La crisi attuale non è una decrescita, ma una conseguenza della crescita

di Maurizio Pallante

Anticipiamo la il capitolo 8 delle riflessioni sulla fase storica che stiamo vivendo, per rispondere all’intensificazione delle critiche alla decrescita che si sono susseguite dall’inizio della pandemia di Covid-19.

La motivazione è evidente: sta aumentando il numero delle persone preoccupate per il futuro, che cominciano a capire che la causa dell’attuale emergenza sanitaria e della crisi economica sono gli sconvolgimenti ambientali causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

L’idea della decrescita sta suscitando un interesse che prima non aveva. Per questo gli attacchi nei suoi confronti aumentano, ma sono attacchi molto deboli perché non sono sostenuti da argomentazioni.

È l’inizio della terza fase indicata da Gandhi: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti attaccano e alla fine vinci. Il guaio è che se non vince la decrescita, l’emergenza sanitaria, la crisi ecologica e la crisi economica si aggraveranno, per cui perderemo tutti.

 

Piccolo florilegio incompleto, limitato all’Italia:

Non sappiamo come il morbo cambierà il nostro stile di vita, ma sicuramente la decrescita felice non è un’opzione, avere mezzi materiali e benessere serve eccome…
Alessandro De Nicola, I burocrati ostacolano la nazione, La Stampa 28 marzo 2020

Questa è forse l’occasione per mettere insieme queste tre componenti (ecologia, economia e salute ndr.) non per quella che forse erroneamente è stata chiamata decrescita felice, ma per una crescita felice, un prosieguo felice.
Fabio Fazio, Che tempo che farà, 19 aprile 2020

«Non si tratta di optare per la decrescita, ma per una crescita resiliente, puntando in maniera decisa su tutti gli investimenti che rendono l’industria più sostenibile, con la decarbonizzazione e la digitalizzazione in prima linea», sostiene Becchetti.
Elena Comelli, Il coronavirus è più cattivo dove l’aria è inquinata, www.corriere.it, Uno studio di tre università evidenzia la relazione fra epidemia e polveri sottili, 23 aprile 2020. Leonardo Becchetti: «Non si tratta di optare per la decrescita, ma di puntare su un’industria più sostenibile».

È la scienza, la ricerca, la tecnologia che ci salveranno dal Male, non la famosa e fumosa decrescita felice. Dobbiamo progettare un modo diverso di vivere, consumare, produrre.
Massimo Giannini, Un giornale moderno e per bene, La Stampa, 25 aprile 2020 (fondo scritto nel giorno in cui ne assume la direzione).

L’immagine che il rapporto descrive sfata l’idea che la decrescita felice, qualunque cosa possa voler dire, non è lo sviluppo sostenibile, perché una crisi come questa anche se ha ridotto l’inquinamento non fa bene allo sviluppo sostenibile.
Enrico Giovannini, L’Espresso, Dialoghi sul nostro tempo, 7 maggio 2020.

Una rassegna significativa e divertente nella sua ingenuità. Difficile credere che si siano messi d’accordo, anche se non può sfuggire l’intensificazione degli attacchi alla decrescita felice dall’inizio della pandemia in corso, né possono sfuggire due elementi che accomunano tutte le citazioni.

Il primo è la loro gratuità. Non sono funzionali alle argomentazioni svolte dagli autori. Se si togliessero, il loro discorso non perderebbe nulla. In qualche caso diventerebbe meno fragile. «La decrescita felice – dice Giovannini – non è lo sviluppo sostenibile». La seggiola non è il tavolo. Inconfutabile. E allora?

A meno che, senza dirlo esplicitamente, non si identifichi questa crisi con la decrescita felice e lo sviluppo sostenibile con la soluzione della crisi ecologica. Due identificazioni non vere.

La decrescita felice non è la recessione, ma la riduzione selettiva e governata della produzione di merci che non hanno oggettivamente alcuna utilità.

Un solo esempio: la riduzione dei consumi energetici che si può ottenere ristrutturando gli edifici esistenti in modo da ridurne le dispersioni è, come minimo, pari ai due terzi di quella che attualmente si consuma per riscaldarli. La recessione in corso non è una riduzione selettiva e governata degli sprechi, ottenuta utilizzando tecnologie più evolute.

Lo sviluppo sostenibile è una crescita che si realizza utilizzando tecnologie meno impattanti, dove i vantaggi della riduzione dell’impatto ambientale per unità di prodotto vengono erosi dall’aumento della produzione.

Un solo esempio anche in questo caso: se si sostituissero le attuali automobili con automobili alimentate da energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili e si continuasse a produrre quantità crescenti di automobili – a parte il fatto che le fonti rinnovabili non sono pulite, ma hanno un forte impatto ambientale, come documenta con un’evidenza impressionante l’ultimo film prodotto da Michael Moore, Planet of the humans – non si ridurrebbe il consumo di acciaio, di plastica e di tutti gli altri materiali necessari per costruirle, né si ridurrebbero gli intasamenti automobilistici.

Il secondo elemento comune delle critiche alla decrescita felice è che nessuno spende una parola per spiegare le ragioni per cui la critica. Non lo merita perché è un’idea assurda? E allora perché parlarne? Perché darle tanta importanza? Se è diventata famosa, come dice Giannini, non sarà anche merito suo e di tutti quelli che sentono il bisogno di parlarne male? Era il caso di citarla nell’articolo di fondo con cui si presenta come nuovo direttore del quotidiano La Stampa? Suvvia. O forse, proprio perché la ritengono a priori un’idea assurda, non sono mai stati nemmeno sfiorati dall’idea di documentarsi su cosa significhi. È questo che induce Giovannini a chiosare «qualunque cosa possa voler dire»? Giannini la ritiene fumosa perché non ha mai approfondito cosa sia? E specifica: «Dobbiamo progettare un modo diverso di vivere, consumare, produrre». Proprio quello che sostiene la decrescita felice dal 2005, quando fu pubblicato il libro che riportava questa definizione nel titolo.

Se Giannini dice che dobbiamo cambiare i nostri stili di vita evidentemente ritiene che siano sbagliati, proprio come sostiene la decrescita felice.

Forse si è reso conto anche lui che hanno qualche attinenza con la causa della pandemia che stiamo vivendo e della crisi economica che ha innescato. Tuttavia, per non essere fumoso dovrebbe aggiungere perché e come dovremmo cambiare il nostro «modo di vivere, consumare, produrre». Forse perché la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci ha richiesto l’adozione di tecnologie sempre più potenti, che hanno lacerato le connessioni delle specie viventi tra loro e con i fattori abiotici degli ecosistemi in cui vivono? E se si produce sempre di più bisogna consumare sempre di più, altrimenti si scatenano crisi di sovrapproduzione, come è successo nel 2008, per cui l’immaginario collettivo dei Paesi industrializzati è stato condizionato a credere che le cose più importanti della vita siano il denaro e il possesso di cose.

Se si ritiene che occorra cambiare il nostro stile di vita consumista, bisogna smettere di finalizzare l’economia e le innovazioni tecnologiche alla crescita della produzione di merci.

Ciò non significa che l’alternativa sia la decrescita, come temono coloro che pensano di esorcizzare questa proposta criticandola senza spiegare il perché.

La decrescita non può essere il fine delle attività produttive, come non può esserlo la crescita.

La decrescita è la strada da percorrere per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale perché il consumo di risorse rinnovabili ha superato la capacità della biosfera di rigenerarle (overshoot day), le emissioni metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana (CO2) hanno superato la sua capacità di metabolizzarle e si accumulano in atmosfera facendo salire la temperatura terrestre, i rifiuti solidi dei processi di produzione e dei consumi hanno stravolto la morfologia dei luoghi in cui vengono ammassati, le emissioni di sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dai cicli biochimici hanno avvelenato il ciclo dell’acqua, inquinato l’aria, riempito gli oceani di masse di poltiglia di plastica grandi come gli Stati Uniti, ridotto la biodiversità, sconvolto gli ecosistemi.

Non sono forse questi sconvolgimenti la causa della crisi ecologica che minaccia il futuro della specie umana e, secondo la maggioranza degli scienziati, ha provocato lo spillover del coronavirus che ha scatenato la pandemia attuale?

Ma se le attività umane non avessero superato la sostenibilità ambientale, né dal lato del consumo di risorse, né dal lato delle emissioni, perché ci dovremmo proporre l’obbiettivo della decrescita della produzione di merci? Dovremmo proporci di produrre bene, come non succede oggi perché la preoccupazione è produrre sempre di più, dovremmo proporci di produrre senza inquinare, senza danneggiare le altre specie viventi, senza lasciare qualcuno privo dei mezzi per vivere, consegnando alle generazioni future un mondo più bello di come ci è stato lasciato dalle generazioni precedenti.

Oggi oltre a produrre bene per ridurre i danni ambientali, dovremmo anche produrre meno per ricondurre progressivamente i consumi di risorse e le emissioni biodegradabili nei limiti delle capacità della fotosintesi clorofilliana.

Possiamo anche potenziare la fotosintesi con giganteschi piani di riforestazione, invertendo la tendenza a ridurla come abbiamo fatto sinora. In ogni caso, per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale dobbiamo ridurre la produzione di merci.

Tina: There is no alternative.

Per ridurla, attenuando il più possibile i contraccolpi sugli stili di vita consumisti che i popoli ricchi hanno interiorizzato da alcune generazioni, occorre sviluppare innovazioni tecnologiche che consentono di accrescere l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, in modo da ridurre i consumi di materie prime, di energia e di acqua per ogni unità di prodotto. Occorre sviluppare innovazioni tecnologiche che consentono di accrescere la durata dei beni e recuperare i materiali di cui sono composti quando vengono dismessi.

Ma tutto ciò sarebbe inutile se non si riducesse anche la domanda di merci a uso finale, per cui occorre, sia detto per inciso perché richiederebbe una trattazione a sé, cambiare il sistema dei valori che ci induce a identificare la felicità col possesso di cose.

La decrescita del prodotto interno lordo presuppone la crescita dei settori produttivi che consentono di ottenere questi risultati, ma non si può confondere la macroeconomia con la microeconomia. Che senso ha dire, come fa Becchetti: «Non si tratta di optare per la decrescita, ma di puntare su un’industria più sostenibile»? Si tratta di puntare su un’industria più sostenibile per far decrescere il consumo di risorse e le emissioni.

È la finalità dell’economia che non può più essere la crescita della produzione di merci, ma deve diventare il rientro nei limiti della sostenibilità ambientale. Per questo bisogna incentivare la crescita delle industrie e lo sviluppo delle tecnologie che consentono di ottenere una decrescita selettiva e governata degli sprechi, cioè della produzione di merci che non hanno nessuna utilità e creano danni.

Occorre ridurre le dispersioni di energia negli edifici, gli sprechi d’acqua nelle tubazioni, il consumo di risorse non rinnovabili recuperando i materiali contenuti negli oggetti dismessi, le distanze tra i luoghi in cui i beni vengono prodotti e i luoghi in cui vengono acquistati, la quantità del cibo che si butta, la deforestazione, il consumo di suolo ecc.

Niente di ciò sta avvenendo adesso. Questa pandemia non ha causato una decrescita, ma una recessione senza precedenti, ovvero una diminuzione non voluta e non governata, della produzione di tutte le merci, quelle utili, quelle inutili e quelle dannose, da cui non si uscirà tentando di rilanciare la crescita attraverso la ripresa dei settori produttivi tradizionali.

La recessione attuale si potrà superare solo incentivando lo sviluppo dei settori produttivi che consentono di ridurre le cause della pandemia.

Solo se si capirà che la pandemia del Covid-19 ha chiuso drammaticamente la fase storica iniziata con la rivoluzione industriale e che è necessario aprire una nuova fase della storia umana, tutta da inventare.

 

Photo by Ante Hamersmit on Unsplash

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