di Dante Schiavon.

Sembra che “l’ansia da ripresa” abbia cancellato del tutto quegli sprazzi di luce “autoriflessivi” che durante la pandemia avevano illuminato poco poco le tenebre del nostro “antropocentrismo”. “Ansia da ripresa” che si è trasformata ben presto in una irrazionale “frenesia da ripartenza”, specie fra coloro che in questo momento storico sono a capo di governi, imprese, associazioni di categoria, alle prese con la definizione di obiettivi di spesa del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Esemplare, in negativo, è la presa di posizione del Presidente di Coldiretti che chiede al governo di dirottare una parte dei finanziamenti destinati al PNRR a un progetto folle: creare mille bacini artificiali nelle zone interne e di alta montagna allo scopo di garantire una costante disponibilità di acqua per l’agricoltura e la produzione di cibo, oltre che per gli impianti per energia rinnovabile e gli stessi usi domestici. Una proposta demenziale che denota “l’analfabetismo ecologico” delle classi dirigenti del paese e la loro scarsa dimestichezza nel considerare l’ambiente come un “ecosistema complesso”, reso ancor più complesso dai cambiamenti climatici già in atto. Come se la montagna e le zone interne dovessero rinunciare alle loro funzioni ecologiche e anti-climalteranti nell’eco-sistema complessivo, inteso come insieme di relazioni e connessioni geomorfologiche e climatiche di aree vaste, alla loro ricchezza bio-diversificata, al loro equilibrio naturale eco-dinamico compromesso da opere di infrastrutturazione artificiali (strade, gallerie, dighe, invasi, impianti vari, cementificazione diffusa, ecc.) già costruite o in costruzione (vedi Olimpiadi 2026) e che stanno assorbendo i soldi dei contribuenti nel “contrasto permanente” al dissesto idrogeologico attuato con ulteriori e ridondanti artificializzazioni (tombotti, griglie paramassi, muri di contenimento, ecc.). Come se la montagna e le zone interne, per lasciare spazio a un immenso e diffuso “cantiere industriale di sussistenza idrica, energetica, alimentare” della pianura, dovessero rinunciare a una loro vocazione naturalistica, alla loro identità culturale, a un vissuto antropologico, a un “potenziale economico”, dignitoso e realmente resiliente. Singolare il ruolo della Coldiretti, delegata da Terna, Enel, Eni, Anbi, Cassa Depositi e Prestiti a portavoce di questa iniziativa, nata nel segno dello “sfruttamento intensivo e delocalizzato” in montagna della risorsa acqua. Soprassedendo sulla disomogeneità tecnica, politica e amministrativa di una tale variegata compagine, tenuta assieme alla bell’e meglio dalla condivisa rinuncia a mettere in discussione il “modello di sviluppo predatorio” che altera la naturalità dei luoghi. È proprio grazie alla rinuncia a mettere in discussione un modello di sviluppo pericoloso per il futuro della terra che viene facile per costoro proporre lo sfruttamento a poco prezzo e in modo privatistico (basti pensare agli incentivi all’idroelettrico minore e la sua resa ridicola in termini di Kw prodotti) di una risorsa preziosa come l’acqua. Ma mi chiedo quale dovrebbe essere il ruolo politico e istituzionale di una organizzazione come la Coldiretti. Perché la Coldiretti sulla risorsa acqua non si fa portavoce, assumendo lo studio del 2019 di Confartigianato, di una denuncia sulla dispersione del 41,4% dell’acqua immessa nelle condotte e che non arriva agli utenti finali? Perché la Coldiretti non prende atto e interviene su ciò che accade nella zootecnia, dove si continua a impiegare massicciamente questa preziosa risorsa negli “allevamenti intensivi” disseminati in tutta la Penisola e dove emerge con forza il legame che c’è in Italia tra lo spreco della risorsa idrica e il consumo di carne. È lo stesso Ministero per la Transizione Ecologica, a cui il pool di aziende capeggiate da Coldiretti hanno rivolto la richiesta di finanziare 1000 invasi artificiali con i finanziamenti del PNRR, ad affermare che “la proteina animale richiede 6 volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità”. È su questi aspetti che la Coldiretti dovrebbe intervenire a tutela del comparto: è il suo campo d’azione. E che dire, nel presentare il progetto della “artificializzazione della montagna” a nome di Enel ed Eni, della “commistione strumentale” che ne esce tra agricoltura ed energie rinnovabili. Perché insistere sul legame tra agricoltura ed energie rinnovabili, un legame che sottrae terra per la produzione di cibo e che spesso diventa addirittura antieconomico se non sostenuto da incentivi pubblici. Tra l’altro, secondo un gruppo di associazioni ambientaliste, un impianto di biogas da 1 Megawatt necessita di circa 400 ettari di terreno per coltivare mais e sorgo e i 1.600 impianti attuali, in gran parte nel Nord Italia, “occupano” oltre 640.000 ettari sottratti alle coltivazioni per l’alimentazione umana e zootecnica. Quale rapporto costi benefici? Su questi aspetti la Coldiretti dovrebbe intervenire a tutela del comparto: è il suo campo d’azione. Non trovo una spiegazione plausibile nella rinuncia di Coldiretti a mettere in relazione la “perdita di sovranità alimentare” con la causa madre, ovvero la “riduzione della superficie agricola”, penalizzata da un esasperato consumo di suolo. Una ricerca di Confagricoltura del 2017 evidenzia come l’Italia disponga di una “Superficie Agricola Utilizzabile” inferiore del 45% rispetto a quella della Francia, del 50% rispetto a quella della Spagna e del 25% rispetto a quella della Germania e la ricerca termina con l’appello ad evitare ulteriore “consumo di suolo agricolo”, onde evitare gravi conseguenze per la “sicurezza alimentare” del nostro paese. Perché di questo deficit di “sovranità alimentare” non c’è niente nel PNRR? È la stessa Associazione Industriali Mugnai d’Italia (la Confindustria dei produttori di pasta) a rilevare come l’Italia importi il 55% di grano duro e il 40% di grano tenero. La stessa associazione ci ricorda che se utilizzassimo solo la produzione italiana, troveremmo la pasta in vendita solo quattro mesi all’anno. Ne vogliamo parlare nel PNRR? Perché in Veneto la Coldiretti non è scesa in campo a fianco degli agricoltori espropriati dalla Super Pedemontana Veneta, vittime sacrificali del “mantra infrastrutturale” in voga in una regione in testa da 5 anni nella classifica nazionale del suolo consumato? La SPV, un’infrastruttura che si mangia (al netto delle future opere complementari) 800 ettari di suolo fertile e su cui potrebbero esistere ben 80 aziende agricole di 10 ettari cadauna. Una enorme quantità di “terra fertile” della campagna veneta dilapidata per sempre e che non viene nemmeno conteggiata come suolo consumato perché oggetto di una delle 18 deroghe della legge veneta sul suolo. Bisogna lavorare per creare le condizioni per una reale e necessaria “sovranità alimentare”, inserendola a pieno titolo come un obiettivo primario nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza tenendo conto che il suolo fertile fornisce anche altri essenziali servizi ecosistemici. Il suolo fertile non è necessario solo per la produzione di cibo: ha un ruolo vitale nel “ciclo del carbonio” e nello stesso “ciclo dell’acqua”. Quell’acqua che Coldiretti va a cercare fra i monti e che nel Veneto “iper cementificato” evapora scorrendo impetuosa sulle superfici impermeabilizzate.

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