La Decrescita:no, non chiamiamola in un altro modo

di Erin Remblance e Jennifer Harvey Sallin

Pubblichiamo la traduzione in italiano, fatta da Nicola Crosta, di un saggio breve molto interessante, apparso sul sito australiano

https://illuminem.com/illuminemvoices/1ab65908-2352-4ae9-8738-5313a3b147e6

Alla ricerca di alternative

Sono d’accordo con il concetto di decrescita, ma non c’è un termine migliore per definirlo?

Riceviamo spesso questa domanda da persone che temono che il termine “decrescita” suoni troppo negativo in un mondo in cui la crescita economica è quasi universalmente considerata positiva. Temono che la percezione che la decrescita debba essere negativa impedisca a molte persone di abbracciare il termine, il concetto e, di conseguenza, i comportamenti e le politiche orientate alla decrescita.

Nel considerare la questione, è importante non ricorrere al riduzionismo (tutto buono contro tutto cattivo). La decrescita è definita dal ridimensionamento e dall’aumento, solo in modi diversi rispetto al quadro di crescita economica attualmente dominante. Mentre il nostro sistema attuale richiede un continuo aumento della produzione e del consumo, ciò si ottiene a un costo immenso sia per l’ambiente che per miliardi di persone in tutto il mondo: il loro lavoro viene sfruttato e, nel caso del Sud globale, le loro risorse naturali vengono sottratte in un flusso continuo di trasferimento di ricchezza verso il Nord globale. Al contrario, la decrescita mira a ridimensionare la produzione e il consumo nelle nazioni ricche e ad aumentare il benessere umano ed ecologico e l’equità globale. L’attenzione a ciò che cresce e a chi beneficia di questa crescita è la differenza essenziale tra i due contesti.

Allora, perché non ribattezzare la decrescita in base ai suoi aspetti positivi?

Molti hanno già lavorato in questa direzione, con termini concettuali alternativi come “economia del benessere” o “economia rigenerativa”. Se è vero che questi termini richiamano l’attenzione sugli aspetti positivi dell’abbandono di un modello economico dipendente dalla crescita, è anche vero che evitano di nominare le scelte difficili che devono essere fatte per ottenere questi aspetti positivi (cioè la decrescita). Anche se le scelte che dobbiamo fare non saranno sempre facili e non saranno gradite a tutti, non possiamo distogliere l’attenzione dal compito che ci attende: quelli di noi che vivono nelle nazioni ricche vivono come se avessero 2, 3, 4 o 5 pianeti Terra, e dobbiamo dare un taglio. Dobbiamo ridurre la nostra impronta materiale, compresa quella energetica, fino a rientrare nei limiti planetari, di cui ne stiamo già violando 6 su 9, considerando anche i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità. Proprio come un medico non dovrebbe cercare di diluire o oscurare la diagnosi che fornisce a un paziente – dovrebbe essere chiaro e diretto con i fatti della questione – anche noi dobbiamo essere espliciti con il nostro messaggio: le nazioni ricche devono utilizzare meno risorse della Terra per sopravvivere, e possiamo farlo solo abbandonando la crescita economica.

Ma la crescita è una cosa positiva, giusto? Dopo tutto, in natura tutto cresce.

Si, tutto in natura cresce, ma niente in natura cresce per sempre (tranne il cancro, che smette di crescere quando uccide il suo ospite). Eppure, è proprio qui che ci troviamo con la nostra attuale economia basata sulla crescita. Non c’è una fine in vista: solo una crescita esponenziale per sempre. In nessun momento di un modello economico dipendente dalla crescita abbiamo intenzione, o anche solo la possibilità, di dire: “Ok, abbiamo raggiunto la dimensione ottimale, abbracciamo un’economia stabile”. Se così fosse, avremmo abbandonato l’economia basata sulla crescita quasi cinque decenni fa, quando eravamo ancora all’interno dei limiti planetari.

Le nostre risorse naturali sono un fattore chiave per la crescita economica, come dimostra il grafico seguente, che mostra come il Prodotto interno lordo (PIL) e l’impronta materiale siano strettamente legati. Più la nostra economia cresce, più il nostro ambiente naturale viene divorato. Questa crescita composta del PIL significa in definitiva una crescita esponenziale e quindi la velocità con cui stiamo danneggiando il pianeta sta accelerando. Inoltre, il mondo naturale è una fonte cruciale di assorbimento del carbonio e, naturalmente, di biodiversità: per risolvere le nostre crisi ecologiche dobbiamo espandere l’impatto del nostro ambiente naturale, non ridurlo. Continuare a far crescere le economie delle nazioni ricche è in diretto contrasto con questo obiettivo.

Fig. 1: Con la crescita del PIL cresce anche l’impronta materiale. Il grafico mostra la variazione dell’impronta materiale globale rispetto alla variazione del PIL globale (in dollari USA, a valori costanti 2010), 1990-2013. [Va notato come il tasso di utilizzo di risorse non decresca con l’aumento del PIL, anzi aumenti: cioè non c’è stata maggiore efficienza andando avanti nel tempo, ma, al contrario, minore efficienza]

E la crescita verde? Sicuramente ci permette di far crescere la nostra economia per sempre?

Purtroppo no. Tutti i dati indicano che la crescita verde non è possibile, e certamente non entro la piccola finestra che ci rimane per ridurre le emissioni, se vogliamo evitare un riscaldamento catastrofico.

Entrambe le cose oppure l’una o l’altra

Il fatto che il termine “decrescita” non sia immediatamente accolto da alcune persone non significa che non sia efficace. Stiamo chiedendo alle persone di abbandonare una convinzione radicata nel tempo e ci vorrà un po’ di tempo per abituarsi. La parola “decrescita” è dirompente fino al punto di essere conflittuale e non è facilmente assorbita dallo status quo, riflettendo l’urgente e inequivocabile cambiamento di trasformazione e di paradigma di cui abbiamo bisogno. La decrescita è antirazzista, anticoloniale e antimperialista, e sfida l’assunto implicito del Nord globale di poter continuare all’infinito con i suoi modi materialisti e consumistici, a scapito di un’enorme fascia di umanità nel Sud globale. C’è un’integrità nell’essere sinceri su ciò che è necessario per evitare i peggiori impatti del cambiamento climatico – per tutta l’umanità – riconoscendo che molte persone stanno soffrendo ora e che il “2050 netto zero” è troppo lontano per loro. Il termine “decrescita” è onesto, non cerca di indorare la gravità della situazione con favole sulla tecnologia e sulla crescita verde, o con soluzioni che non sono praticabili, o che probabilmente non lo saranno.

Grazie a questa onestà, la “decrescita” viene notata.

Dal punto di vista psicologico, indica la necessità di essere aperti alle sfide che ci attendono e di essere pronti a intraprendere azioni serie e resilienti di fronte a un’enorme rivoluzione personale e sociale. Le nostre vite stanno subendo un cambiamento drastico e molti di noi sono in lutto perché riconoscono che i propri investimenti sono “naufragati” nella carriera, nello stile di vita o nei sogni per il futuro (che semplicemente non si realizzeranno), non a causa della decrescita, ma perché per decenni non abbiamo agito sulla base della scienza del cambiamento climatico. La decrescita ci aiuta a contestualizzare il perché di questa situazione e ci aiuta ad affrontare i fatti con l’urgenza e l’impegno necessari: decrescita attiva nel presente o collasso passivo nel prossimo futuro.

Alcuni accolgono la parola con sollievo. In Giappone, il filosofo e storico dell’economia professor Kohei Saito ha scritto un libro sul “comunismo della decrescita” democratica e, nonostante le aspettative che l’opera sarebbe stata ignorata o evitata (a causa della decrescita nel titolo), è stato un bestseller in piena regola, con già mezzo milione di copie vendute e le librerie incapaci di tenere il passo con la domanda. Una versione inglese del libro, intitolata “Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism”, sarà disponibile nel novembre 2022. Chi acquista libri come quello di Saito, soprattutto i giovani, è affamato di idee post-capitaliste.

In relazione a ciò, e in termini molto pratici, il movimento della decrescita ha una lunga storia di ricerca e contributi accademici e sociali a cui attingere. La prima volta è stata chiamata decrescita nel 1972 (“décroissance”), lo stesso anno in cui è stato pubblicato Limits to Growth, e l’iterazione moderna del movimento della decrescita esiste da 20 anni. Da 14 anni si tengono conferenze sul tema in tutto il mondo e sono stati pubblicati molti libri e articoli accademici con la decrescita nel titolo. È possibile conseguire un master in decrescita, la decrescita è citata 15 volte nell’ultimo rapporto IPCC AR6 WGII ed è elencata come percorso verso un futuro sostenibile nell’ultimo rapporto IPBES Values Assessment. Se vogliamo che i leader politici abbraccino questo quadro di riferimento e lo utilizzino nella definizione delle politiche, dobbiamo usare il termine adottato nella

ricerca, nella letteratura e nelle proposte politiche esistenti. Si tratta quindi di una situazione di “entrambe le cose” piuttosto che di uno scenario di “una o l’altra”: la decrescita come termine mette in discussione i nostri presupposti precostituiti e offre una riformulazione pratica e stimolante per il futuro.

Risolvere la variabile giusta

Cercare di cambiare il nome del movimento per la decrescita significherebbe cercare di risolvere la variabile sbagliata, in un momento in cui non abbiamo tempo da perdere in superficiali sforzi di rebranding. Come abbiamo detto sopra, il problema da risolvere è che attualmente la maggior parte delle persone ritiene che la crescita economica sia buona e necessaria (e che debba essere solo “più verde”, nonostante tutte le prove che la “crescita verde” sia impossibile). Dubitiamo che esista un solo termine in grado di attrarre questo pregiudizio e di sfidarlo e trasformarlo drasticamente nei tempi necessari.

Per risolvere la giusta variabile, i nostri sforzi collettivi dovrebbero essere investiti nel garantire che l’idea che “la crescita eterna è buona” venga sfatata il più rapidamente e completamente possibile. È necessario che i cittadini dei Paesi ricchi comprendano quanto sia dannosa un’ulteriore crescita economica: continuando a far crescere il PIL, limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C sarà impossibile. Un tale aumento di temperatura potrebbe attivare punti di non ritorno nel sistema terrestre che genererebbero un ulteriore riscaldamento, indipendentemente dalle azioni che intraprenderemo a quel punto. Ciò porterebbe a un nuovo e pericoloso stato climatico che il climatologo Will Steffen descrive come “Terra della serra”: una Terra virtualmente inabitabile per gli esseri umani.

Pertanto, non abbiamo bisogno di cambiare il nome “decrescita”. Ciò di cui abbiamo bisogno è che un numero maggiore di noi, nelle nazioni ricche, associ intuitivamente il termine “crescita economica” a “collasso”.

Concentriamoci sui problemi reali

Non si sottolineerà mai abbastanza che la crescita infinita su un pianeta finito sta causando un overshoot ecologico. Una sola conseguenza di questo superamento – il cambiamento climatico – potrebbe rendere inabitabile gran parte del pianeta, probabilmente nell’arco della prossima generazione, se non della nostra. Quelli di noi che vivono nelle nazioni ricche possono vivere felici e in salute senza crescita economica, e anzi con una quantità di materiali molto inferiore, ma continuare con il business as usual porterà al collasso.

Se non riusciamo a convincere le persone nelle nazioni ricche a tenere conto di queste realtà consolidate, allora abbiamo problemi molto più grandi del semplice nome del movimento che rappresenta la nostra migliore possibilità di evitare la catastrofe.

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