo ripetono continuamente i canali informativi privati, lottizzati, privatizzati e non c’è partita per gli ambientalisti. Sempre per restare nell’attualità, vorrei sapere quanti cittadini non hanno esultato alla notizia del ritiro da parte dell’Unione Europea della proposta di legge sulla riduzione del 50% entro il 2030 dell’uso dei “pesticidi” in agricoltura o per l’obbligo di mettere a riposo il 4% delle terre coltivate. Si, perché alla maggioranza dei cittadini italiani non risulta esserci un’agricoltura pesantemente condizionata dai giganti dell’agroindustria (che si intascano la maggior parte dei fondi della Politica Agricola Comunitaria). Alla maggioranza dei cittadini italiani non risulta esserci un’agricoltura condizionata dall’uso massiccio di pesticidi, dalla presenza inquinante degli allevamenti intensivi, dal degrado e perdita di fertilità del suolo: tali aspetti non rientrano nella narrazione dei canali informativi privati, lottizzati, privatizzati. Gli effetti della “privatizzazione dell’informazione” si sommano agli effetti dell’altro fenomeno contemporaneo, quello della “sovrainformazione”: un “consumismo di informazioni” a disposizione di milioni di persone perennemente connesse 24h su 24h tramite i molteplici canali media e social. Ci troviamo di fronte ad una “sovrastruttura comunicativo-informativa” a diffusione globale che produce un flusso continuo di informazioni che talvolta ci colpiscono anche emotivamente, ma che non vengono metabolizzate da un normale “processo elaborativo cognitivo-neuronale” che richiederebbe invece tempo, concentrazione, attenzione, uso della memoria storica, studio, verifica, approfondimento. Si sta realizzando quanto teorizzato dal sociologo canadese Marshall McLuhan, il quale sosteneva che i media vanno studiati non soltanto per quanto riguarda i “contenuti” che trasmettono, ma anche e soprattutto per le “modalità” con le quali lo fanno. La massa di informazioni e di immagini proveniente dai nostri dispositivi digitali è talmente a getto continuo che non ci permette, dal punto di vista “neuronale-percettivo”, prima che “culturale”, un percorso lineare di elaborazione dei legami e delle relazioni spaziali e temporali della “realtà ambientale” che viene spezzettata e i singoli elementi non vengono legati al tutto. Ne risente, di conseguenza, l’economia dell’attenzione della nostra mente che ricorre a meccanismi istintivi di sopravvivenza dallo stress informativo di cui è vittima ed entra in una specie di modalità di “risparmio energetico” in cui il pensiero da “analitico” si fa “superficiale”, veloce e non richiede grandi risorse cognitive. Il pensiero abbandona così la sua “missione cognitiva” e cerca la semplificazione, la rassicurazione oppure l’evasione, lo svago, il divertimento e smette di guardare e pensare al reale. Non ci si accorge come lentamente stiamo perdendo le connessioni più importanti: la connessione con la democrazia nelle decisioni che riguardano l’ambiente, il pianeta, il clima e la connessione con noi stessi, con le nostre capacità creative e ideali. Queste appena descritte sono delle dinamiche sociologiche da conoscere da parte di chi lotta per salvare l’ambiente dove viviamo, non solo per non subirle, ma soprattutto per trovare nuove modalità comunicative per farsi portavoce, nonostante il “regime infocratico” in cui siamo tutti immersi, di idee forti (i contenuti), coraggiose, rivoluzionarie: in nome di un ambiente meno degradato, realmente più sano e più umano.

Schiavon Dante

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