Intervento di Maurizio Pallante all’evento “EmCoin e altre idee per contrastare la crisi energetica”


Politecnico di Torino, Energy Center
Torino, 29 novembre 2023




Il caso ha voluto che questo incontro, in cui è stato presentato il primo stato di avanzamento lavori del progetto Emcoin 1 per la realizzazione di un sistema di quantificazione e codifica dell’energia incorporata nei prodotti di consumo, si sia svolto il giorno prima dell’apertura della Cop 28 a Dubai. Purtroppo è stata soltanto una coincidenza temporale, anche se sono convinto che questo progetto avrebbe potuto apportare un contributo metodologico utile ai lavori di quell’importante evento, da cui, con ogni probabilità, non sortiranno decisioni in grado di invertire la tendenza all’incremento delle emissioni di CO2, come è successo dopo le 27 precedenti Cop. Mi auguro, naturalmente, di essere smentito dai fatti, anche se la notizia che il 17 novembre l’aumento della temperatura media globale della Terra ha superato, per la prima volta e per un giorno soltanto, di 2 °C i valori pre-industriali, ha reso ancora più fragile il tenue filo della speranza che la crisi climatica non abbia già raggiunto la soglia dell’irreversibilità.

Inevitabile tentare di capire come mai dopo ognuna delle 27 Cop che si sono svolte dal 1995 a oggi, con la partecipazione dei responsabili delle politiche ambientali di 196 Paesi, accompagnati dai loro staff tecnici, la concentrazione della CO2 nell’atmosfera non soltanto è cresciuta costantemente, ma sono aumentati anche i suoi tassi di crescita annui: dal 1990 al 2000 di 1 parte per milione; dal 2000 al 2010 di 1,5 ppm; dal 2010 al 2020 di quasi 2 ppm. Escludendo a priori che i partecipanti non fossero all’altezza di elaborare una strategia finalizzata a ridurre i consumi di fonti fossili, l’unica spiegazione è che avessero una missione impossibile, di cui è rintracciabile un indizio rivelatore nel titolo dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. Questa definizione, formulata nel 1987 nel rapporto della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu, la cosiddetta Commissione Brundtland, è stata usata come se fosse sinonimo di sostenibilità ambientale, anche se non lo era nella descrizione che se ne faceva in quel rapporto e non lo è nel concetto che esprime.

Il concetto di sostenibilità ambientale si riferisce al rapporto della specie umana con la biosfera. Questo rapporto è sostenibile se la specie umana non consuma più risorse rinnovabili di quelle che vengono rigenerate annualmente a partire dalla fotosintesi clorofilliana, se non riduce le potenzialità di questo processo biochimico abbattendo le foreste primarie e ricoprendo di materiali inorganici i terreni fertili, se non riduce né contribuisce a ridurre la biodiversità, se le sue attività non emettono più CO2 di quella che può essere utilizzata dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana, e se non producono sostanze di sintesi chimica non biodegradabili.

La specie umana ha oltrepassato, di molto e da molto, la sostenibilità ambientale. Dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso il consumo delle risorse rinnovabili ha iniziato a superare le quantità rigenerate annualmente a partire dalla fotosintesi clorofilliana. Nel 2022 il giorno in cui è avvenuto il superamento (overshoot day) è stato il 29 luglio. La concentrazione di CO2 in atmosfera, che per 8.000 secoli fino alla fine del Settecento non aveva superato le 270 ppm, a maggio del 2023 ha raggiunto le 424 ppm, contribuendo a innalzare progressivamente la temperatura media del pianeta. Di conseguenza la crisi climatica si è progressivamente aggravata, avvicinandosi sempre di più al punto di non ritorno, e si sono aggravati drammaticamente i fenomeni meteorologici estremi. Il patrimonio forestale, che all’inizio della rivoluzione neolitica era di 6.000 miliardi di alberi, è stato dimezzato. Secondo una ricerca dell’Onu, nel 2019 si era già estinto un milione di specie su un totale stimato di 8 milioni, molte delle quali rischiano di scomparire nei prossimi decenni. Alcuni scienziati ritengono che siamo all’inizio della sesta estinzione di massa nella storia della Terra.

Nel rapporto Brundtland lo sviluppo sostenibile è stato definito, in un’ottica antropocentrica, come uno sviluppo che consente di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Mancando in questa proposta il benché minimo riferimento al rapporto delle attività umane con le potenzialità e i limiti della biosfera, non si capisce come possa essere stata considerata un sinonimo del concetto di sostenibilità, ed era inevitabile che, prendendo in considerazione soltanto la soddisfazione dei consumi presenti e futuri della specie umana, non si proponesse di ridurre il consumo delle risorse rinnovabili, le emissioni di CO2 derivanti dall’uso delle fonti fossili e, più in generale, di rivedere il modello di sviluppo che aveva già reso insostenibile il rapporto della specie umana con la biosfera.

Poiché i problemi ambientali continuarono ad aggravarsi, l’Onu convocò nel 1992 a Rio De Janeiro un’altra conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, focalizzata questa volta sui problemi ecologici causati dagli incrementi delle emissioni di CO2. In quella sede non furono prese decisioni operative. Si concordò soltanto di convocare ogni anno una Conferenza delle parti, Cop, in ognuna delle quali per trent’anni si è vanamente tentato di conciliare l’inconciliabile: la riduzione delle emissioni di CO2 con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

Non è difficile capire che l’obbiettivo di uno sviluppo sostenibile dalla biosfera è perseguibile solo se lo sviluppo non ha ancora superato la sostenibilità ambientale, ma se l’ha superata, ogni sviluppo successivo, per minimo che sia, aggrava l’insostenibilità. Diventa, per definizione, insostenibile. È una contraddizione in termini. Tutt’al più, se si usano tecnologie che riducono l’impatto ambientale dei processi produttivi – per esempio: le fonti rinnovabili invece delle fonti fossili – si possono ridurre gli incrementi di alcuni fattori dell’insostenibilità ambientale, ma un incremento ridotto è comunque un incremento e non una riduzione.

In questo contesto non incoraggiante, l’associazione Resconda ha elaborato il progetto Emcoin 1, un sistema di quantificazione e codifica dell’energia incorporata nei prodotti di consumo, finanziato con l’8 per mille dalla Chiesa Valdese, sostenuto dal Politecnico di Torino con una borsa di studio assegnata a un ricercatore, promosso dalla nostra associazione “Sostenibilità Equità Solidarietà” che ne condivide le finalità. L’adozione di questo sistema è stata proposta ad alcune aziende, che si sono impegnate ad applicarlo sui loro prodotti, consentendo agli acquirenti di conoscere quanta energia è stata consumata in tutte le fasi di lavorazione. Conoscendo questo valore gli acquirenti più sensibili ai problemi ecologici, che non sono pochi, possono essere incentivati ad acquistare i prodotti che incorporano la minore quantità di energia. Ma se la domanda di questi prodotti crescerà, i produttori saranno a loro volta indotti a farsi la concorrenza utilizzando processi produttivi meno energivori. Nel progetto Emcoin 1 è insita in nuce la potenzialità di trasformare nell’immaginario collettivo la riduzione delle emissioni di CO2 da fattore frenante per lo sviluppo economico nell’innesco di un circolo virtuoso in cui l’ecologia e l’economia si sostengono a vicenda, sulla base di decisioni che vengono prese dalla popolazione e producono subito effetti positivi perché non vengono impastoiate dalle dinamiche politiche. Poiché l’energia incorporata nei prodotti di consumo è più di quanto non si creda, questo progetto può dare un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di gas serra. E può contribuire a smantellare nell’immaginario collettivo il falso mito che ha ostacolato la diffusione di una cultura ecologica: la convinzione che la riduzione dell’impatto ambientale richieda una riduzione delle attività produttive e dell’occupazione, mentre, in realtà, si limita a cambiarne in meglio le connotazioni.


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