Il Governo della UE si è autodichiarato leader della lotta ai cambiamenti climatici.

di Jacopo Rothenaisler.

“Non abbiamo un Pianeta B” è il mantra ripetuto da milioni e milioni di abitanti di ogni condizione sociale, dal Segretario Generale dell’ONU all’ultimo inuit del Pianeta Terra, quando chiedono di agire prima che sia troppo tardi per fermare i cambiamenti climatici. Però, forse non è vero. Il Pianeta B sembra proprio esistere ed essere affollatissimo: non vi abitano altri da noi, ma la nostra  parte oscura. Il Pianeta A è governato dai nostri sentimenti nobili, nel Pianeta B l’unico credo sono i nostri egoismi. Siamo un po’ qui e un po’ là, a volte Jekill a volte Mr. Hide. Qualche esempio?

Dal 1992 (Conferenza di RIO) sottoscriviamo – sì, lo fanno i Governi, ma li eleggiamo noi – impegni a tutela dell’ambiente e delle generazioni future. Siamo nel Pianeta A.

Dal 1992  ad oggi però non sono cresciute concrete politiche di tutela  ambientale. In crescita invece
– ovviamente assieme alle  concentrazioni di CO2 nell’atmosfera , passate da 356 p.p.m. (parti per milione) del 1992 alle attuali 417 p.p.m. 
– le spese per gli armamenti (non proprio gli auspicati investimenti per il clima) arrivate all’iperbolica cifra di 1.700 miliardi di euro nel 2019.  Siamo nel Pianeta B.

Questo mese il Governo della UE si è autodichiarato leader della lotta ai cambiamenti climatici annunciando l’accordo sul taglio alle emissioni climalteranti di almeno il 55% entro il 2030.  Siamo nel Pianeta A.

Solo l’altro mese la stessa UE aveva approvato la PAC 2021-2027 (la politica agricola comune), con la conferma dei sussidi all’agroindustria chimica e agli allevamenti intensivi. Circa il 25% delle emissioni di CO2  sono prodotte da fonti agricole. Solo le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresentano il 17% delle emissioni totali dell’Ue, più di quelle di tutte le automobili e i furgoni in circolazione messi insieme. La nuova PAC è un piano che nei fatti affossa qualsiasi possibilità di raggiungimento della riduzione delle emissioni annunciate. Anche in questo caso quindi nessun segno di politica ambientale seria, ma un vero crimine ambientale. Rieccoci contemporaneamente nel Pianeta B. 

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Torneremmo sempre alla stessa evidenza: decisioni a favore del Pianeta A ricche di passerelle mediatiche ma vuote di azioni e soprattutto di investimenti.  L’ipotetico Pianeta B fatto ricco dal potere finanziario e mediatico, quello cioè con la P maiuscola che controlla il potere politico e che ha deciso di mandare noi e i nostri figli arrosto o sott’acqua, o sott’acqua arrostiti. Allora diciamolo chiaramente, senza giri di parole. “Per quanto riguarda la crisi climatica, sì, è giunto il momento di farsi prendere dal panico. Siamo nei guai” [1]. Perché non c’è un Pianeta B.

1 – Raymond Pierrehumbert, professore di fisica di Oxford, coautore del rapporto IPCC 2018 

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