La sinistra resta prigioniera della ‘crescita’

 di Maurizio Pallante

di seguito riportiamo la versione integrale dell’articolo di Maurizio Pallante pubblicato sul Fatto Quotidiano il giorno 11 giugno 2019

Uno dei responsi delle ultime elezioni europee è stato il fallimento dell’ennesimo tentativo di ridare vita alla sinistra. O, in altre parole, l’inevitabile sanzione dell’ostinato rifiuto, a trent’anni di distanza, di prendere atto della sua sconfitta definitiva, avvenuta la notte del 9 novembre 1989 sotto le macerie del muro di Berlino. Un rifiuto che nasce dall’incomprensione della differenza tra la pulsione all’eguaglianza e alla collaborazione, che è insita nell’animo umano, e la concretizzazione storica che ne ha dato la sinistra nelle società industriali. È questa concretizzazione storica, durata appena due secoli, ad essere stata sconfitta dalla destra, che a sua volta è stata la contemporanea concretizzazione storica della pulsione, anch’essa insita nell’animo umano, alla diseguaglianza e alla sopraffazione.

Anziché proporsi velleitariamente di ricostituire la sinistra, i suoi sostenitori dovrebbero capire per quali ragioni la sua interpretazione storica dei valori dell’uguaglianza e della collaborazione sia stata sconfitta dalla destra e proporsi di rilanciarli, liberandoli dai limiti che ne hanno decretato la sconfitta.

Le sinistre hanno condiviso con le destre la valutazione positiva della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, l’identificazione del benessere con la crescita dei consumi e della ricchezza col denaro. Si sono scontrate con le destre sui criteri di distribuzione del profitto generato dalla crescita economica. Le destre sostengono che devono essere stabiliti dal mercato, mentre le sinistre sostengono che per realizzare una maggiore equità lo Stato debba intervenire con una politica fiscale basata sulla tassazione progressiva dei redditi e il reinvestimento del prelievo in servizi sociali. Da questa impostazione deriva che una più equa distribuzione della ricchezza monetaria a vantaggio delle classi sociali più povere accresce la quota dei profitti destinata ai consumi a scapito degli investimenti, mentre una più iniqua distribuzione della ricchezza a favore delle classi sociali più ricche riduce la quota dei profitti destinata ai consumi e accresce quella destinata agli investimenti.

Poiché la crescita economica dipende dagli investimenti, le economie più eque fanno crescere di meno l’economia e le economie più inique la fanno crescere di più. Se si ritiene, come hanno ritenuto le sinistre, che una maggiore equità si possa perseguire soltanto se cresce l’economia perché più ce n’è, più ce n’è per tutti, le destre inevitabilmente prevalgono.

Il giorno dopo l’abbattimento del muro di Berlino una fila di Trabant, che raggiunse la lunghezza di 40 chilometri, portava i tedeschi dell’est ad appiccicare i nasi sulle vetrine dei negozi di Berlino ovest, traboccanti di merci che non si trovavano nei negozi della DDR. Da allora a oggi, la crescita dell’economia capitalista a livello globale ha aumentato progressivamente le differenze di reddito tra un numero sempre più ristretto di ricchi sempre più ricchi e un numero sempre più ampio di poveri e ceti intermedi impoveriti.

Contrariamente a quanto hanno creduto le sinistre, la finalizzazione dell’economia alla crescita non crea le condizioni per una maggiore equità. Tanto meno nell’attuale fase storica in cui la crescita della produzione e del consumo di merci ha superato i limiti della sostenibilità ambientale: le emissioni di CO2 eccedono le capacità di assorbimento della fotosintesi clorofilliana, si accumulano nell’atmosfera e aggravano progressivamente l’effetto serra; l’overshoot day è sceso al 1° di agosto; negli oceani galleggiano ammassi di poltiglie di plastica grandi come gli Stati Uniti; la biodiversità si riduce a ritmi accelerati, la fertilità dei suoli agricoli si è dimezzata…

Le conseguenze della crisi ecologica innescata dalla crescita economica vengono pagate in misura maggiore dai popoli poveri, accrescendo le diseguaglianze contrariamente alle aspettative delle sinistre. Nell’attuale fase storica una maggiore equità si può realizzare solo indirizzando la politica economica e industriale a ridurre la crisi ecologica mediante lo sviluppo di tecnologie che riducono il consumo di risorse, l’inquinamento e i rifiuti per unità di prodotto.

Invece di lavorare in questa direzione i sostenitori della sinistra e i sedicenti post-ideologici s’impegnano a competere con le destre nell’elaborazione di proposte finalizzate a rilanciare la crescita. Proposte parzialmente diverse, ma unificate dal fatto di essere a carico del debito pubblico: secondo le destre per rilanciare gli investimenti in opere di cui non ha nessuna importanza l’utilità; secondo le sinistre e i sedicenti post-ideologici per accrescere i consumi degli strati sociali più svantaggiati.

Dovrebbe far riflettere il fatto che il punto centrale delle proposte politiche di tutti i partiti sia la richiesta all’Unione Europea di derogare dai limiti imposti all’indebitamento pubblico. Non li sfiora nemmeno l’idea che i debiti con cui, nonostante le smentite dei fatti, si presume si possa rilanciare la crescita, verranno pagati dai bambini e dai bambini che nasceranno, che non li hanno contratti e non ne hanno tratto alcun beneficio. Non stupisce che queste riflessioni non entrino nell’orizzonte mentale di chi si fa interprete della pulsione alla diseguaglianza e alla sopraffazione, ma è inconcepibile che non entrino nemmeno in quello di coloro che si proclamano sostenitori dell’equità a della collaborazione. C’è maggiore ingiustizia di quella che colpisce coloro che non possono difendersi?

Invece di proporsi l’obbiettivo velleitario di ricostituire la sinistra, non sarebbe meglio proporsi di rilanciare gli ideali dell’equità e della collaborazione liberandoli dai limiti con cui sono stati interpretati storicamente dalla sinistra in tutte le sue sfumature?

 

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