Il femminile e la sua importanza nella rivoluzione ecologica

Quando parliamo del pericolo di estinzione che corre l’umanità, quando denunciamo l’ineguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, quando chiediamo che l’economia passi dalla produzione di merci sostenuta dalla competitività e dalla sete di denaro alla sua vera funzione di sforzo per il miglioramento delle condizioni di vita, quando ci preoccupiamo giustamente per il destino delle generazioni future, quando ci battiamo per il recupero della spiritualità, in realtà alludiamo alla necessità di una profonda rivoluzione culturale.

Dobbiamo allora convenire che il neoliberismo è l’espressione ultima di un processo filosofico iniziato secoli fa all’insegna della superiorità del pensiero razionale e del suo dominio sulla natura attraverso il suo sfruttamento senza limiti: una superiorità umana guadagnata attraverso l’uso della scienza che scalza la razionalità teistica medioevale e la sostituisce con un’antropologia dell’onnipotenza dell’uomo e della sua ragione.

Si tratta di una imperdonabile semplificazione nell’interpretazione del reale che trascura completamente qualsiasi considerazione scientifica del mondo dei sentimenti e delle emozioni relegati nella competenza dell’interpretazione religiosa della vita. Infatti tutte le scienze sistematizzate dopo il Rinascimento hanno preso il paradigma galileiano-newtoniano come paradigma scientifico di interpretazione della realtà cui uniformarsi: anche le cosiddette “scienze umane”, medicina, biologia, antropologia, sociologia, economia.

Solo nel ‘900 Einstein e Heisenberg, ognuno nella specificità del proprio campo di indagine, dovevano superare il modello deterministico-meccanicistico imperante come inadatto a comprendere e descrivere la complessità dell’universo nella dimensione dell’estremamente grande e dell’estremamente piccolo. Compariva improvvisamente – a ridimensionare la fiducia umana nell’obiettività distaccata dell’osservatore – il concetto di “soggettività” che enfatizzava la posizione dell’uomo nell’universo come parte e non come padrone. L’uomo dunque avrebbe dovuto rivolgere verso se stesso uno sguardo scientifico non riduttivo e cercare di comprendere anche la propria natura per poterla servire adeguatamente.

La psicologia, che era arrivata buona ultima con il pensiero freudiano a pretendere per sé un carattere di scientificità si era però accontentata di uno schema interpretativo deterministico-meccanicistico in armonia con la fisica ottocentesca. Fu solo nel ‘900 – di nuovo – che un altro grande, John Bowlby, proponeva e dimostrava una interpretazione dell’affettività umana basata sulla relazione sociale e non sullo sfogo dell’istinto individuale: al principio del piacere si sostituisce la sicurezza della buona relazione. A partire dall’osservazione dei neonati rimasti orfani a Londra durante la seconda guerra mondiale, che morivano inspiegabilmente anche se nutriti e scaldati, si scoprì che soltanto il sincero coinvolgimento emozionale delle nurses che li accudivano riportava il sistema immunitario dei piccoli a funzionare per potersi difendere dalle epidemie. Dunque solo allora fu chiaro che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie umana è l’essere parte significativa all’interno di un rapporto d’amore e di preoccupazione affettiva. Ed essendo la cura del piccolo condizione necessaria per la sua sopravvivenza, Bowlby postulò che la natura non avesse lasciato al caso le modalità della cura per iscrivere invece gli atteggiamenti affettivi di base nella nostra costituzione biologica: i codici affettivi sono iscritti nella nostra corporeità, nel cervello limbico, nel sistema neuroendocrino, nel nostro substrato ormonale.

A partire dalla nascita l’atteggiamento di cura materno è assolutamente cruciale per sostenere la maturazione del cervello del piccolo umano che viene al mondo gravemente prematuro rispetto a ogni altro mammifero: l’imprinting fondamentale per il benessere fisico ed emotivo dell’individuo si situa nei primi tre anni di vita e costituisce la “base sicura” che permette la crescita, la fiducia nella vita e sostiene la creatività precipua di ognuno. Ci sono prove inconfutabili del danno arrecato dall’assenza o dalla sospensione delle cure che si trasmette e influenza l’intera vita creando immaturità, mancanza di identità, insicurezza, dipendenza: in tal modo rendendo più facile l’assoggettamento dell’individuo alle seduzioni del sistema.

Si potrebbe dire, assumendo un altro punto di vista, che l’Occidente nel suo lento svolgersi filosofico abbia trascurato totalmente la comprensione e la valutazione del ruolo della donna. Spingendola ai margini e riservandole la cura della casa e della prole, non si è reso conto che escludeva dalla conoscenza e dalla scala dei valori una funzione cardine per la sopravvivenza di tutti. Lo sguardo femminile sul mondo è uno sguardo valoriale diverso, complementare: il femminile privilegia il sentire al pensare non per escluderlo ma per ispirarlo. In prove sperimentali, di fronte a uno stato di stress, il maschio si allerta e prepara alla lotta e alla difesa, la femmina, invasa dall’ossitocina, riorganizza il campo vitale a favore e protezione dei più fragili. Il femminile è capace di identificarsi con l’altro da sé, protegge il più piccolo, esprime generosità e partecipazione, condivide e pacifica: la donna racchiude e protegge dentro di sé qualità fondamentali per la relazione e la sopravvivenza, istinti di base dell’essere umano quanto l’esplorazione e la creatività manuale e mentale.
In questo senso il femminile non è la donna anche se è la donna che racchiude maggiormente questi valori nella sua funzione e attenzione: c’è un femminile nel maschio che lo predispone a comprenderla e a condividere gli obiettivi della sopravvivenza così come c’è un maschile nella donna che le permette di saldarsi e cooperare con l’uomo. Dobbiamo ripulire questi codici affettivi dalla distorsione culturale che hanno subito e siccome la distorsione è andata nel senso di una ipervalorizzazione del pensiero astratto dobbiamo ristabilire la concretezza di uno sguardo capace di curare il mondo.

Nella lotta per la parità e per i diritti la donna non deve rinunciare alla propria originale espressione per spalmarsi sui modelli maschili egoipertrofici esistenti: deve invece rivendicare e conservare orgogliosamente la propria specificità senza considerarla una tara per la realizzazione di sè, ma anzi una ricchezza non solo spendibile nel mondo privato della vita sentimentale e della cura ma anche in campo sociale, nella politica e nell’economia per collaborare a trasformarle in strumenti che lavorino veramente per la sopravvivenza e il benessere, nel miglioramento delle relazioni fra gli esseri umani.

Un primo passo in questo senso parte da una valorizzazione emotiva della nascita che va liberata da una medicalizzazione eccessiva tesa a sottrarre alla donna non solo la propria innata creatività ma la comprensione della sacralità del suo ruolo.

Un altro passo è la necessità che l’economia comprenda il valore aggiunto di una genitorialità rispettata e protetta che garantisca la crescita di cittadini sani sia fisicamente che mentalmente con un non trascurabile risparmio economico. Nei primi tre anni di vita del bambino entrambi i genitori dovrebbero essere messi nelle condizioni di curare la loro creatura con una riduzione cospicua del loro orario di lavoro – che riguardi il padre o la madre – senza che questo si traduca in una impossibilità di sopravvivenza economica o di affermazione lavorativa.
La diffusione acritica degli asili nido a partire dai primi mesi di vita, sostenuta da tutti i partiti politici, svela la non conoscenza di uno sviluppo del sapere psicologico, sostenuto dalla epigenetica e dalla psiconeuroendocrinologia, che situa il benessere emotivo dell’individuo nell’ambiente affettivo relazionale in cui si sviluppa e cresce, sorretto dalla presenza amorosa del grembo che lo ha contenuto e che lo accompagna gradualmente verso un incontro felice con la vita nell’intreccio con l’esempio e la scorta preziosa della figura paterna.

Senza trascurare il fatto che il cammino maturativo verso la piena autonomia occupa secondo l’OMS 24 anni durante i quali la presenza di adulti partecipi è fondamentale per una crescita equilibrata e sicura: e ciò riguarda in primis i genitori e secondariamente gli insegnanti e tutti gli adulti significativi che il bambino e poi il ragazzo incontra sul suo cammino di crescita. La deprivazione di una presenza genitoriale amorevole e partecipe segna per tutta la vita.

Con buona pace del neoliberismo.

Giuliana Mieli

Articolo originariamente pubblicato su www.mauriziopallante.it