La folle e velleitaria rincorsa (propaganda) italiana dell’atomo

Dal FQ: https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/09/21/nucleare-il-governo-meloni-non-fa-i-conti-col-referendum-e-le-scorie-del-passato-punta-tutto-sui-mini-reattori-lesperto-idea-terrificante/7285496/

Nucleare, il governo Meloni non fa i conti col referendum e le scorie del passato: punta tutto sui mini reattori. L’esperto: “Idea terrificante”

Nucleare, il governo Meloni non fa i conti col referendum e le scorie del passato: punta tutto sui mini reattori. L’esperto: “Idea terrificante”
di Luisiana Gaita | 21 SETTEMBRE 2023
Sul nucleare si fanno i conti senza l’oste. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha convocato per oggi, 21 settembre, la prima riunione della ‘Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile’, mentre il vicepremier Matteo Salvini nei giorni scorsi si è detto convinto di poter inaugurare “la prima produzione di energia da nucleare nell’arco di dieci anni”. Nonostante il Paese abbia detto no all’energia atomica con il referendum del 1987 e le esperienze europee indichino costi esorbitanti e tempi di realizzazione tanto lunghi da non consentire di centrare gli obiettivi climatici al 2030. E sebbene l’Italia sia alle prese con il problema del deposito nazionale: da nessuno dei luoghi designati per l’impianto delle scorie nucleari è arrivata la disponibilità a ospitarlo. Ma tant’è. Segnali diversi giungono anche dalla Germania, tra i Paesi che più si sono battuti in seno all’Europa contro l’introduzione dell’energia dell’atomo nella Tassonomia Verde. Le ultime centrali sono state chiuse la scorsa primavera. Da un lato ci sono le parole del cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz: “Oggi in Germania il tema del nucleare è un cavallo morto. Chiunque voglia costruire nuove centrali impiegherebbe 15 anni e dovrebbe spendere dai 15 ai 20 miliardi per unità”. Eppure la ministra dell’Istruzione e della ricerca tedesca Bettina Stark-Watzinger (Partito Liberale Democratico) ha appena annunciato un investimento di oltre un miliardo di euro nella ricerca sulla fusione nei prossimi cinque anni. Cosa sta cambiando? “Nulla. Non c’è alcuna novità e i tempi di realizzazione, rispetto alle dichiarazioni, continuano a essere di tre o quattro volte superiori” spiega a ilfattoquotidiano.it Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare, già professore di Fisica presso il Dipartimento di Scienza applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino.


La propaganda del nucleare – Al Forum Ambrosetti, a Cernobbio, il ministro Pichetto Fratin ha detto: “Siamo impegnati sulla fusione nella sperimentazione con diversi accordi a livello internazionale e poniamo il massimo dell’attenzione alla fissione di quarta generazione, che significa anche la valutazione degli small reactor che nell’arco di dieci anni potranno essere un’opportunità per il Paese”. La piattaforma è coordinata dal Mase con il supporto di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico) e di Enea. Ma se per Pichetto Fratin “sarà il prossimo governo ad occuparsi di questo”, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, non nasconde un certo ottimismo. “Nell’arco di 10 anni sono convinto che la prima produzione di energia da nucleare sarà con questo governo, con questa attuale formazione, che potrà inaugurarla” ha detto il leader della Lega. Una risposta politica netta dopo che, a marzo scorso, Ansaldo Energia, Ansaldo Nucleare, Edf e Edison hanno sottoscritto una lettera di intenti (Loi) per collaborare allo sviluppo del nuovo nucleare in Europa e favorire la diffusione di piccoli reattori modulari. Seguita dalla mozione della maggioranza alla Camera che impegnava l’esecutivo “a valutare l’opportunità di inserire nel mix energetico nazionale anche il nucleare”.


Le esperienze europee – I reattori che negli ultimi decenni si è cercato di costruire in Europa sono gli Epr (European Pressurized Reactor) di terza generazione plus ed hanno avuto una storia a dir poco travagliata, come raccontato da FQMillennium. Il primo entrato in effetti in funzione è Olkiluoto 3, in Finlandia. Ci sono voluti più di 16 anni (dal 2005 al 2022, anche se è entrato in funzione solo nel 2023) e un costo passato dai 3,3 miliardi di euro previsti a 11 miliardi poi effettivamente spesi. In Francia, dove l’età media dei reattori è di quasi quarant’anni, i lavori per il reattore di Flamanville sono iniziati nel 2007, ma ora si punta al 2024 anche se non mancano gli ostacoli, con costi lievitati a 19 miliardi di euro. Nel Regno Unito, è iniziata nel 2016 la costruzione di Hinkley Point C: due i reattori che dovrebbero essere pronti nel 2016 al costo di 37 miliardi di euro. Ma l’Italia, stando alle dichiarazioni politiche, punterebbe su piccoli e più gestibili reattori.

Tartaglia: “Una follia, anche pensare ai mini reattori” – Ma i piccoli reattori modulari (Small modular reactors), stando a studi anche recenti, comportano ancora diversi problemi: dai costi di costruzione e manutenzione, secondo alcune analisi destinati a salire, agli approvvigionamenti di combustibile ad alto arricchimento di uranio, l’U-235 arricchito fino al venti per cento. Ci sono diversi impianti specializzati in giro per il mondo ma, attraverso le sue controllate, è la società russa Rosatom a fornire il 46% della capacità globale di arricchimento dell’uranio. Senza contare, e questo vale per tutto il settore, che in Italia ci sarebbe un’intera filiera da mettere in piedi partendo da zero. “I reattori piccoli non sono certo stati inventati adesso, ma non si capisce su quali basi si possa dire che questi non portino con sé altrettante problematiche, rispetto alle grandi centrali” spiega Tartaglia. “Se si vuole sostituire una quota rilevante del fabbisogno energetico nazionale, ci vogliono parecchi reattori più piccoli e il controllo diventa molto più complicato rispetto a quello di un’unica centrale – aggiunge – a maggior ragione se si pensa a reattori modulari da aggiungere o eliminare a seconda della potenza che si vuole ottenere”. E ancora: “Immaginiamo cosa significa trasportare in giro per il Paese elementi di combustibile per alimentare i reattori e scorie, a meno che non si pensi di depositarle vicino a questi piccoli impianti, idea che trovo terrificante. È follia e mi indigna che si possano fare certe dichiarazioni, favorendo un affare (o degli affari) supposti o reali di coloro che contano di avere un ritorno immediato da investimenti tutti pubblici”.


Il deposito che non c’è – Nel frattempo, però, non è stata trovata una soluzione per la gestione dei rifiuti radioattivi. Lo ha sottolineato anche l’Isin, l’ispettorato per la sicurezza nucleare, nella relazione annuale consegnata ad agosto a governo e Parlamento. I 67 siti individuati dalla Cnapi, la Carta delle aree potenzialmente idonee, hanno risposto picche e così dovrebbe essere in dirittura d’arrivo il provvedimento, annunciato dallo stesso ministro Pichetto Fratin, con cui il governo aprirà ufficialmente l’autocandidatura dei territori per accogliere il Deposito nazionale che ospiterà 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e molto bassa attività. Nel frattempo, gestire 32mila metri cubi di scorie (destinate a triplicare) negli attuali 22 depositi temporanei diventa sempre più costoso. Totale incertezza regna, poi, sui tempi di realizzazione del deposito nazionale.

La fusione, tra esperimenti e contraddizioni – Nel frattempo, però, Pichetto Fratin cita la fusione, su cui anche la Germania anti-nucleare investirà oltre un miliardo di euro in ricerca. “Dire che ci vogliono dieci anni è un’illusione pura e semplice che si vuole coltivare deliberatamente e che si alimenta del fatto che c’è un settore in fase di ricerca con delle grandi promesse. Ma è in fase di ricerca da decenni e lo sarà a lungo” commenta Tartaglia. Gli esperimenti hanno fatto dei passi avanti. Sia quelli condotti in Gran Bretagna (nell’ambito del progetto internazionale Iter), sia quelli portati avanti negli Stati Uniti. “Ma parliamo di numeri irrisori per una centrale e di costi spaventosi. Il giorno in cui dovesse essere realizzata una centrale, non è vero che non ci sarebbero effetti collaterali di medio e lungo termine” spiega Tartaglia. Quali? “Anche se si trovasse il modo di produrre più energia rispetto a quella assorbita, per la fusione di cui parliamo abbiamo bisogno di deuterio e trizio, che però non è presente in natura e va prodotto con dei processi – anche questi – nucleari. È necessaria una fissione per spezzare il nucleo di un isotopo di un elemento un po’ più pesante, il litio (meno abbondante del deuterio e già al centro di dinamiche di sfruttamento nelle miniere, ndr), che si scinde in un nucleo di elio e in uno di trizio”. In sintesi: una fissione per ottenere trizio, che poi servirebbe (insieme al deuterio) nella fusione. E ancora: “I neutroni che vengono liberati durante la fusione, vengono assorbiti da tutto ciò che c’è incontro e che, quindi, diventa radioattivo. Intendiamoci – aggiunge l’esperto – non sono come le scorie, ma la struttura della centrale e tutto quello che contiene diventa radioattivo. Quindi dovrà essere trattato o smaltito”.

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