End of Waste is law: Italia pioniera dell’Economia Circolare che comunque ufficialmente ancora non esiste!

di Francesco Girardi

Stiamo entrando finalmente nell’era dell’Economia circolare. Verranno reimpiegate a fini produttivi e industriali non solo le materie prime seconde provenienti dai cicli produttivi e dotate di caratteristiche del tutto analoghe alla materia prima vergine, ma anche e soprattutto gli scarti di produzione o rifiuti delle stesse produzioni.

Il decreto-legge crisi [si tratta del D.L. 101/2019] è di estrema importanza. Non riguarda solo le circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno – di cui solo il 50% è avviato alle filiere di riciclo [prevalentemente carta e cartone, vetro e alluminio e, solo in alcune regioni, inerti] e recupero energetico [plastiche e combustibile solido secondario]  ma anche le 100 milioni di tonnellate annue di rifiuti speciali non assimilabili a quelli urbani prodotti da utenze non domestiche, industriali e commerciali. Dobbiamo essere orgogliosi dei parlamentari che, a nome dello Stato, parlano con i soggetti di Mercato, proponendo dispositivi normativi atti ad affrontare le crisi aziendali. Hanno assunto infatti il compito di riallineare l’elevato grado di disordine gestionale alla compatibilità ambientale, aggiornando l’apparato normativo del 1998.

I soggetti di Mercato possono finalmente invocare e impugnare in modo “liberale” il regime di responsabilità estesa del produttore, dando prova di quanto possano essere protagonisti del green new deal e, al contempo, paladini dei principi di salvaguardia e tutela delle matrici ambientali, nonché della salute degli esseri in esse viventi. Tuttavia, è sconfortante constatare che ad oggi solo l’Italia ha iniziato a legiferare in tal senso, occupandosi dei “materiali di rifiuto in entrata ammissibili ai fini dell’operazione di recupero, processi e tecniche di trattamento consentiti, criteri di qualità per i materiali di cui è cessata la qualifica di rifiuto ottenuti dall’operazione di recupero in linea con le norme di prodotto applicabili, compresi i valori limite per le sostanze inquinanti” [proposta di modifica dell’art. 184-ter del D.lgs. 152/2006 approvata in seno al decreto-legge crisi].

È solo grazie a questo spartiacque che la tanto attesa, agognata, chiacchierata e discussa rivoluzione “green” potrà avere inizio. I rifiuti, anche industriali, di cui oggi l’intera UE avvia a recupero a fini di colmatazione, riempimenti di scarpate, messa in sicurezza di siti degradati (per la maggior parte scarti da costruzione e rifiuti inerti o inertizzati), e a recupero energetico complessivamente il 45,4 %, verranno destinati anche per la parte attualmente smaltita senza alcun profitto e a danno dell’ambiente, alle pratiche di riciclo nonchè a quelle ben più profittevoli dal punto di vista Ecologico, della riduzione della produzione.

Spetta dunque ai soggetti di Mercato, che per tanti anni hanno potuto derogare a tali incombenze, dar prova di essere all’altezza delle sfide future. Se in precedenza essi operavano in una situazione di stallo che favoriva l’elevata assimilazione tra flussi urbani e speciali con un elevato grado di smaltimento in discarica, anche in forme illegali, dei loro scarti e rifiuti di produzione, ora si delinea un nuovo scenario che li vede protagonisti e autori della svolta economica e del green new deal.

Allo Stato spetta dunque il monitoraggio della filiera autorizzativa regionale tramite l’ISPRA e il registro del Ministero dell’Ambiente, arrivando anche al commissariamento, in casi estremi. Alle Regioni spetta invece la nuova incombenza di autorizzare caso per caso gli impianti avallando i criteri con cui tutti i rifiuti industriali da essi prodotti, possano essere ricollocati in testa alle stesse filiere di produzione. Agli industriali spetterà attenersi alle proprie vocazioni di business, finalmente green e foriero di notevoli risparmi economici, derivanti dalla riconversione economica dell’ecologia : essendo ora possibile l’End of Waste gli smaltimenti incauti dei rifiuti industriali da oggi cedono il passo a delle opportunità nelle filiere del riciclo autorizzato nei medesimi impianti produttivi. Ad essi “spetta la responsabilità finanziaria e organizzativa della gestione della fase del ciclo di vita in cui il prodotto diventa un rifiuto” e quella in cui “il loro stesso rifiuto industriale ritorni ad essere un prodotto” [art. 177 del D.lgs. 152/2006].

È ufficialmente iniziata l’era del reimpiego dei rifiuti a fini produttivi, annus domini 2019. Ci attendiamo tutti, come cittadini del Pianeta, una prima timida contrazione delle emissioni climalteranti e inquinanti legate alle tradizionali filiere di approvvigionamento e trasporto transfrontaliero delle materie prime vergini sostituibili finalmente in testa ai cicli produttivi, dai rifiuti industriali, che da oggi finalmente vengono considerati risorse anche da un punto di vista giuridico.

L’Italia, lo Stato italiano, ha provato per primo a legiferare obbligando gli industriali a proporre fin dalla fase autorizzativa, il recupero “dei propri oggetti di lavoro” : l’espressione “economia circolare” da oggi ha un connotato concreto che la rende attuabile e ci si avvia alla riduzione dello sperpero di materie ed energia e dei danni ambientali ad esso associati.

Ora, come cittadini, attendiamo e misureremo i tanto agognati risultati.

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