di Lorenzo Raspanti, circolo SEquS della Sicilia occidentale
(intervento presentato al webinar sul “Potenziamento del verde urbano” 18.01.2021)

In questo tempo sospeso, così carico di tensioni e incertezze, incontrarsi e confrontarsi è senz’altro un bene, proviamo a far ricchezza della nostra memoria dei ricordi più cari ed emozionanti.
Che servano da lievito per alimentare la bellezza e a non spegnere mai la speranza.

Qualche giorno fa, come spesso mi capita, mi sono ritrovato in ginocchio a raccogliere una foglia più che ingiallita, ormai marcia, ne ho percepito l’odore di terra bagnata, la delicatezza, la fragilità. Nata nella primavera passata sicuramente ne avrò goduto frescura… poi inesorabilmente è caduta. Pochi metri più in la ho visto che tra le pietre era fiorito il primo iris selvatico, il mio fiore preferito, anelito, preludio di una rinnovata primavera. Seduto per terra ho appoggiato la schiena all’albero di gelso, che protegge la casa, compagno mio da sempre, che ha visto nascere mia madre, tenero stecco piantato dalle giovani ma già callose mani di mio nonno 130 anni fa.
Ho aperto il quadernetto che porto sempre con me e cosi ho scritto:

All’ombra del gelso
Sopra la mia testa
“Il maestoso tronco si contorce, sale come cresta di lava, rossa e rugosa.
Mano che implora il cielo d’inverno.
Come scorza di fragrante odoroso e caldo pane. Come rocca ferrosa corrosa.
Odisseo aggrappato alla nave di creta in tempesta di vento.
Come terra arata generosa.
Lievito madre di mille e mille rami gentili, vestiti di tenere e verdi fronde.
Coperta pesante… tetto, sicuro riparo.
Frescura per sguardi sereni, culla per mille sogni, cratere di infinite formiche e soffici minuscoli nidi di scriccioli e cardelli.
A ogni mio respiro rispondono in coro trepidanti le fragili foglie, svezzate e cresciute da carezze di sole.
Tempo remoto… Preludio di notti brillanti stelle, ferite di tramonti, benevola datura di albe, più del miele saziano i gelsi maturi.
Il canto del mare risponde mutando ogni istante colore.
All’ombra del gelso, nel giardino dell’anima mia, nell’incerto orizzonte… vagavano le nuvole bianche, annunciano la stagione della speranza.”

Da questa pretestuosa, presunta poetica riflessione si fa concreto un pensiero, una visione. Il giardino come eterno mito, grembo della vita, specchio del perduto paradiso dove tornare a ritrovarsi, a ritrovarci. Nel rispetto di ogni forma di esistenza e materia. Essere esseri indistinti. Con una visione olistica, biofila della natura quale totalità di uomini, animali, vegetali e minerali. Coniugare Idealità e concretezza, per un necessario e rinnovato impegno pienamente e veramente ambientalista, che sappia parlare di ecosostenibilità secondo la visione dell’eco-appartenenza, che sappia associare giustizia ed equità ai principi della vera solidarietà di una nuova umanità.
Nella nostra effimera presenza terrena proviamo a vivere l’etica della responsabilità per consegnare agli altri più di ciò che ci è stato dato in bellezza e meraviglia, in questa piccola irripetibile eppure offesa maltrattata terra.

Sogno ad alta voce inebriato dalla fragranza dell’indaco iris di rugiada velato.
Penso al mio desiderato giardino.

Tra le pietre è fiorito l’iris selvatico
Dal latino “Paradisum” dal greco “Paradeisos” dal persiano antico “Paradisea” luogo verde recintato diviso da una croce in quattro parti con al centro una sorgente, a rappresentare i quattro elementi dell’universo intero: aria, acqua, terra e fuoco.
Zen Karesansui, oasi, giardino di pietra, come isola che naviga nel mare primordiale.
Paradiso tradotto in ebraico “Gan Eden” giardini dell’Eden, da dove sgorga il fiume della vita che si divide in quattro, come si divide il fiume di Buddha nel giardino degli indiani. Come promessa profetica. “Caharbagh” giardino moresco di Medina, Granata o Damasco, acqua nel deserto, fresca ombra traboccante di frutti fontane e melograni, dove cresce l’albero del pane, …la pergola del miele, …il mandorlo fecondo, …l’ulivo del sogno nel sonno, …il fico dell’oblio, …il carrubo casa felice dove non entra il vento, la pioggia il sole cocente, …i tre buoni giganti africani: il cedro, l’acacia, il baobab, …il gelso del ricordo, …il pomo afrodisiaco del bene e della pace. L’iris selvatico dell’eterno amore legato alla sua terra, da dove ogni anno spunta un nuovo fiore.

È vero, riusciamo a provocare infinito dolore e immani distruzioni. Facile è arrendersi o abbandonarsi agli eventi, il perdere la propria tensione interiore, saremo mai capaci di provare a cambiare stili di vita, abitudini, modalità di relazione, per riscoprire il valore della sobrietà, l’autenticità dei rapporti, che producono gioia se vissuti con genuinità, con attenzione a quanti ci stanno accanto, con sentimenti di umanità, per recuperare la misura del tempo e delle cose e in tutto ciò che ci circonda ricercare sempre la bellezza.
Siamo cosi fragili… eppure capaci di condividere emozioni, di riconoscerci negli occhi degli altri, capaci di abbracci, inseguiamo armonia, sappiamo donare la vita. A pensarci bene quando raccogliamo una foglia, quando accarezziamo un tronco, quando osserviamo l’indaco iris, quando proviamo ad ascoltare in silenzio il respiro, il canto della terra, quando piantiamo un albero, avremo in quell’istante dato un senso alla nostra fuggevole esistenza. Un solo attimo contempla l’universo.

Lorenzo Raspanti
Alcamo, 18 gennaio 2021

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