La crisi del M5S è irreversibile? Staremo a vedere, certo è che ergersi a giudicare piuttosto che analizzare non ci aiuta. Si può giudicare il comportamento elettorale di un terzo dell’elettorato? Comprendere dovremmo, per cercare risposte. Non prendere atto – quasi con soddisfazione – che quel movimento aveva effettivamente i piedi di argilla. Perché oltre tutto sbaglieremmo nel pensare di poterne beneficiare.
Secondo contributo sul tema crisi M5S: di Michele Nardelli e Walter Nicoletti.

di Michele Nardelli e Walter Nicoletti.

Le convulsioni che attraversano il Movimento 5 Stelle vanno ben oltre lo scontro di una leadership personalistica, così come sarebbe riduttivo ricondurre la crisi che attraversa la più rappresentativa formazione politica italiana alla sua sola classe dirigente o al manifestarsi – pure evidente – di logiche di potere.
Altresì questo fenomeno politico, nella sua natura come nella sua veloce parabola, non può essere analizzato a prescindere dalle modificazioni antropologiche, sociali e culturali che attraversano la nostra società.
Si tende infatti a dimenticare che nelle elezioni politiche del 2018 il M5S ottenne 10.945.411 voti, primo partito con oltre il 32% dei suffragi, doppiando il Partito Democratico sul piano dei seggi sia alla Camera che al Senato. Un segmento sociale niente affatto trascurabile e che in larga misura corrisponde alle tendenze e ai cambiamenti che molto puntualmente il Censis mette ogni anno sotto la propria lente di ingrandimento.
Da tempo abbiamo a che fare con una società sempre più frammentata e molecolare, insicura e con scarsa capacità di programmare il futuro, segnata dal rancore e dal risentimento, dalla cattiveria e dal “prima noi”, edonistica e ossessionata dai consumi, che dall’assalto al cielo è passata rapidamente alla difesa nelle trincee, politicamente volatile ed incline alla personalizzazione, deresponsabilizzata e con una scarsa propensione alla partecipazione.
E’ impensabile che questi caratteri non segnino trasversalmente l’elettorato nel suo complesso e a maggior ragione il partito che rappresentava un terzo degli elettori. Senza dimenticare che nella stessa direzione sono andati i processi di involuzione della politica sul piano della cultura plebiscitaria e maggioritaria, cui è corrisposta una sempre più forte deriva populistica. Come è innegabile che la nascita del M5S, più che contrastare tale deriva, ha teso ad assecondarla cavalcandola. Tanto che, paradossalmente, un movimento che si autodefiniva dei cittadini e a sovranità popolare è diventato, come sempre nella tradizione giacobina, un movimento monocratico e, per quanto riguarda la democrazia interna, esposto alle derive autoritarie.

Analisi, non insulti
Il successo del M5S è coinciso con la sconfitta di Renzi, che pure a quella deriva non era affatto estraneo. Oltre la politologia, quindi, c’è dell’altro. E qui entriamo nella complessità di un corpo sociale che ha visto nel M5S un elemento di discontinuità con un quadro politico cui dare una spallata. Diverso dalla Lega, di cui s’intravvedeva la contiguità con il berlusconismo e la destra. E che ha fatto da contenitore a facce diverse, quella dei giovani che avvertivano estraneità verso la vecchia politica, quella di un sud lasciato solo e alla mercé del malgoverno e della criminalità organizzata, quella dei “senza rappresentanza” ovvero disoccupati o partite Iva che siano, quella del risentimento per uno stato inefficiente che non dispensa servizi e protezione sociale, quella del rancore verso una sinistra assimilata al privilegio e all’inclusione. Nei “vaffa” c’era un po’ di tutto, dall’esasperazione sociale al “non nel mio giardino”, dal complottismo ai no vax, dalla frustrazione verso il blocco dell’ascensore sociale alla difesa particolaristica verso corporazioni e rendite di posizione. Richiedeva analisi, non insulti.
Al contrario, Renzi – pur dimissionario – presidiava fino all’ultimo la segreteria del PD per impedire un possibile accordo di governo con il M5S in quanto partito di maggioranza relativa, con l’esito di spingere quest’ultimo fra le braccia di Salvini. Per poi uscirne e fondare il suo partito personale, Italia Viva.
Il resto è storia recente. Sull’onda dei sondaggi la Lega sceglie di scrollarsi di dosso lo scomodo alleato e di andare ad elezioni anticipate: è l’azzardo del Papeete che si tradurrà in un clamoroso autogol. Perché a quel punto prende corpo il Conte bis, del resto i numeri per un’alleanza fra M5S e centrosinistra ci sarebbero stati sin dall’inizio della legislatura.
Malgrado la pandemia (o forse grazie alla pandemia) l’“avvocato del popolo” si muove con abilità, apre la trattativa con l’Europa e porta a casa un accordo sul Recovery Fund prima inimmaginabile. Forse con troppa abilità, tanto che i poteri forti e lo scassatore di Firenze mettono in difficoltà il governo Conte, lo costringono alle dimissioni senza neanche un voto parlamentare e si fa largo la proposta di Draghi alla presidenza del Consiglio.
Troppi contorsionismi per l’elettorato del M5S che nel frattempo, stando ai sondaggi e alle elezioni parziali, si è quasi dimezzato. E il Movimento implode, come nella peggiore tradizione dei vecchi partiti: i “saggi” propongono Conte per la leadership del Movimento, Casaleggio non ci sta, Grillo avverte che l’istituzionalizzazione della sua creatura ne snaturerebbe quel po’ di identità che le rimane.
Ora, seguendo le vicende del gruppo dirigente e dei parlamentari, effettivamente forse solo l’“Io patriarcale” – come lo descrive Marco Revelli – «del padre che odia i figli per la sola ragione, biologica, che gli sopravviveranno» potrebbe descrivere lo sconquasso di queste settimane.
Ma il M5S va oltre questa descrizione. Perché il partito di Grillo è diventato un ibrido che prescinde la radicalità dei padri fondatori e la figura moderata e “modernamente populista” di Conte. Come se quegli interessi molteplici e spesso contraddittori si fossero addensati in una rappresentanza politica diffusa.
Ora, la domanda non è se Grillo e Conte sapranno convivere ma se in questo spazio sapranno e potranno coesistere queste anime e interessi. Nel frattempo ci si affanna a capire quale direzione prenderanno i voti in fuoriuscita, anche se la cosa più probabile è che andranno ad ingrossare le fila dell’astensione.
Di certo è che l’ergersi a giudicare piuttosto che analizzare – che ha in larga parte caratterizzato l’atteggiamento della sinistra (in senso lato) già nel 2018 – non ci aiuta. Si può giudicare il comportamento elettorale di un terzo dell’elettorato? Comprendere dovremmo, per cercare risposte. Non prendere atto – quasi con soddisfazione – che quel movimento aveva effettivamente i piedi di argilla. Perché oltre tutto sbaglieremmo nel pensare di poterne beneficiare.
Comunque andranno le cose, che il M5S imploda definitivamente o che ne esca fortemente ridimensionato, dovremmo riflettere sul “lascito negativo” di questa vicenda, ovvero cosa succederà in quei settori di società (mondo del precariato, lavoro dipendente “debole”, lavoro autonomo di nuova generazione, etc.) senza più o con minore rappresentanza politica e privi da sempre di rappresentanza sociale.
Anziché celebrare l’ennesimo funerale di un movimento che voleva essere di cambiamento, quello che resta delle intelligenze di questo paese dovrebbe interrogarsi sui bisogni sociali inespressi, inascoltati, privi di corrispondenze organizzate sul piano del servizio e della rappresentanza che rischiano di alimentare la dissoluzione sociale.
E non va nemmeno sottovalutato il ruolo di “argine” alle destre che i 5 Stelle hanno loro malgrado esercitato seppure con proposte anche molto discutibili, nel dare rappresentanza ad una generazione che non poteva né voleva appartenere alla società del “lavoro novecentesco” in progressiva dissoluzione.

Dissoluzione e post–politica
La crisi dei 5 Stelle rischia a questo punto di trasformarsi in una ulteriore desertificazione delle rappresentanze e in un vuoto che nessuno in questo momento è in grado di surrogare quanto a proposta politica ed organizzazione sociale. Pensiamo al tema di un reddito universale di cittadinanza, alla riduzione strutturale dell’orario di lavoro, alla lotta alle grandi opere inutili, alla necessità di riconsiderare consumi e stili di vita, proposte che non rientreranno per un bel pezzo in alcuna agenda politica. In assenza delle quali la disaffezione democratica non potrà che crescere.
E qui sta il problema. Perché la formazione del governo Draghi apre una fase ancora diversa da quella precedente. Il “dentro tutti” significa a ben vedere “fuori tutti”. Ovvero il rendere inessenziale il ruolo dei partiti e quindi delle istituzioni rappresentative. Questo è il senso della post-politica.
Il fatto che le decisioni vengono assunte fuori dai luoghi di rappresentanza, nei luoghi post-moderni delle holding globali e dei poteri finanziari che si è scelto di lasciare a briglia sciolta (vi ricordate quando qualcuno diceva che i mercati votano ogni giorno?), nelle capitali dell’offshore come dei flussi che cambiano i piani urbanistici e condizionano gli orientamenti culturali, nei corridoi sovranazionali e nello spazio virtuale, negli scenari inquietanti dove il monopolio della forza non è più appannaggio degli Stati, disegna nuove geografie e nuovi poteri.
Così, di fronte a questi processi e nella transizione politico-istituzionale che ne viene – il M5S appare più come l’ultimo sussulto del “non più” che come interprete del “non ancora” che si va faticosamente delineando. Se vale per il M5S, non è che gli altri partiti possano vivere sonni tranquilli. La crisi dei corpi intermedi investe la capacità di descrizione del reale e l’urgenza di darsi nuovi paradigmi per immaginare il futuro. E, in questa crisi, non c’è qualcuno che può chiamarsi fuori, nemmeno quel “Movimento” che pure ha cercato a modo suo di interpretare un tempo nuovo. Per poi diventare parte di quel processo di dissoluzione di sistema che ha contribuito ad innescare.

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