JULIAN ASSANGE : La dura regola del silenzio, fra due pesi e due misure

di Simone Sollazzo, Attivista, Consigliere uscente del Comune di Milano.

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”. Questa è una delle tante frasi leggendarie pronunciate da un uomo della caratura di Martin Luther King , e mai come adesso torna prepotentemente attuale in questo 2022 dove una epidemia globale ci anestetizza e ci distrae da danni che minaccerebbero il nostro normale vivere civile.
E da semplici cittadini , l’errore più grosso o meglio , la più grande contraddizione che commettiamo , è pensare di sentirci legittimati a parlare di libertà individuali negate, scagliandoci contro scelte governative indigeribili, quando esiste qualcuno che da anni sta già pagando il prezzo per averci garantito quella libertà di espressione ed accesso alle informazioni governative, senza le quali saremmo solo sudditi fatti per lavorare e per contribuire alla definizione di un PIL, che serve solo a vantarsi nelle convention internazionali per pochi uomini già fortunati e senza l’assillo di bollette da pagare.

La vicenda di Julian Assange è questo. Il simbolo di una libertà di parola e di conoscenza negata, davanti al “silenzio internazionale” di chi pensa da comune mortale di non avere alcuna incidenza nella naturale dinamica dei fatti, o come di poteri nazionali che hanno paura di provare anche in una sola seduta a fare la voce grossa con la “sorella maggiore”.
Questo è il silenzio degli onesti. Di chi ancora si sente suddito o come nel caso dell’Italia , paga ancora un debito morale (e magari anche monetario) di una liberazione che risale ancora al 1945. E’ il silenzio di chi crede erroneamente di essere senza alcun potere contrattuale.

Inutile ripercorrere da capo una storia che ha visto un giornalista , insieme ai suoi collaboratori sparsi per il mondo , essere perseguitato solo per avere reso pubbliche informazioni di assoluta rilevanza internazionale come “Criminal murder” , i diari della guerra in Afghanistan, i diari della guerra in Iraq e i Cable Gate. Tutti atti riguardanti le false promesse di libertà e democrazia della superpotenza USA che ci illuse di invadere alcuni paesi e di “farlo per noi”.

Ebbene quando una personalità diventa scomoda da rivelare anche i soprusi e gli abusi di violenza di una occupazione che va ben oltre le dinamiche della “caccia all’uomo” , allora diventa necessario liberarsi di questo messaggero australiano che per le sole capacità intellettive e organizzative avrebbe potuto comodamente scegliere una vita agiata nella Silicon Valley e con un conto in banca degno di Zuckerberg o Bezos.

Ma la cosa più triste non è il vedere la trafila giudiziaria in un continuo palleggiamento fra Corte di giustizia britannica e governo americano che ne vorrebbe l’estradizione per far marcire l’hacker in una moderna Guantanamo. Per carità nessuno vuole sminuire l’entità di questo danno , dopo che Assange ha già scontato due anni buoni nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh e dieci da rifugiato fra quattro mura dell’ambasciata ecuadoriana di Londra.

La cosa più triste è il “voltafaccia” di tante forze politiche , italiane ed europee che mostrano totale inerzia e un atteggiamento da spettatori in questo dialogo a due , laddove non hanno mancato di spendere la propria voce e la propria rappresentanza parlamentare per ben altri eventi in cui siano stati rimessi in discussione sia i valori umani che la libertà di espressione del singolo. Patrick Zaky (non a caso) docet.
Ma allora perché questa differenza di trattamento ? Quale parametro di legge o morale impedisce la stessa presa di posizione o un atteggiamento di difesa ad oltranza che tanto rivendichiamo nella nostra normale vita di cittadini che si sentono privati di fare la spesa se sprovvisti di un visto governativo ?
Non chiediamo barricate, ma quantomeno una ammissione di sincerità e di coscienza che finalmente metta a luce una sottomissione , o meglio sudditanza politica a chi ci ha garantito una certa libertà che adesso ci sottrae. La libertà di avere accesso anche alle notizie più cruente e di poter quindi giudicare l’operato di governo e istituzioni che esistono perché noi stessi le scegliamo e ne decretiamo l’esistenza.

Tolta la riflessione che parte dalla citazione del reverendo King , rimane comunque un altro dato, decisamente meno trascurabile su cui riflettere. Al silenzio di chi si ritiene onesto c’è da considerare la volontà terribile di “applicare due pesi e due misure”. Una pratica molto diffusa nel mondo moderno quando si vuole giustificare qualcuno e condannare qualcun altro , non degno di rispetto o proprio perché lede gli interessi governativi. Può essere un peccato veniale nella vita privata , nonostante la sua gravità. Diventa inaccettabile in politica quando si va a discutere e ridefinire questioni riguardanti i diritti umani.

Facciamo insieme un salto indietro nella storia a stelle e strisce. All’indomani della occupazione in Vietnam , un giornalista chiamato Daniel Ellsberg finì alla ribalta delle cronache per la pubblicazione dei famosi “Pentagon Papers”, un dossier di ben 7000 pagine di competenza del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America sullo studio delle strategie e rapporti fra governo federale e governo vietnamita. I Pentagon papers ebbero la maestria di rivelare che il governo degli Stati Uniti aveva esteso il proprio ruolo nel conflitto con bombardamenti e raid aerei nel Laos, in Cambogia e in Vietnam del Nord e aveva intrapreso delle azioni di guerra, ben prima che gli americani ne fossero informati. Praticamente una azione di rivelazione necessaria per far comprendere come la bontà di un intervento fosse solo un paravento per delle mire espansionistiche che causarono poco tempo dopo delle perdite umane su entrambi i fronti e che ancora vengono piante dalla stragrande maggioranza delle famiglie coinvolte. Solo Hollywood poté ringraziare la caduta dal cielo di tanto materiale narrativo su cui lavorare.
Gioì un po’ meno l’artefice Ellesberg che finì puntualmente sotto il tiro del fuoco governativo di Nixon che ne ordinò una indagine severa a tal punto da portare il diretto interessato a farsi un bel giro in Corte Suprema dopo la pubblicazione degli atti nel 1971 al New York Times.
Per fortuna nella America perbenista (e garantista) di un tempo vigeva ancora un rispetto viscerale della carta costituzionale e in particolare del Primo Emendamento (First emendment), che non a caso recita:

«Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.»

Il risultato fu l’immediato scagionamento di Ellsberg e tutti che vissero felici (e quasi contenti) nonostante le perdite e i danni collaterali di un conflitto decennale come quello vietnamita.
Ellsberg potè proseguire la sua vita e professione nell’Illinois dove oggi ha 90 anni.

Ebbene , allora la domanda nasce spontanea.
Perché le condizioni del Primo Emendamento non sono più applicabili oggigiorno?
Perché il caso Assange non è paragonabile a quello di Ellsberg dopotutto? Quali sono le variabili discriminanti che impediscono di far valere i dettami del primo emendamento , nonostante i fattori chiave e le costanti siano pressoché le stesse , pur cambiando i contesti latitudinali ?
Se non è questa la dinamica dei due pesi e delle due misure , diteci voi quale dovrebbe essere.
Una giustizia applicata con parametri discrezionali e di assoluta influenza da parte delle mode politiche del momento, diventa per forza di cose una giustizia “non giusta”. E sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario.

Tra un silenzio degno degli ignavi cantati dal grande Dante e una giustizia di due pesi e due misure , il futuro non può certamente essere roseo. Ma ciò non significa che qualche voce sparsa rimanga ancora accesa come una luce che può diventare unico incendio se tutti lo volessimo.
E per questo siamo qua con un cerino in mano a riaccendere le coscienze di quanti credono nella equità e nel rispetto di un mondo e di un ambiente che non deve dimenticarsi del concetto più importante, quello della “umanità”.
Perché soffocare la dimensione della verità vuol dire cominciare a soffocare un mondo della sua sete di conoscenza, lasciando il progresso a favore dei privilegi di pochi. Non è la morte né la sconfitta del singolo in questo caso. E’ la fine della rivendicazione di quei diritti stessi che qualcuno adesso ha deciso di negare come un rubinetto che si chiude in un secondo.
Pensateci proprio in quel secondo di tempo, fra una crisi climatica e un’ondata migratoria.
Se non si lotta per la trasparenza e la verità, allora non si vive. Infatti non si chiama vita.
Si chiama “propaganda” , e basta.

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2 risposte

  1. Cristina ha detto:

    Caro Simone grazie per questo importante intervento che pone domande fondamentali e che interrogano le nostre coscienze e la nostra…. ignoranza.
    Amnesty e Reporters sans frontieres sono interessato al tema?

    • Fabrizio Cortesi ha detto:

      Se ne occupano abbastanza, a parole, ma poi si deve vedere con quali atti e azioni concrete. Associazioni come Amnesty di fatto latitano su questo importante tema. Staremo a vedere, ma occorre passare più all’azione, su temi così importanti e rappresentativi dello stato di diritto, sui quali troppi partiti e associazioni mainstream davvero latitano. E ci viene in mente anche il tema della caccia, cosi come troppi altri.

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