Le fabbriche recuperate: un nuovo modello d’impresa solidale

Il termine ‘impresa recuperata’ nacque nel 2001 nell’Argentina in preda alla grande crisi, quando molti imprenditori, per rispondere alla situazione di default in cui versava lo Stato argentino, decisero di attuare politiche di licenziamento, spingendosi in alcuni casi sino alla dismissione degli impianti industriali. Diversi lavoratori si organizzarono per occupare le fabbriche, impedendo così la svendita dei macchinari o la delocalizzazione delle imprese. Non si trattò però di una semplice occupazione: i lavoratori rimisero in moto la produzione, spesso riconvertendola in termini ecologici, integrandosi nel tessuto sociale e costituendosi in cooperative.

Uno dei casi più eclatanti di Ert (‘Empresas recuperadas por sus trabajadores’) è la ormai ex-Zanon. Fabbrica di ceramica aperta in Argentina da Luigi Zanon agli inizi degli anni ’80, l’impianto nel 2001 è stato occupato dai lavoratori, in risposta ai licenziamenti voluti dalla direzione della fabbrica. Nel 2004, per uscire dall’illegalità, gli operai si sono costituiti in cooperativa con il nome ‘FaSinPat’ (‘Fabrica Sin Patrones’). Questa esperienza innovativa ha un legame diretto con il territorio circostante ed in particolare con la popolazione indigena dei Mapuche. In un’intervista del 2013 Raúl Godoy, ex operaio della fabbrica, ha raccontato di questa interconnessione sociale ed economica: ‘un’idea è stata quella di lanciare la serie [di piastrelle] Mapuche in omaggio alle comunità mapuche di Neuquén che per solidarietà ci permettono di rifornirci dalle cave di argilla che si trovano nei loro territori. Si tratta di diversi tipi di piastrelle decorate con dei motivi tradizionali ideati dai disegnatori mapuche e poi serigrafati in fabbrica. Per noi è sia un modo per esprimere il nostro sostegno alle comunità native oppresse da centinaia di anni e sia una dimostrazione del fatto che le alleanze dal basso pagano e riescono a essere perfino creative’.

Come poi racconta nell’intervista lo stesso Raúl Godoy, non è semplice rimettere in moto una fabbrica, ma la ‘FaSinPat’ non è sola. Il fenomeno ha coinvolto anche Paesi europei. Nel 2011 in Grecia, a Tessalonica, i lavoratori hanno occupato l’impresa Vio.me per evitare la dismissione dell’impianto. Aditya Chakrabortty, opinionista del ‘The Guardian’, ha scritto della riconversione della produzione attuata dagli operai: ‘quando i lavoratori hanno consultato la comunità locale riguardo ciò che avrebbero dovuto produrre, una richiesta era quella di smettere di fabbricare materiali chimici per il settore delle costruzioni. Ora vengono prodotti sapone e detergenti eco-friendly per la casa: più puliti e più ecologici’.

Anche l’Italia è teatro di esperienze significative, come la Ri-Maflow a Milano. La Maflow produceva elementi per impianti di servosterzo e di componenti per il condizionamento auto. Nel dicembre 2012 la fabbrica venne chiusa ed alcuni cassintegrati decisero di dare vita ad una cooperativa, che prese concretamente vita nel 2013 con il nome ‘Ri-Maflow’. La produzione venne completamente riconvertita con un focus sull’ecologia. All’interno della fabbrica è presente un centro polifunzionale per il riuso dei materiali: vengono recuperati da privati o aziende apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE) da aggiustare, donare o vendere a prezzi contenuti a scuole e soggetti meno abbienti. Dentro il centro vi è anche il ‘Bancale Etico’, una falegnameria che ripara bancali o li trasforma in pezzi d’arredamento. All’interno della fabbrica vi è anche ‘La bottega FuoriMercato’, dove si possono trovare prodotti a km0 del Parco Agricolo Sud Milano. La Ri-Maflow rappresenta un nuovo modo d’intendere la società e l’economia, sul sito ufficiale dello stabilimento si legge: ‘l’obiettivo è quello di realizzare una cittadella dell’altra economia dove attività produttive ed attività sociali si incontrano per resistere alla crisi e promuovere iniziative in rottura con il modello economico liberista’.

Il fenomeno ha una portata internazionale, fra le Ert figurano anche la fabbrica Kazova in Turchia e l’impresa Fralib in Francia. Sin dal 2007, ogni due anni, si sono tenuti vertici internazionali intitolati ‘L’Economia dei Lavoratori’ a cui hanno partecipato i delegati delle fabbriche recuperate e studiosi e ricercatori, così da poter instaurare dei legami fra queste stesse innovative esperienze e creare delle reti collaborative profonde, portatrici di nuovi modi d’intendere economia e società. Il primo vertice si tenne nel 2007 in Argentina, poi venne ripetuto in altri paesi dell’America Latina come il Messico (2011) ed il Brasile (2013). In Europa il primo incontro regionale si è tenuto in Francia nel 2014, mentre il secondo incontro si è tenuto in Grecia nel 2016. Il terzo incontro si terrà 2019 in Italia alla Ri-Maflow.

Cosa testimoniano le Ert? Prima di tutto che un’altra economia è possibile, non solo a livello locale, ma anche a livello internazionale. Le fabbriche recuperate sono molte e stanno creando una rete interconnessa per far sì che le esperienze non restino isolate, non restino nazionali, ma transnazionali. Non si tratta solo di economia, ma anche di ambiente, inteso in termini ecologici e sociali: le Ert hanno una forte connessione con il territorio circostante e con le comunità che ivi risiedono. Si coniugano così le necessità materiali delle comunità, che acquista i prodotti delle Ert, e le necessità immateriali dei singoli individui: la Ri-Maflow mette anche a disposizione una sala prova attrezzata per dare sfogo alla propria musicalità creativa. Le fabbriche recuperate rappresentano perciò un nuovo tassello economico, politico, sociale e culturale che gli Stati, partendo dalle amministrazioni locali, potrebbero incentivare per rispondere a delle crisi che non sono solo economiche, ma che mettono in discussione i modelli culturali ed economici al momento dominanti.

 

Nicolò Miotto

 

Articolo originariamente pubblicato su www.mauriziopallante.it

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