di Fabrizio Cortesi.

Al netto delle grandi contraddizioni che la politica e la società cinese mantengono ai nostri occhi, è innegabile che la pianificazione strategica politica del presidente Xi Jinping per rallentare l’espansione capitalistica di certi settori e certe società cinesi abbia per certi versi molto le sembianze di una decrescita selettiva e coordinata, il che è proprio quello che dovrebbero implementare, sebbene per via democratica, le società occidentali invece tuttora pervase da un’economia capitalistica irrefrenabile.

Può l’economia di un paese mantenere ritmi di crescita oltre il 10% annui per sempre? 

Il rallentamento dell’economia cinese non sembra arrivato nottetempo, ma è stato annunciato dalla politica, come fosse pianificato da tempo.

Una Cina che cresce nel 2021 addirittura meno (solo il 4.9% nel terzo trimestre) di certe proiezioni dei paesi europei ci preannuncia che davvero qualcosa a livello economico, finalmente, sta cambiando?Il Partito Comunista Cinese, vero regime, ha emanato una politica economica che promette anche  «prosperità condivisa» per il popolo cinese e un ridimensionamento del «capitalismo caotico», quasi a prendere le distanze dai modelli occidentali ormai fuori controllo. 

Forse Xi Jinping, ispirato più da ragioni economiche e sociali che ambientali, sta cercando di prevenire un collasso economico scoordinato di cui il caso Evergrande, la principale società immobiliare cinese, poteva essere soltanto la punta dell’iceberg, se non gestito opportunamente.
Il modello di sviluppo Evergrande aveva riempito la Cina di palazzi, seconde case e di lusso, venduti a prezzi gonfiati e spingendo i cinesi a indebitarsi, con la promessa che i valori immobiliari, già spropositati da anni, continuassero a gonfiarsi ulteriormente: questo modello aveva indotto il cinese medio a trasformarsi a sua volta in una sorta di investitore-speculatore, prestando denaro ai palazzinari miliardari e a Evergrande stessa, per immobili ancora non costruiti e già venduti sulla carta, con tassi di interesse annui di oltre il 7%, detenuti in gran parte anche da società finanziarie internazionali, che in qualche modo dovevano essere punite, dato che in caso di default, saranno le prime a veder perso o ristrutturato il loro credito.

Peccato che l’ingranaggio mostruoso si sia inceppato, mostrando la inconsistenza di questo modello, basato su una catena di indebitamento esponenziale e insostenibile (arrivato a ben 5000 miliardi di dollari), sul modello dello schema Ponzi, con il default dietro l’angolo.

Xi Jinping ha deciso così di chiudere preventivamente i rubinetti del credito a questo colosso immobiliare, al tempo stesso cercando di far rassicurare il mercato dalla banca centrale cinese, che in qualche modo potrebbe sostenere e farsi carico del debito accumulato, ma soprattutto e in primis per i creditori cinesi, ha anche specificato.


Al contempo la Cina si era già impegnata ad una riconversione di “sviluppo verde”, in corso, prevedendo di raggiungere il picco delle emissioni di gas serra nel 2030. Questo, unito alla crisi energetica e di approvvigionamento delle materie prime post Covid, ha generato blackout nel paese e cali delle produzioni industriali. Ciò a sua volta sta generando ulteriori ritardi nelle catene di fornitura di prodotti e componenti in tutto il mondo (si pensi alla crisi dei chip): se rallenta la Cina, ormai rallenta tutto il mondo globalizzato.

Va detto che in questo caso di crisi energetica di pianificato c’è forse poco, dato che in realtà pare che i consumi di carbone siano di nuovo in crescita, per far fronte ai blackout elettrici, con certi impatti negativi sulle emissioni di gas serra, che ovviamente torneranno a salire dopo il calo temporaneo del 2020 a causa del Covid.

Ma si arriva poi alla stretta sul settore tecnologico, questa di nuovo sì certamente pianificata: ad essere stati presi di mira dalla stretta regolatoria del Partito Comunista troviamo infatti numerose aziende private cinesi, leader del mercato dell’e-commerce, dell’educazione e intrattenimento online e della distribuzione di cibo: parliamo di giganti come Tencent, Meituan, Alibaba, Ant ed altri colossi privati del settore.

L’intento dichiarato del Partito Comunista sarebbe quello di prevenire futuri possibili collassi finanziari per il debito, spingendo riforme strutturali in settori specifici, che evidentemente stavano crescendo troppo rapidamente, seguendo modelli capitalistici ormai troppo occidentalizzati, ossia, intuisco, si erano affrancati troppo dal controllo del partito Comunista, che generalmente siede sempre nei direttivi e nei board delle aziende cinesi private. Addirittura, Jack Ma, capo fondatore di Alibaba, si era permesso di criticare l’ingerenza del partito negli affari e strategie della sua azienda, cresciuta a tal punto in ricchezza e popolarità da oscurare la potenza del partito, e per questo ne ha pagato le conseguenze.

Xi Jinping ha anche spiegato che la nuova fase politica di «prosperità condivisa», servirebbe a “riprendere in mano il «capitalismo disordinato che crea caos», intervento sui «redditi eccessivi e stravaganti». 

Tutto questo ha fatto cadere ulteriormente le quotazioni in borsa di molte società e sembrerebbe in parte limitare artificiosamente la crescita del PIL, che finora era stato davvero stellare, anche nei primi due trimestri del 2021 (+18% nel primo trimestre).

Vista da fuori, una simile politica pare davvero orientata anche a rallentare o almeno controllare la crescita economica, concentrata nelle mani di colossi privati che si erano espansi anche al di fuori dei confini nazionali, e a riportare stabilità e sostenibilità finanziaria nel lungo periodo. Inoltre, il Partito Comunista Cinese non può più essere oscurato da società private che crescono troppo in redditività e popolarità.

Dato che se rallenta la Cina rallenta il mondo intero globalizzato, è praticamente certo che le economie degli altri paesi risentiranno di questo rallentamento (nonostante Mario Draghi ci stia prospettando una velleitaria crescita italiana del 5%), il che non farebbe che bene alla sostenibilità ambientale e economica, soprattutto se tutta l’economia globale fosse in grado di rimodularsi e ridefinirsi allontanandosi da modelli basati su una globalizzazione e interdipendenza cosi spinte e su un capitalismo senza controllo e senza limiti e paletti.

Bene fa per certi aspetti lo stato Cinese a cercare di riprendere il controllo dell’economia, dando segnali molto forti e di facciata a certi settori, mettendo paletti regolatori stringenti sui limiti dello sviluppo e profitto di certi business aziendali, nonché sulle regole di redistribuzione del ben-essere , che dovrebbe essere meno concentrato e più diffuso: insomma, se implementate anche da noi in modo più democratico, alcune delle ricette economiche di Xi Jinping farebbero davvero molto bene anche all’avido mondo occidentale. Il contenimento dello sviluppo e dei suoi impatti ambientali (si veda l’esempio delle compagnie di trasporto aereo, che pur di continuare a fare affari svendono biglietti a 10 euro, facendo pagare i costi reali ad altri passeggeri, al personale, all’ambiente) potrebbe davvero essere attuato da una via di mezzo tra una dittatura ecologica (sul modello regolatorio cinese) e le democrazie occidentali. Ma qualche forma di imposizione e di limiti più stringenti di quelli dei sistemi liberali occidentali dovrà per forza essere adottata, per far rientrare l’economia orientata all’attuale crescita infinita insostenibile, dentro a limiti fisici e di equilibrio con la natura.

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