Le Cop (Conference of Parties): un rituale autolesionistico che si rinnova in forme immutate da trenta anni.

Di Maurizio Pallante

Cop26, "impegno per il clima da 450 banche e fondi: è il 40% della finanza  mondiale. Servono mille miliardi di dollari l'anno d'investimenti" - Il  Fatto Quotidiano


Nel 1968 Aurelio Peccei, un dirigente industriale italiano con esperienza internazionale che nella seconda guerra mondiale aveva combattuto come partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà, fondò il Club di Roma, un’associazione di imprenditori, dirigenti industriali, professionisti e docenti universitari, ai quali l’entusiasmo generalizzato per lo sviluppo industriale e la crescita economica degli anni del dopoguerra non aveva impedito di vedere i segnali preoccupanti di una sempre più grave crisi ecologica in corso. Per valutarne le possibili evoluzioni e adottare misure atte a contenerla, il Club di Roma commissionò a un gruppo di studiosi del Massachussets Institute of Technology, uno studio previsionale sulle conseguenze ambientali che si sarebbero verificate se cinque fattori, già allora critici, avessero continuato a crescere agli stessi tassi d’incremento che avevano avuto negli anni Cinquanta e Sessanta: la popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Nello studio, pubblicato nel 1972 in inglese col titolo The Limits to Growth (I limiti della crescita), in italiano col titolo I limiti dello sviluppo, si sosteneva che tali fattori avrebbero superato i limiti della sostenibilità ambientale e che entro un secolo si sarebbe arrivati al collasso. Queste conclusioni mettevano in discussione il pilastro della crescita economica su cui si fonda il sistema produttivo delle società industriali. Inevitabilmente ne contestarono l’attendibilità tutti coloro che identificavano la crescita economica con il benessere e dedicavano le loro competenze professionali a sostenerla: gli economisti, gli imprenditori e i politici di tutti i Paesi, la finanza internazionale e i mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, incuranti di chi tendeva a minimizzarli, i problemi ambientali causati dal modo di produzione industriale si manifestavano con sempre maggiore evidenza. Nel 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi furono costretti a limitare i consumi energetici; alcuni gravi incidenti avvenuti in impianti industriali che effettuavano lavorazioni nocive e gli sversamenti in mare di greggio fuoriuscito dalle petroliere crearono forti allarmi nell’opinione pubblica; cominciò a diffondersi la consapevolezza che la salute umana e la salubrità degli ambienti sono più importanti della crescita economica.
Oltre alle forme di inquinamento localizzate che, per quanto gravi, possono essere attribuite a errori umani o a inefficienze tecnologiche superabili, cominciarono a manifestarsi gli effetti di tre forme d’inquinamento che coinvolgevano lo scambio globale dell’umanità con la biosfera e, quindi, chiamavano in causa il sistema economico e produttivo: il buco nella fascia d’ozono che protegge la biosfera dalle radiazioni ultraviolette, le piogge acide e l’aumento della temperatura terrestre causato dall’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera. L’estensione del buco nella fascia dell’ozono fu bloccata eliminando la produzione dei cloro-fluoro-carburi, l’acidità delle piogge fu ridotta dalla riduzione dell’uso del carbone, ma per ridurre le emissioni climalteranti sarebbe stato necessario ridurre anche i consumi di petrolio e metano, mettendo in crisi il sistema economico e produttivo. Per affrontare questo problema l’Onu organizzò a Rio de Janeiro nel 1992 – venti anni dopo la pubblicazione della ricerca sui limiti della crescita – una conferenza sull’ambiente e lo sviluppo: la United Nations Conference on Environment and Development, UNCED, in cui i Paesi partecipanti approvarono un trattato finalizzato a ridurre le emissioni di gas serra: la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC, o FCCC. Il trattato non poneva limiti vincolanti alle emissioni di gas climalteranti dei Paesi firmatari, ma prevedeva che potessero essere introdotti in accordi successivi, sotto forma di protocolli da approvare in apposite Conferenze delle parti, Cop (dall’inglese Conference of Parties), che dovevano essere organizzate annualmente. La Convenzione fu ratificata dai 196 Stati membri delle Nazioni Unite ed entrò in vigore nel 1994. La prima Cop si svolse a Berlino nel 1995. I protocolli più importanti furono firmati nel 1997 alla Cop 3 di Kyoto e nel 2015 alla Cop 21 di Parigi.
Si può presumere che ogni Paese abbia inviato alle Cop i suoi tecnici più preparati e i politici più illuminati. Eppure, nonostante l’impegno profuso dalle migliori menti di tutti i Paesi del mondo, le emissioni di gas serra, invece di diminuire sono aumentate costantemente per trenta anni. Com’è possibile che sia successo? Come è possibile non porsi questa domanda?
Nei confronti di persone che dimostrano di non capire un’ovvietà, o che continuano a compiere pervicacemente lo stesso errore, i romani utilizzano questa locuzione sarcastica: «Ma ce sei, o ce fai?». Significa: sei limitato mentalmente (ce sei) e non capisci, o fai finta furbescamente di non capire (ce fai) perché pensi che ti convenga? Se questa domanda, che non offre all’interlocutore la possibilità di dare una risposta dignitosa – tertium non datur – venisse rivolta ai tecnici e ai politici di tutto il mondo che hanno partecipato alle 26 Cop che si sono svolte fino ad ora, bisognerebbe escludere di default la prima ipotesi: “ce sei”. Resterebbe la seconda: “ce fai”. E allora occorre domandarsi: perché “ce fanno”?
La spiegazione non è difficile, ma si capisce soltanto se si vuol capire. Le emissioni di gas serra sono aumentate perché si è tentato di conciliare pervicacemente l’inconciliabile: di farle diminuire senza smettere di finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci. Ma se la produzione di merci cresce, aumenta il fabbisogno di materie prime, il fabbisogno di energia per estrarle, per trasportarle, per trasformarle in beni di consumo e per distribuire i beni di consumo sui mercati di tutto il mondo. Per continuare a produrre e vendere quantità sempre maggiori di merci è stato necessario programmare la loro obsolescenza in modo da accelerare i processi di sostituzione. Di conseguenza è cresciuta continuamente la quantità dei rifiuti da smaltire. Sono stati accelerati i processi di trasformazione delle economie di sussistenza in economie mercificate per ampliare il numero dei produttori e dei consumatori di merci, che sono due facce della stessa medaglia. Questo è stato il vero scopo delle politiche finalizzate a favorire lo sviluppo dei popoli sottosviluppati. Questa è stata la motivazione delle politiche per lo sviluppo del mezzogiorno in Italia negli anni Sessanta. Per consentire alle economie delle regioni e dei Paesi sviluppati di continuare a crescere sono stati inoltre incentivati i flussi migratori dalle regioni e dai Paesi sottosviluppati. La finalizzazione dell’economia alla crescita non può non far aumentare in continuazione i consumi di energia e, se l’energia è prodotta in massima parte da fonti fossili, non può non far aumentare le emissioni di gas climalteranti.
Non si può pensare che questo rapporto sfugga alla maggior parte dei tecnici, degli economisti e dei politici. Eppure, nonostante i fallimenti di 26 Cop, si continua a credere di poter perseguire l’obbiettivo di scinderlo utilizzando le fonti energetiche che riducono, o annullano le emissioni di gas climalteranti, in modo da consentire uno sviluppo sostenibile, ovvero una crescita economica che non comporti un incremento dell’effetto serra:
le fonti rinnovabili, secondo gli ambientalisti, che per questa ragione le definiscono pulite, come se il significato dei due aggettivi fosse identico, mentre qualche forma di impatto ambientale la generano;
il nucleare e il metano, pudicamente ribattezzato gas naturale, secondo i gattopardi dell’ecologia, gli sviluppisti che, non potendo più ignorare le crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica per la gravità raggiunta dalla crisi climatica, hanno deciso di assumere sembianze e slogan ambientalisti, mettendo in evidenza che il nucleare non emette CO2, mentre le emissioni generate dalla combustione del metano, oltre a essere la metà di quelle del petrolio e un quarto di quelle del carbone, possono essere ridotte allo stato liquido e immesse nelle cavità geologiche dei giacimenti di metano esauriti, dove dovrebbero restare confinate per qualche secolo in attesa di una tecnologia capace di riutilizzarle.
Naturalmente i gattopardi dell’ecologia omettono di parlare dei rischi di incidenti nelle centrali nucleari con fuoriuscita di materiali radioattivi e dei problemi irrisolti posti dalla necessità di stoccare in sicurezza scorie che mantengono la loro radioattività per periodi che vanno dai 3 secoli a migliaia di anni. E sorvolano sul fatto che le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 sono ancora in fase sperimentale per cui non si può escludere che per ragioni impreviste l’anidride carbonica fuoriesca sotto forma di gas dalle cavità geologiche in cui è stata immagazzinata. In conseguenza di terremoti o modificazioni delle strutture in cui è contenuta se ne possono riversare di colpo all’esterno enormi quantità che ucciderebbero per asfissia tutti i viventi nell’area in cui si diffonde.1 Se invece il rilascio fosse graduale e silenzioso, si vanificherebbe l’obbiettivo stesso di questa tecnologia.
Ciò che conta per i gattopardi dell’ecologia è che il nucleare e il metano vengano inseriti nella tassonomia delle tecnologie ecologiche, che verrà predisposta dall’Unione europea per assegnare i finanziamenti a quelle che riducono l’impatto ambientale. Finanziamenti di cui hanno bisogno per sostenere costi d’investimento non concorrenziali con le energie rinnovabili. Ma non sarà certo l’inserimento ope legis in questa tassonomia a eliminare le emissioni di gas a effetto serra prodotte dalla combustione del metano, a ridurre i consumi energetici necessari a portarli allo stato liquido, a impedirne accidentali fuoriuscite dalle cavità geologiche in cui verranno accumulati. Né servirà a eliminare le emissioni dell’energia fossile necessaria a costruire le centrali nucleari e ad accelerare i tempi della loro costruzione in modo che possano contribuire a ridurre del 55 per cento le emissioni di anidride carbonica entro il 2030, come è stato deliberato dall’Unione europea, né contribuirà a risolvere i problemi posti dalla necessità di stoccare in sicurezza le loro scorie. Se anche la Cop 26 sarà un fallimento non dipenderà dal fatto che, come si dice a Roma, i delegati inviati da 196 Paesi «ce so’», ma che «ce fanno».
L’unica possibilità di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e impedire che l’aumento della temperatura terrestre superi di 1,5 °C i valori dell’epoca pre-industriale, è arrivare a soddisfare con fonti rinnovabili tutto il fabbisogno energetico, come sostengono gli ambientalisti veri, a condizione però che non continui ad aumentare, ma che diminuisca del 50 per cento, come si può ottenere con lo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e ad aumentare l’efficienza energetica. Se la sostituzione dell’offerta non procede di pari passo con una riduzione della domanda, l’azzeramento delle emissioni di CO2 entro il 2050 non si può ottenere. Ed è anche molto improbabile che si possa ottenere se non si adottano misure analoghe a quelle adottate dal presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt quando, dopo l’attacco a Pearl Harbor, il governo da lui diretto decise l’entrata del Paese nella seconda guerra mondiale. Limitazioni e obblighi che fino al giorno prima sembrava impossibile far accettare alla popolazione, suscitarono un inimmaginabile slancio di energie. «Come ha dimostrato la mobilitazione degli Stati Uniti – conclude Georges Monbiot, dopo aver brevemente ricostruito quella vicenda storica – quando i governi e le società decidono di essere consapevoli, possono ottenere cose che altre volte sono considerate impossibili. La catastrofe non è una questione di destino. È una questione di scelta».2

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Condividi!

Condividi questo contenuto!