LA FRAMMENTAZIONE DEL PENSIERO ECOLOGISTA.



La “terra”, oggetto di studio di mille discipline (geologia, scienze naturali, botanica, chimica, biologia, ecc.), sembra occupare nell’immaginario collettivo un fugace e piccolo spazio celebrativo solo in occasione della “giornata mondiale della terra”. Chi, come me e una sparuta minoranza di scienziati, tecnici e cittadini, se ne occupa con preoccupata insistenza da diversi anni viene ignorato dalla narrazione mediatica e politica mainstream e virtualmente confinato in una riserva, un po’ come erano confinati i “nativi americani” che avevano compreso e interiorizzato la dimensione “ontologica” e “sacrale” della terra, il suo “essere parte vivente”, ben oltre la sua meravigliosa e multiforme “funzionalità ecosistemica”: un essere vivente alla pari degli esseri umani, delle piante, degli animali. Se non si comprende la “dimensione ontologica” della terra come “essere che vive e fa vivere altri esseri viventi” e come “spazio vitale” dove si origina la vita avremo sempre una visione mutilata della realtà della natura e non saremo in grado di progettare nessun futuro per il pianeta e nemmeno forme armoniche di convivenza fra tutti gli esseri viventi: uomini, piante, animali. In questo grande vuoto culturale e antropologico circa il valore della terra, che la “prassi antropocentrica” ha ridotto a “merce” e a un banalissimo “fattore produttivo” utile a incrementare il PIL, precipitano temi come la biodiversità, i cambiamenti climatici, le nuove epidemie, ecc.

L’opinione pubblica non riesce a cogliere non solo la “dimensione ontologica”, ma nemmeno la “dimensione biologica” della terra. Infatti, quando si ragiona sulla “perdita di biodiversità” il primo pensiero va ai grandi mammiferi e non al rischio di estinzione di numerosissime specie presenti nei primi 40 centimetri di quello “strato” che non è altro che la “pelle del pianeta”. E, nonostante si stimi che due terzi di tutte le specie vivano nel suolo, meno che meno il pensiero va agli infinitesimali “microrganismi” che costituiscono l’anello di congiunzione tra la salute del terreno, il benessere degli alberi e delle piante, il benessere dell’uomo, il benessere degli animali.

Il vuoto culturale che accompagna la mancata percezione della dimensione “ontologica” e “biologica” della terra (suolo) si ripercuote inevitabilmente anche sulla sua dimensione “geomorfologica”, “fisica”, “geografica”: intesa proprio come “spazio fisico vitale” per la vita di tutti gli esseri viventi. Anche sulla vicenda legata alla reintroduzione/ripopolamento in natura degli animali selvatici emerge questo vuoto culturale, sia in coloro che intendevano utilizzare il ripopolamento di selvatici a scopo turistico-commerciale, sia in coloro che si battono per salvarli da propositi di abbattimento. Non credo che al momento della reintroduzione/ripopolamento di animali selvatici sia stata fatta alcuna considerazione e alcuna valutazione sulla presenza/esistenza di habitat ed areali di adeguate estensioni, idonei per disponibilità di cibo (andrebbe abolita la caccia), non frammentati “dall’antropizzazione turistica” (consumo di suolo in aree protette, infrastrutture, strade, strutture ricettive in alta quota, impianti, piste per lo sci, ecc.) e “dall’antropizzazione produttiva primaria” (pascoli, agricoltura di montagna, attività selvicolturali con tagli massivi nei boschi e scomparsa del sottobosco, strade forestali, ecc.). Come non penso siano stati oggetto di valutazione i colpi mortali inferti dagli effetti dei cambiamenti climatici (siccità, incendi, Vaia e venti a 120 km/h, ecc.) sugli spazi vitali necessari alla fauna selvatica. Una sommatoria di “situazioni limite” che non sono state considerate e che inevitabilmente avrebbero poi portato a quello che sta accadendo: una situazione complicata, dolorosa, sofferta, dove incombe l’involuzione della “diffidenza” in “confidenza” da parte degli animali selvatici. In questa vicenda, che si dipana pericolosamente e rischia drammaticamente di finire fuori controllo, il dibattito si è attorcigliato attorno al tema della “gestione” e non su quella preventiva “valutazione ambientale strategica” sulla presenza o meno dello “spazio vitale” necessario per mantenere e “gestire” la “diffidenza” degli animali selvatici verso l’uomo. Purtroppo nel momento in cui una politica ignorante decide di restringere le aree verdi e naturali o di antropizzare aree protette in nome del PIL e della cosiddetta “valorizzazione turistica” (basti pensare agli effetti delle Olimpiadi 2026 sugli habitat montani dell’area delle Tofane e di cui non parla nessuno) siamo una sparuta minoranza a “lottare” contro il “consumo di suolo naturale”, contro la “cementificazione” e contro le “fake laws” (false leggi) che incentivano e legalizzano il consumo di “suolo naturale” affermando il contrario: il caso veneto fa scuola.

La mancata percezione della dimensione ontologica, biologica e geomorfologica del suolo accompagna il cammino dell’opinione pubblica e della maggioranza dell’ambientalismo italiano anche davanti all’avanzata imperialista dello “sviluppismo infrastrutturale”. Basti pensare alla “sparuta minoranza” che con motivazioni profondamente ecologiche si è battuta per contrastare la costruzione della Super Pedemontana Veneta e che, inascoltata e marginalizzata, denunciava l’inutilità e la nocività dell’opera per la perdita di importanti e sempre più determinanti “servizi ecosistemici”: mancato stoccaggio della CO2, mancato drenaggio e infiltrazione in falda dell’ acqua meteorica, perdita di biodiversità e sovranità alimentare, frammentazione degli habitat naturali e agricoli. Anche in quella vicenda il dibattito mediatico, tuttora in corso, non si è incentrato sul “consumo di suolo”, ma si è attorcigliato principalmente attorno alla ”gestione” dell’opera, al suo costo, ai pedaggi, ai possibili disagi della viabilità locale, in un “monoculturale” dispiegarsi di un “pensiero unico” dell’ idea di sviluppo, malcelato da sterili contrapposizioni strumentali proprie del teatrino della politica. In questo clima, “ecologicamente consociativo”, finisce per passare sotto traccia un fatto gravissimo: il consumo di suolo della SPV e di tutta la “straderia veneta”, passata, presente e futura, sta dando forma ad una delle “sedici deroghe” della ignobile e ipocrita legge regionale veneta sul suolo.

Anche la giusta e sacrosanta richiesta avanzata da innumerevoli associazioni e comitati locali di massicce opere di “forestazione urbana” nei centri abitati sconta, a mio avviso, un ritardo elaborativo del “pensiero ecologista” sulla mancanza di un requisito essenziale: la quantità di “suolo naturale” necessaria per mettere a stabile dimora le invocate milionate di alberi. Acquisire consapevolezza sulla “propedeutica necessita” della terra per attuare diffuse “forestazioni urbane” ci aiuterebbe a comprendere come, non solo va fermato con urgenza “senza se e senza ma” nuovo consumo di suolo, ma andrebbe anche perseguita una gigantesca “lotta di liberazione” dall’asfalto e dal cemento di strade, piazze, marciapiedi per fare spazio agli alberi: solo così è possibile dare efficacia alle campagne di “forestazione urbana”. Bisognerebbe porsi la domanda: nei “centri abitati del Veneto” dove possono trovare spazio gli alberi se il riempimento di cemento delle poche “nicchie verdi” sopravvissute alla speculazione immobiliare, che la legge regionale sul suolo definisce “aree di completamento”, da forma ad un’altra delle 16 deroghe che liberalizzano il consumo di suolo? Dove li piantiamo questi alberi? Per una “lotta ambientalista” a favore della “forestazione urbana” e del ruolo decisivo degli alberi nel tempo dei “cambiamenti climatici” è necessario che i singoli comitati, le singole associazioni trovino un momento di “sintesi unitaria e politicamente coordinata” per fermare il “consumo di suolo”. Come? In Veneto non ci si può esimere dalla raccolta di 40.000 firme per chiedere l’abolizione delle 16 deroghe e “l’azzeramento” della quantità di suolo consumabile entro il 2050 pari a 9727 ettari, più una quota di riserva di 8530 ettari, previsti della vergognosa legge regionale sul suolo in vigore e che fa schizzare il Veneto al secondo posto nella classifica nazionale del suolo consumato: l’11,90% del proprio territorio, rispetto alla media nazionale del 7,13% e alla media europea del 4,2%. Purtroppo, anche alla maggioranza dell’ambientalismo veneto manca la voglia di lottare per difendere il suolo, probabilmente perché viene considerato, malgrado la mole impressionante del “patrimonio edilizio civile e industriale in disuso”, un argomento che non scalda gli animi della popolazione votante. Così facendo non si rinuncia solo ad un “imperativo ecologista”, si rinuncia anche ad un “imperativo morale” che riguarda la salvaguardia di livelli minimi di democrazia: far vivere una “contronarrazione” rispetto ad un “racconto mediatico e politico mainstream” dove l’ambiente e il suolo sono appena un oscurato “dettaglio”, mai “sostanza” e, soprattutto, mai premessa indispensabile per il futuro di chi verrà dopo di noi. Forse all’opinione pubblica e alla maggioranza dell’ambientalismo italiano manca la “consapevolezza” sul “ruolo primordiale” della terra: una “risorsa non rinnovabile” che una volta consumata è persa per sempre. A mio parere solo la consapevolezza sul ruolo universale ed ecologicamente plurifunzionale della terra può conferire efficacia scientifica e politica alle rivendicazioni ambientaliste, specie in Italia, specie in Veneto.

Schiavon Dante

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi!

Condividi questo contenuto!