LE OLIMPIADI NON SONO SOSTENIBILI CON O SENZA LA PISTA DI BOB.

Nel film dell’impatto sulla montagna veneta delle opere necessarie allo svolgimento delle Olimpiadi Invernali del 2026 per alcuni mesi si è visto solo un primo piano: quello che inquadra la pista di bob. Ma perché il film possa avere una trama e raccontare una storia, dovrebbe prevedere, oltre al primo piano della pista di bob, diverse inquadrature in “campo lungo” e far scorrere in sequenza tutti i fotogrammi delle conseguenze ambientali, sociali ed economiche sulla montagna veneta.

Se si allarga l’inquadratura si scoprirebbe che queste Olimpiadi non le ha volute solo Zaia, ma è tutto il “regime partitocratico”, dalla Lega al Pd ai 5 stelle, che ha acconsentito alla candidatura e al finanziamento delle infrastrutture civili e sportive. Si scoprirebbe che nazioni che non hanno il privilegio di possedere un bene naturalistico come le Dolomiti, patrimonio dell’Umanità, hanno dato vita ad un dibattito pubblico per valutare i pro e i contro (ambientali ed economici) dell’evento olimpico e sottoposto a referendum la candidatura ad ospitare le Olimpiadi del 2026. Le popolazioni di Innsbruck (Austria), del Cantone Svizzero Vallese con la città di Sion, di Calgary (Canada) hanno detto “no” alla possibilità di ospitare le Olimpiadi invernali 2026. La stessa Stoccolma (il cui dossier di candidatura prevedeva tra l’altro di utilizzare la pista di bob della vicina Lettonia), ultima concorrente in gara con Milano-Cortina, si è ritirata lasciando campo libero alla “insipienza italica”. I motivi del rifiuto da parte di Innsbruck, Sion, Calgary a ospitare le Olimpiadi sono di natura ambientale ed economica. Alle popolazioni che hanno espresso il “gran rifiuto” non sono bastate le “promesse di sostenibilità degli interventi” ed è su questo “equivoco di fondo” che si è innestata in Italia la posizione possibilista dell’associazionismo ambientale: una posizione comunque viziata dalla convinzione che fosse possibile un miglioramento dei progetti e del loro inserimento ambientale. Già nel 2021 c’erano le ragioni per non sedersi al tavolo e sono le stesse che hanno portato le medesime associazioni ambientaliste ad abbandonare recentemente il confronto, rivelatosi sterile per mancanza di informazioni chiare, dettagliate e trasparenti del diffuso “tsunami” infrastrutturale, ambientale ed economico che si sarebbe abbattuto in tutte le regioni interessate dal fenomeno olimpico. Gli standard logistici, sportivi, infrastrutturali, stabiliti dal Comitato Olimpico Internazionali sono gravosi finanziariamente e impattanti ecologicamente, conseguenza anche della globalizzazione dello sport, dell’aumento delle discipline, del numero di atleti, delle dimensioni degli impianti: tutti elementi che in un paese come l’Italia, con parti del proprio territorio densamente popolate, urbanizzate e orograficamente molto artificializzate, rendono “impossibile” praticare la “sostenibilità” di manifestazioni di quelle dimensioni. La stessa vecchia pista di bob per soddisfare i parametri del CIO avrebbe dovuto essere demolita, il tracciato avrebbe dovuto essere ampliato, si sarebbero costruite nuove strutture per la refrigerazione, per il pubblico, per la stampa e nuovi edifici le sarebbero sorti accanto a spese di una foresta di 450 larici. Per queste ragioni la “candidatura sostenibile” di Cortina è diventata, di fatto, un “monumento al greenwashing” e l’ostinazione di Zaia è diventata un “monumento all’arroganza e all’irragionevolezza” di chi usa i luoghi senza conoscerne la geografia.

Forse qualcuno si sorprenderà, bombardato dalle immagini del primo piano sulla pista di bob, ma a Cortina, per le Olimpiadi invernali del 2026 non si sarebbero svolte solo le gare bob: sono infatti previste le gare di sci alpino femminile. Per le gare di sci alpino femminile (testate in occasione dei mondiali di sci alpino del 2021) si sono già realizzati gravi scempi ambientali e paesaggistici nei boschi e sulle montagne che circondano la lussuosa Cortina, molti dei quali con impatto significativo sui siti Natura 2000 e che hanno comportato la perdita di 30 ettari di superficie boschiva e di 19 ettari di superficie a prato: una perdita descritta analiticamente da Silverio Lacedelli nel capitolo “Una manomissione irreversibile” del libro di Silvio La Corte “La bolla olimpica” Mimesis editore, un libro che ha il pregio di analizzare in tutte le sue sfaccettature la “bolla olimpica”.

Se si allarga ancora l’inquadratura si scoprirebbe che nel Parco Regionale Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, in località Fiames, si farà il villaggio olimpico, con relativi impianti idrici, elettrici, gettate, scavi, fondamenta, strade, parcheggi, ecc., dove la sostenibilità, secondo gli organizzatori, sta nello smantellamento della struttura a giochi conclusi, come quella inopportuna occupazione temporanea fosse ecologicamente indolore e biodegradabile per l’ecosistema della piana.

Ma il film dell’impatto ambientale delle opere necessarie allo svolgimento delle Olimpiadi Invernali del 2026 non può raccontare solo il fatto sportivo, dovrebbe contenere in sequenza tutti i fotogrammi delle conseguenze ambientali, sociali ed economiche delle infrastrutture civili previste e il loro impatto “socio economico”, oltre che ambientale, sulla montagna veneta. La sceneggiatura del film dovrebbe narrare della incoerenza fra i propositi di valorizzazione della montagna e le opere, gli interventi e i loro effetti sulla conservazione dei beni naturalistici, sulle condizioni per un progetto credibile di ripopolamento delle vallate alpine. Le infrastrutture stradali nella Valle del Boite sono pensate in funzione del fenomeno “circenses” e delle fuoriserie dei ricchi turisti diretti a Cortina e finiscono per penalizzare l’idea di un modello di sviluppo e di stili di vita alternativi che il ripristino della linea ferroviaria Calalzo-Cortina poteva far germogliare assieme ad un nuovo senso comunitario e identitario in tutta la valle del Boite. Si è preferito investire centinaia di milioni di euro per ogni singola infrastruttura, dal tunnel di Tai di Cadore a quello di Cortina passando per quello di Valle di Cadore, che serviranno a trapassare le viscere delle montagne con tutte le conseguenze idrogeologiche future e a rendere impossibile, dal punto di vista geomorfologico, la costruzione di una ferrovia locale, panoramica, turistica, sociale, che unisca i borghi e migliori i servizi alla residenzialità e all’economia locale per tutto l’anno, anche in mancanza di neve. Un’economia locale basata su una nuova agricoltura di montagna per la coltivazione e la trasformazione dei prodotti locali (il clima sta cambiando), su un’economia selvicolturale e artigianale, su un’edilizia del recupero delle abitazioni in disuso, su un turismo sanitario nel tempo dei cambiamenti climatici: tutte azioni da supportare con incentivi alla residenzialità e a forme di lavoro a distanza (smart working). A San Vito di Cadore l’infrastruttura su gomma sarà una tangenziale e la si farà nella zona più verde del paese e dove alla sera, nei prati vicini al torrente, si possono scorgere i caprioli, in futuro si potranno vedere dei pannelli fonoassorbenti utili a far sentire il turista come in città e utili, secondo gli organizzatori, a rendere l’infrastruttura sostenibile. Importante che Cortina diventi una piccola metropoli del lusso nelle Dolomiti, che i soldi li facciano i soliti potenti uomini d’affari e chi se ne frega dello spopolamento dei centri minori. Va bene pure che gli edifici della vecchia stazione ferroviaria di Cortina perdano la loro suggestiva aspirazione a ridiventare il capolinea della linea ferroviaria della vallata del Boite perché devono far posto a nuovo cemento per nuove “residenze di lusso” e parcheggi privati e poter così favorire i profitti dei soliti potenti uomini d’affari, pronti, con l’avallo delle amministrazioni locali, a realizzare i loro malsani progetti urbanistici. Il film comunque la si veda è un brutto film e lo Stato ne è il produttore. Rabbia e frustrazione sono i sentimenti che si possono provare guardando un film del genere, dove protagonista non è la montagna veneta, sempre più fragile, ma la cecità della politica, autoreferenziale, distaccata dal dramma ambientale e climatico che stiamo vivendo, pronta a distrarre la gente comune con l’evento “circenses a 5 cerchi”, magari brindando a prosecco.

Schiavon Dante, associato SEquS

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi!

Condividi questo contenuto!