La fine del diritto e l’inizio del caos: l’attacco israeliano all’Iran e il silenzio colpevole dell’Occidente
Con l’attacco ai siti nucleari iraniani del 13 giugno 2025, Israele ha oltrepassato una soglia storica. Ha colpito strutture civili ispezionate, in uno Stato parte del TNP, aprendo la porta alla legittimità nucleare dell’Iran e scardinando l’intero impianto del diritto internazionale. In un silenzio assordante, l’Occidente osserva, complice.

L’attacco preventivo condotto da Israele il 13 giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani, con il tacito assenso degli Stati Uniti e il balbettio diplomatico dell’Europa, rappresenta uno degli strappi più gravi all’ordine internazionale dalla Seconda guerra mondiale a oggi. È la fine di una finzione giuridica: quella che pretendeva che l’aggressione fosse sempre condannata, che il diritto contasse più del sospetto, che la diplomazia potesse ancora prevenire la guerra.
Quello che abbiamo visto non è un semplice raid militare: è un gesto che ridefinisce, forse irreversibilmente, le regole del gioco globale. Per la prima volta nella storia, uno Stato non firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) ha bombardato un altro Stato che lo rispetta, colpendo installazioni soggette a regolari ispezioni da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Un precedente devastante. Un vaso di Pandora che, come ha affermato l’ex vicesegretario ONU Pino Arlacchi, è stato aperto con piena consapevolezza.
Il TNP è stato firmato nel 1970 con un patto chiaro: i Paesi che non possiedono armi atomiche rinunciano a svilupparle, in cambio dell’accesso pacifico alla tecnologia nucleare e della promessa che non saranno aggrediti per questo. Israele, che non ha mai aderito al TNP e non ha mai ammesso ufficialmente di possedere un arsenale nucleare, ha violato questo patto implicito e formale. L’Iran, invece, ne è parte dal 1970, e nonostante le sue ambiguità, ha mantenuto una collaborazione – seppur a tratti ostile – con l’AIEA.
Colpendo impianti certificati come civili e non militari, Israele ha compiuto una duplice violazione: ha attaccato uno Stato sovrano che non stava aggredendo, e ha infranto il principio cardine del diritto bellico, che vieta l’attacco a infrastrutture civili non coinvolte direttamente in operazioni ostili. È un atto che, da solo, consente all’Iran di invocare l’articolo 10 del TNP per ritirarsi legalmente dal trattato. Con un precedente del genere, come biasimare chi, domani, dovesse decidere di dotarsi di un’arma atomica come unica garanzia di autodifesa? La conseguenza, purtroppo, non sarà solo giuridica. Sarà geopolitica. Arabia Saudita, Turchia, Egitto e forse altri inizieranno a riconsiderare il proprio rapporto con la deterrenza nucleare. Il Medio Oriente, già fragile, rischia ora una corsa all’atomica. Il tutto con la benedizione – silente ma efficace – degli Stati Uniti, dove Donald Trump ha definito l’attacco “eccellente” e ha minacciato azioni ancora più brutali, facendo del ricatto un metodo di negoziato.
E l’Europa? Assiste. Confusa, pavida, burocratica. L’Unione Europea, che nel 2015 aveva contribuito in modo decisivo alla firma del JCPOA – l’accordo sul nucleare iraniano – oggi è incapace persino di nominare l’aggressore. L’Italia, un tempo ponte tra Occidente e mondo arabo, oggi si limita a generiche invocazioni alla calma. Il premier Giorgia Meloni ha telefonato a Netanyahu per ribadire che “l’Iran non può dotarsi dell’arma atomica”, evitando però ogni condanna per chi ha colpito per primo. Una diplomazia che si vuole equilibrata e si rivela solo ipocrita.
In questo contesto, Benjamin Netanyahu è diventato l’artefice di un sistema basato sulla forza, non sul diritto. Ha aperto sette fronti in venti mesi: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen, e ora l’Iran. Ha fatto della guerra un’industria politica e del conflitto permanente una strategia di governo. Ma ciò che dovrebbe indignare ancor più è il fatto che nessuno, tra gli alleati occidentali, abbia avuto il coraggio di dissociarsi. La retorica “Israele aggredito” funziona solo se si ignora la sproporzione, il contesto, le vittime.
Il diritto internazionale non è mai stato perfetto. Ma è stato, almeno, un argine contro l’arbitrio. Oggi quell’argine è stato rotto. Chi tace, chi si nasconde dietro formule ambigue, chi misura le vittime in base alle alleanze, non sta fermando la guerra. Sta solo aspettando il proprio turno. Come ha scritto Lavinia Marchetti, siamo di fronte a una “guerra mondiale a pezzi”, che prende forma un raid alla volta, una complicità alla volta, un silenzio alla volta.
La lezione dovrebbe essere chiara: non si costruisce la sicurezza globale con le bombe, né la stabilità con l’arroganza. Se l’Occidente vuole ancora essere credibile, deve tornare a difendere il diritto – anche quando a violarlo sono gli amici. Altrimenti, come già accadde dopo l’Iraq, sarà troppo tardi per ricostruire la fiducia. E troppo facile per nuovi attori, anche ostili, rivendicare la stessa logica del “prima colpisco, poi parlo”.
Redazione geopolitica
(da un’analisi ispirata all’intervista a Pino Arlacchi e al testo di Lavinia Marchetti)






