Le migrazioni attuali sono un’esigenza del modo di produzione industriale.

Pubblichiamo in anteprima la seconda parte del capitolo I del libro Il Diritto di non emigrare di Maurizio Pallante di prossima pubblicazione.

di Maurizio Pallante 

Questo processo è avvenuto, seppure in tempi sfalsati, in tutti i Paesi in cui nel corso dell’Ottocento si è sviluppata l’industrializzazione. A parte gli Stati Uniti, dove i flussi migratori di cui il Paese aveva bisogno per sostenere il suo sviluppo industriale furono alimentati, sin dall’inizio, da masse di disperati privi di tutto provenienti da molti Paesi europei, in Europa, in una prima fase durata grosso modo fino alla prima metà del Novecento, le migrazioni dalle campagne alle città non hanno generalmente superato gli ambiti regionali e hanno assunto dimensioni nazionali solo nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che sono stati caratterizzati da una crescita economica senza precedenti. Quella crescita non sarebbe stata possibile se i flussi migratori non avessero fatto aumentare il numero degli occupati nell’industria e nei servizi, facendo aumentare il numero dei percettori di reddito in grado di acquistare i prodotti industriali immessi sul mercato. In Italia le migrazioni assunsero in quegli anni le connotazioni di un esodo dal sud al nord, alimentato non solo dai braccianti e dai lavoratori agricoli giornalieri che vedevano nella possibilità di lavorare in fabbrica e di avere un reddito monetario alla fine di ogni mese il superamento della povertà e della precarietà in cui vivevano, ma anche dall’attrazione esercitata dalla vita nelle città, di cui i mezzi di comunicazione di massa presentavano solo gli aspetti positivi, la vivacità culturale, l’abbondanza dell’offerta di merci, le opportunità di lavoro e di guadagno, mentre della vita in campagna enfatizzavano soltanto gli aspetti negativi, la fatica, la monotonia, l’arretratezza. I flussi migratori all’interno di ogni Paese europeo vennero integrati da flussi migratori dai Paesi in cui l’industrializzazione era iniziata più tardi e aveva avuto uno sviluppo più lento, verso i Paesi in cui era iniziata prima e si era sviluppata più rapidamente. Per esempio, dall’Italia alla Germania, al Belgio e alla Francia.

     Dopo l’abbattimento del muro di Berlino (ottobre 1989) e il crollo dell’Unione Sovietica, la variante liberista del modo di produzione industriale non ha più avuto ostacoli che le impedissero di espandersi in tutto il mondo. Del resto le economie dei Paesi capitalisti non avrebbero potuto continuare a crescere se non fossero cresciute la produzione industriale, l’occupazione e la domanda di prodotti industriali in Paesi come la Cina e l’India, dove vivono 2,8 miliardi di persone, quasi il 37 per cento della popolazione mondiale (dati ONU a metà 2019). Ma la domanda di merci può crescere solo se cresce il numero delle persone provviste di reddito, cioè se cresce il numero dei proletari, degli imprenditori e delle persone che lavorano nei servizi necessari al funzionamento di una società complessa. In quei Paesi, in cui aveva ancora un peso rilevante l’agricoltura di sussistenza, il trasferimento di decine di milioni di lavoratori dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria e ai servizi, dall’agricoltura per autoconsumo alla produzione agricola per il mercato, è stato attuato con deportazioni di massa. Altre deportazioni di decine di milioni di contadini sono avvenute in seguito agli allagamenti dei terreni e dei villaggi agricoli, provocati dalla costruzione di dighe gigantesche per soddisfare il crescente fabbisogno di energia elettrica richiesto dalla crescita della produzione industriale, dall’urbanizzazione e dall’innalzamento dei livelli di vita. In pochissimi anni sono state costruite città di decine di milioni di abitanti.[1]

     Nei Paesi africani non è stato lo sviluppo industriale a costringere i contadini a lasciare le campagne, ma sono state le guerre tra le etnie e gli Stati fomentate dai Paesi occidentali, e quelle combattute direttamente da questi Paesi per tenere sotto controllo i territori in cui insistono le miniere di minerali indispensabili per le loro attività produttive e i giacimenti delle fonti energetiche fossili necessarie a sostenere la loro crescita economica. Sono state la riduzione della fertilità dei suoli e la perdita dell’autosufficienza alimentare causate dagli aiuti allo sviluppo, cioè alla mercificazione dell’agricoltura, che hanno indotto i contadini ad abbandonare la biodiversità e l’agricoltura di sussistenza per dedicarsi alla monocoltura di prodotti esotici richiesti dal mercato mondiale. Sono stati gli acquisti di enormi estensioni di terreni agricoli non accatastati effettuati da cinesi e coreani per un tozzo di pane con la complicità di governanti corrotti. Non essendosi sviluppate in questi Paesi attività industriali in cui trasferirsi, l’unica prospettiva per le popolazioni costrette a lasciare le loro terre è trovare qualche forma di lavoro nei Paesi europei.

     Gli attuali flussi migratori dai Paesi poveri ai Paesi ricchi sono causati dall’esigenza dei Paesi ricchi d’impadronirsi delle materie prime e delle risorse energetiche insistenti nei territori dei Paesi poveri per sostenere la propria crescita economica. Le modalità con cui lo fanno – la violenza, l’inganno, la corruzione, la devastazione ambientale – costringono percentuali crescenti delle popolazioni povere ad abbandonare i propri Paesi con la speranza di trovare nuove opportunità di vita andando a incrementare il numero dei produttori/consumatori di merci di cui le economie dei Paesi ricchi hanno bisogno per continuare a crescere. Gli attuali flussi migratori sono la forma assunta dal dominio dei ricchi sui poveri e dei forti sui deboli nell’epoca storica della globalizzazione.

[1] In Cina la costruzione della Diga delle Tre Gole sul Fiume Azzurro, terminata nel 2009, a pieno regime allagherà una estensione territoriale in cui vivono 5 milioni di persone. In India dal 1980 è in corso di realizzazione un progetto che prevede la costruzione di 3165 dighe sul fiume Narmada. Migliaia di ettari di terreno fertile sono già stati allagati e altre migliaia lo saranno, sconvolgendo completamente la valle del Gujarat, dove vivono 25 milioni di contadini.

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