Il ministro delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, ha dichiarato che il PNRR “Trasformerà l’Italia”.

Temiamo che questa affermazione sia vera, e che la trasformazione consisterà in una gigantesca colata di cemento.

Questo era percepibile sin dalla nascita del governo Draghi, con la scomparsa del Ministero dell’Ambiente fagocitato dal Ministero della Transizione Ecologica.

Tra le righe si poteva leggere l’inclinazione di questo governo al disimpegno, al non volere tutelare più nulla, far sparire regole e protezioni nel ritorno al “maniliberismo” che ha massacrato la storia recente dell’Italia.

Purtroppo le pagine del PNRR confermano le prime impressioni: un piano che nasce da una catastrofe sanitaria, stanzia 25,33 miliardi per le infrastrutture contro i 15,63 per la salute!

In sostanza, un piano profondamente ancorato all’idea che il cemento e il ferro siano l’unico possibile volano economico. E che le Grandi Opere, utili o inutili che siano, rappresentino l’unica possibilità di alimentazione per questa economia.
E ancora una volta non c’è traccia di quella Unica Grande Opera Utile rappresentata dalla messa in sicurezza del territorio: il piano assegna alle “misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” solo 2,49 miliardi, un decimo di quanto assegnato al cemento delle nuove infrastrutture.

Il piano afferma poi che “è necessaria una profonda semplificazione delle norme in materia di procedimenti in materia ambientale e, in particolare, delle disposizioni concernenti la valutazione di impatto ambientale (VIA). Le norme vigenti prevedono procedure di durata troppo lunga e ostacolano la realizzazione di infrastrutture e di altri interventi sul territorio”.

La Valutazione di impatto ambientale è quindi sentita come un intralcio allo sviluppo, non come garanzia per l’ambiente.

Ci verrebbe da dire che la strategia sottostante sia quella del neoliberismo più sfrenato.
Ma è ancora peggio.
Almeno nel liberalismo vero, chi ha interesse alla realizzazione di un’opera ci mette soldi, rischia qualcosa nella prospettiva di vantaggi futuri. Nella nostra Italia no, i soldi sono pubblici; chi progetta e costruisce Grandi Opere non corre rischi: sa che non le gestirà e che non dovrà recuperare il denaro speso, interamente coperto e garantito dallo Stato.

Insomma, l’economia cessa di essere materia attinente all’organizzazione della produzione beni e distribuzione delle ricchezze; diventa piuttosto un oggetto di culto al quale i cittadini devono soggiacere. In ossequio a questo dogma, posto anche al di sopra della dignità dell’uomo, il cittadino deve sacrificare l’ambiente, la salute e la speranza di un futuro sostenibile.

Questi temi, assieme ad altri, sono trattati dal prof. Angelo Tartaglia, professore emerito di Fisica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, nel suo libro “CLIMA. Lettera di un fisico alla politica”, in cui ipotizza di scrivere una lettera al Presidente del Consiglio (chiunque sia e qualsiasi partito o posizione rappresenti).

Grazie alla cortese disponibilità dell’autore, riportiamo integralmente il capitolo 4 “Il mito delle grandi opere”, un significativo esempio di Grande Opera, la Nuova Linea Torino-Lione (link al sito dell’editore).

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