La proposta della decrescita rientra nel contesto culturale e politico della sinistra? (Parte 2)

Proseguiamo le considerazioni del 21 aprile di M. Pallante sulla Decrescita, con la seconda parte.

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     Il progetto politico della decrescita è culturalmente alternativo sia alla destra sia alla sinistra, perché sono due varianti dello stesso sistema economico e produttivo che finalizza l’economia alla crescita della produzione di merci e misura il benessere col prodotto interno lordo. Un indicatore che, risultando dalla somma dei prezzi delle merci a uso finale vendute nel corso di un anno, include sia le merci utili, sia le merci inutili e quelle dannose, ma non può prendere in considerazione i beni autoprodotti e i servizi autogestiti, o scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo, anche se migliorano il benessere consolidando i legami sociali e riducendo la dipendenza assoluta dal mercato, perché non comportano trasferimenti di denaro. A differenza della destra e della sinistra, la decrescita oltre a sottolineare l’inconsistenza di questo parametro come indicatore di benessere, propone che la politica economica e industriale non venga più finalizzata alla crescita della produzione di merci, ma a rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, riducendo selettivamente gli sprechi (di energia, di cibo, di acqua, di materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi), eliminando la produzione di merci dannose (fonti fossili di energia, armi, sostanze di sintesi chimica non biodegradabili: plastica e sostanze tossiche), sospendendo l’impermeabilizzazione dei suoli e avviando ampi processi di rinaturalizzazione e riforestazione, abolendo gli allevamenti industriali, riducendo gli orari di lavoro, incentivando l’autoproduzione e gli scambi non mercantili fondati sul dono reciproco del tempo. La decrescita selettiva e governata della produzione di merci non è soltanto la strada obbligata per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, ma implica una profonda rivoluzione culturale basata sulla consapevolezza scientifica dei legami di reciproca interdipendenza che uniscono tutte le specie viventi tra loro e con i fattori abiotici dei luoghi in cui vivono. Questa consapevolezza consente di capire la potenzialità autolesionistica insita nella violenza, legittimata dall’antropocentrismo, che la specie umana esercita nei confronti delle altre specie viventi e degli ecosistemi. Come con un’incredibile preveggenza aveva avvertito due secoli fa Giacomo Leopardi nell’operetta morale intitolata Dialogo di un folletto e di uno gnomo. E come la specie umana ha iniziato a verificare in questi anni con la pandemia del Covid 19.

     Il passaggio della finalizzazione dell’economia dalla crescita della produzione di merci al rientro nei limiti della sostenibilità ambientale attraverso la decrescita, non è soltanto una scelta di politica economica, ma ha una valenza etica, che corrisponde al secondo imperativo categorico della morale indicato da Kant nel libro Fondazione della metafisica dei costumi (1785): «Agisci in modo da trattare sempre l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre comeun fine, e mai come un mezzo». Nell’economia che valuta le sue prestazioni con la crescita del prodotto interno lordo, gli esseri umani sono il mezzo utilizzato per raggiungere quel fine. La vita degli esseri umani è stata subordinata a quel fine, come dimostra la storia del modo di produzione industriale: dallo sfruttamento del lavoro dei bambini, allo schiavismo, alle migrazioni, alle repressioni coloniali, ai morti sul lavoro. Nella scelta di armonizzare le attività produttive con la sostenibilità ambientale, il fine del lavoro è la conciliazione del benessere degli esseri umani con il rispetto della vita delle altre specie viventi, in base alla consapevolezza che ogni atto di sopraffazione esercitato dalla specie umana sulle altre, o dei forti sui deboli all’interno della specie umana, può fornire vantaggi temporanei, ma comporta una rottura degli equilibri tra tutte le forme di vita che, in appena due secoli e mezzo, è arrivata a minacciare la sua stessa sopravvivenza.

     Anche se non può essere considerata una componente della sinistra, la decrescita si inserisce nel sistema dei valori che la sinistra ha interpretato, in maniera perdente, negli ultimi 250 anni della storia. Per riportare le parole di Norberto Bobbio, si colloca dalla parte «di chi ritiene che gli uomini siano più eguali che diseguali» e «parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili». La condivisione di questi valori, integrati dal riconoscimento del valore in sé della vita di tutte le specie viventi e dal rispetto della loro autonomia, la rende radicalmente alternativa non solo alla destra, come si è configurata storicamente a partire dalla rivoluzione industriale, ma anche alla sua matrice filosofica: «al popolo di coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, danno maggiore importanza, per giudicarli e per attribuir loro diritti e doveri […] a ciò che li rende diseguali piuttosto che a ciò che li rende eguali», a partire dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze «siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili».

     La decrescita è la concretizzazione storica dell’egualitarismo dopo la sconfitta dell’interpretazione che ne ha dato la sinistra. Non è una proposta di gestire in una maniera meno devastante ecologicamente un sistema economico e produttivo che ha già superato la sostenibilità ambientale e non può non peggiorare progressivamente la situazione. È la prefigurazione di una società alternativa: sostenibile, equa e solidale. Non ha niente in comune con la destra e non è una corrente della sinistra. Il fatto che non si riconosca né con la destra, né con la sinistra, non significa che sia equidistante tra le due varianti assunte dall’ideologia della crescita. Vuol dire che si colloca in una dimensione culturale e politica diversa dalla loro. Se si vogliono indicare precedenti storici di riferimento, si possono probabilmente individuare nel socialismo utopistico, nelle società di mutuo soccorso, nel socialismo liberale, nella visione imprenditoriale e politica di Adriano Olivetti. Esperienze sconfitte che, in periodi storici successivi, hanno perseguito e per brevi periodi realizzato modalità di rapporti sociali alternativi a quelli vincenti del modo di produzione industriale. Oggi, che questo sistema economico e produttivo ha raggiunto il suo capolinea, possono offrire delle indicazioni a chi vuole evitare, contro ogni ragionevole previsione, che la sua fine coincida con la fine della storia.

[3]  Robert Linhart, Lenin i contadini e Taylor, Coines, Roma 1970.

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