La proposta della decrescita rientra nel contesto culturale e politico della sinistra? (parte 1)

Proponiamo qui in due puntate a distanza di tre giorni, le considerazioni di Maurizio Pallante sul corretto posizionamento politico della visione della Decrescita.

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Di Maurizio Pallante, parte 1

Per rispondere a questa domanda occorre ricordare preliminarmente che le definizioni di destra e di sinistra per indicare due schieramenti politici contrapposti, sono state utilizzate per la prima volta nella fase iniziale della Rivoluzione francese, durante la Convenzione Nazionale, l’assem-blea incaricata di redigere la costituzione nel 1792. Da allora rappresentano la concretizzazione storica assunta da due orientamenti che caratterizzano da sempre i rapporti sociali: quello di chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile (la de-stra), e quello di chi ritiene che abbiano un’origine sociale e, quindi, possano essere rimosse, o quanto meno attenuate (la sinistra).
Nel libro Destra e sinistra, pubblicato nel 1984, Norberto Bobbio ha scritto :

«Gli uomini sono tra loro tanto uguali, quanto diseguali. Sono uguali per certi aspetti, diseguali per altri […] sono eguali se si considerano come genus e li si confronta come genus a un genus di-verso come quello degli altri animali […] sono diseguali tra loro, se li si considera uti singuli, cioè prendendoli uno per uno. […] si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, danno maggiore importanza, per giudi-carli e per attribuir loro diritti e doveri, a ciò che li rende uguali piuttosto che a ciò che li rende di-seguali; inegualitari, coloro che, partendo dalla stessa constatazione, danno maggiore importanza, per lo stesso scopo, a ciò̀ che li rende diseguali piuttosto che a ciò che li rende eguali […]. Ma è proprio il contrasto tra queste scelte ultime che serve molto bene, a mio parere, a contrassegnare i due opposti schieramenti che siamo abituati ormai per lunga tradizione a chiamare sinistra e de-stra, da un lato il popolo di chi ritiene che gli uomini siano più eguali che diseguali, dall’altro il popolo di chi ritiene che siano più̀ diseguali che uguali. A questo contrasto di scelte ultime si ac-compagna anche una diversa valutazione del rapporto tra eguaglianza-diseguaglianza naturale e eguaglianza-diseguaglianza sociale. L’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, elimi-nabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili».

Negli anni in cui la contrapposizione tra egualitari e inegualitari assumeva la connotazione sto-rica della contrapposizione tra sinistra e destra, nei Paesi dell’Europa nord-occidentale e negli Sta-ti Uniti si andava affermando il modo di produzione industriale, che è stato valutato come un pro-gresso epocale sia dalla destra, sia dalla sinistra, perché, grazie ai progressi scientifici e tecnolo-gici, ha accresciuto in maniera straordinaria la produzione di merci, anche se i contadini espulsi dalle campagne e diventati operai nelle fabbriche e nelle miniere non ne hanno tratto beneficio e, anzi, le loro condizioni di vita sono peggiorate. A partire da questa comune valutazione positiva della crescita economica e, quindi, della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzio-ne di merci, lo scontro tra i due schieramenti politici si è incentrato fondamentalmente su quale fosse il modello di società più adeguato a far crescere l’economia: una società̀ che promuove l’e-guaglianza suddividendo equamente i profitti della crescita tra le classi sociali, o una società che lascia al mercato il compito di suddividerli, favorendo in questo modo i più ricchi e accentuando le diseguaglianze sociali? La scelta più equa amplia la quota dei profitti destinata ai consumi a scapito della quota destinata agli investimenti. La scelta più iniqua riduce la quota dei profitti de-stinata ai consumi e consente di accrescere la quota destinabile agli investimenti. Se il sistema dei valori che accomuna la destra e la sinistra è l’identificazione del benessere col possesso di cose, per cui più se ne producono e meglio si sta, l’economia che suddivide iniquamente i profitti può investire di più e far crescere la produzione più dell’economia che li suddivide equamente e può investire di meno. Condividendo con la destra la finalizzazione dell’economia alla crescita, la si-nistra era destinata a perdere. E ha perso. La sua sconfitta è stata sancita dell’abbattimento del mu-ro di Berlino, il 9 novembre 1989, e dalle file interminabili di Trabant su cui il giorno successivo i tedeschi dell’est sono andati ad appiccicare i nasi sulle vetrine dei negozi della Germania occiden-tale, stracarichi di merci tecnologicamente evolute introvabili nei negozi della Germania orienta-le.
Tuttavia la sconfitta della sinistra non è stata la sconfitta degli ideali di uguaglianza di cui si è fatta interprete per appena due secoli e mezzo, ma del modo in cui li ha interpretati. Anche se il modello di società che ha realizzato a partire dalla rivoluzione bolscevica del 1917 è stato presen-tato come alternativa radicale alla società capitalista, in realtà era un modo diverso, politicamente e socialmente, di gestire lo stesso sistema economico e produttivo. Nel 1920 Lenin definì così il comunismo: Il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese. E più volte espresse la sua ammirazione per il taylorismo, l’organizzazione scientifica della produzione industriale che nelle officine automobilistiche della Ford aveva incrementato straordinariamente la produttività. Il so-cialismo reale instaurato in unione Sovietica presumeva di poter realizzare con maggiore efficien-za gli stessi obbiettivi del capitalismo, affidando allo Stato e alla programmazione centralizzata il ruolo che nella società capitalista era affidato al mercato e sostituendo il pluralismo politico della democrazia parlamentare con il partito unico e i soviet.
La sconfitta di questo progetto ha frammentato la sinistra. La parte maggioritaria ha maturato la convinzione che la democrazia liberale e il mercato costituiscano il contesto politico ideale per finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci e si è limitata a proporre, seppure con scarso successo, di attenuare le conseguenze negative che ne derivano sui lavoratori: licen-ziamenti, riduzione delle retribuzioni e dei diritti sindacali. La parte minoritaria, non avendo il consenso necessario a incidere sulle scelte politiche, non ha potuto far di meglio che denunciare questa involuzione sociale favorita dall’oggettivo spostamento a destra della parte maggioritaria della sinistra. Intanto la crescita economica, pur rallentando i suoi tassi d’incremento, ha continua-to a superare in misura sempre maggiore i limiti della sostenibilità ambientale, ad accrescere le diseguaglianze tra le classi sociali e tra i popoli, ad acutizzare le tensioni internazionali per il con-trollo delle risorse materiali ed energetiche di cui ha bisogno.

[1]  Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli, Roma 1994, pagg. 74-75.

[2]  Tra le molte documentazioni in proposito, si vedano almeno: Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845; George Orwell, La strada di Wigan Pier, 1937.


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Proseguiremo con la seconda parte delle considerazioni sulle Decrescita lunedì 25 aprile.

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