di Dante Schiavon.

La “transizione energetica” è una costola della “transizione ecologica”. Per meglio dire: la transizione ecologica non è solo transizione energetica. Dopo questo banale chiarimento, forse sarò, orgogliosamente, all’antica, ma per me, l’urgenza di fronteggiare il drammatico aumento della temperatura del nostro pianeta non deve perpetuare l’errore, tipico della cultura disgiuntiva dell’Occidente, ossia quello di isolare i fenomeni e le loro relazioni, pena trovarci di fronte a nuovi e imprevedibili effetti collaterali negativi. È quello che sta avvenendo a proposito della necessità di sostituire l’energia prodotta da carbone, petrolio e gas naturale con l’energia prodotta da fonti rinnovabili. Il ragionare delle “comunità umane” su questi temi è un po’ come un’imbarcazione che deve attraversare uno stretto passaggio fra due scogli: quello dell’opulento “benessere consumistico” e quello delle “incombenti catastrofi naturali planetarie” che tale opulento benessere consumistico produce. Nel terzo millennio il ragionare delle “comunità umane” è inevitabilmente condizionato dalla interiorizzazione da parte di miliardi di persone di aspirazioni a “stili di vita consumistici” e dal “controllo e manipolazione” nell’uso delle “risorse naturali”, dei beni di consumo e della comunicazione da parte di quel capitalismo che fonda il proprio profitto sulla diffusione globale di bisogni indotti, la cui soddisfazione alimenta un immorale “conflitto intergenerazionale”. Specchio di questa deformante visione antropocentrica nel declinare le modalità della “transizione ecologica”, intesa solo come “transizione energetica”, è la cecità intellettuale, ecologica e morale con cui si ipotizza, sbrigativamente e superficialmente, il “sacrificio di prati e alberi”. Sto parlando dell’utilizzo e catalogazione degli “alberi” quale fonte di “energia rinnovabile”, nonostante le emissioni derivanti dalla loro combustione e la soppressione, con il loro taglio, dei diversi e sostanziali “servizi ecosistemici” che forniscono, come si suol dire, “gratis “. Sto parlando, in particolare, del “consumo di suolo agricolo” per installare “mega impianti a terra di fotovoltaico”. Non è in discussione la bontà e la forza ecologica dell’energia prodotta ”gratis” dal sole, ma la priorità nei passaggi operativi e legislativi che devono precedere “l’eventuale e remota” scelta di occupare suolo agricolo per installare mega impianti fotovoltaici. Prima di privarci, seppur in nome della transizione energetica, di importanti servizi ecosistemici del suolo, essenziali per l’ordinaria vita biologica di uomini, animali e piante, possiamo agire su diversi fronti per raggiungere molteplici ed efficaci obiettivi ecologici, sia in termini di riduzione delle emissioni climalteranti, sia in termini di riduzione del fabbisogno energetico. Penso alla riduzione di consumi energivori pubblici e privati, alla riappropriazione di stili di vita più integrati alla natura, ad un’agricoltura contadina dei territori e non industrializzata, alla riduzione del trasporto di merci e persone su gomma, alla riduzione degli allevamenti intensivi responsabili del 20% delle emissioni di CO2, all’isolamento termico di tutti gli edifici e dei loro infissi, al controllo ispettivo sulla manutenzione obbligatoria di stufe e caldaie e loro eventuale sostituzione, alla riduzione degli sprechi di energia, alla produzione attraverso il riciclo e mille altre azioni diffuse e capillari su tutto il territorio nazionale. Per raggiungere gli “obiettivi climatici ed energetici entro il 2030” a queste misure va ovviamente affiancata un’azione per aumentare considerevolmente l’energia prodotta dal sole però, prima di ipotizzare l’occupazione di suolo agricolo con mega impianti fotovoltaici, va perseguito l’obiettivo di “utilizzare le superfici artificiali edificate e non”. Esigo che, prima del consumo della “risorsa non rinnovabile suolo” per ospitare mega impianti di fotovoltaico a terra, si vada ad utilizzare le superfici che hanno già perso la loro “energia ecosistemica”. Sulle cifre sul “fabbisogno energetico fotovoltaico” da soddisfare entro il 2030 e sugli “ettari di suolo agricolo” da destinare a tale scopo registro pareri discordanti. Una ricerca del CNR quantifica in 700 km2 la superficie agricola che sarebbe necessaria per produrre 70 GW e in 500 km2 la superficie artificiale (tetti, aree industriali abbandonate, ecc.) necessaria per produrre la stessa quantità di energia, mentre la “Coalizione art.9 della Costituzione” ipotizza, in base alle proiezioni desunte dalla lettura degli obiettivi del PNRR, un consumo di suolo agricolo di 4000 km2. Il “suolo agricolo” eroga diversi “servizi ecosistemici” che non possono essere “messi in pausa”, in nome della “transizione energetica”, perché si negherebbe così, in un diabolico ossimoro, una “vera transizione ecologica”: ne consegue quindi l’obbligo di ricercare soluzioni alternative per l’utilizzo massiccio dell’energia solare. È quello che prevede la direttiva comunitaria nr. 2018/2001/UE sulla promozione dell’uso dell’energia da “fonti rinnovabili” quando invita a privilegiare “l’utilizzo di superfici di strutture edificate, quali capannoni industriali e aree non utilizzabili per altri scopi”. Il Veneto, con il triste primato nazionale nella cementificazione del suo territorio, potrebbe, con i suoi 92000 capannoni in 5679 aree produttive presenti nei 541 comuni della regione per una superficie complessiva di 41000 ettari di terreno (Fonte Assindustria Venetocentro 2019), già fornire una “superficie artificiale” per produrre almeno 20 GW di energia da fotovoltaico. In tutto il territorio nazionale dove i tetti degli edifici lo consentono è forse possibile produrre i GW di cui abbiamo bisogno da qui al 2030 e oltre. L’energia solare prodotta in questo modo può così diventare, se si privilegiano diffuse e piccole superfici artificiali al posto dei mega impianti a terra, un “modello di produzione democratica”, una forma di autoproduzione, in cui l’energia in eccesso può essere ceduta alla rete oppure potrebbe, addirittura, essere ceduta a consumatori riuniti in un consorzio. Dopo la pandemia solo una “transizione ecologica” accompagnata da uno “sprazzo di utopia” può restituire il significato più profondo e non storpiato alla parola transizione.

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