Legge sull’efficentamento energetico degli immobili (Superbonus): ecco come si può renderlo più equo

Di Maurizio Pallante, 16 gennaio 2022

La legge che finanzia al 110% le spese sostenute per ridurre i consumi energetici degli edifici eliminando gli sprechi e le inefficienze, può dare un contributo determinante all’obbiettivo, stabilito dall’Unione europea, di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. Tuttavia le modalità con cui si prefigge di raggiungerlo sono troppo costose per il bilancio dello Stato e accrescono l’ingiustizia sociale, perché questa spesa, sostenuta dalla collettività con il prelievo fiscale, è andata prevalentemente a vantaggio dei più abbienti ed è stata pagata prevalentemente dai meno abbienti che non ne hanno ricevuto alcun beneficio. Si è aperta pertanto un’accesa polemica tra chi ritiene che la durata della legge non vada rinnovata al termine della sua scadenza temporale, perché è insostenibile per il bilancio statale, e chi sostiene che la sua validità debba essere invece prolungata perché possa dare un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Ma è davvero impossibile introdurre in questa legge alcune modifiche che consentano di ridurre il peso della spesa pubblica e l’ingiustizia di far pagare ai meno abbienti un vantaggio economico per i più abbienti, senza perdere la possibilità di utilizzare le grandi potenzialità, non solo ecologiche, ma anche economiche e occupazionali insite nella ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio?

Per esplorare questa possibilità è importante ricordare due dati. Secondo la Commissione europea gli edifici assorbono il 40% dei consumi energetici globali e sono responsabili del 36% delle emissioni di gas a effetto serra. Secondo i dati raccolti dall’Enea soltanto sugli edifici per cui è stato presentato l’attestato di certificazione energetica necessario a effettuare atti di compravendita, il 34% appartiene alla classe G, la meno efficiente, con consumi energetici superiori a 180 kilowattora al metro quadrato all’anno, e appena il 6,6% alla classe A, con consumi energetici inferiori a 15 kilowattora al metro quadrato all’anno. La massima efficienza energetica viene raggiunta dagli edifici in classe NZEB (nearly zero energy building), che annullano quasi del tutto le emissioni di gas con effetto serra. Poiché i dati non si riferiscono a tutto il patrimonio edilizio nazionale, ma solo alle case di cui è stato registrato l’atto di compravendita, è lecito supporre che gli edifici in classe A siano quelli costruiti negli ultimi anni e quindi la loro percentuale sulla media nazionale sia più bassa, mentre sia più alta la percentuale sulla media nazionale degli edifici in classe G, che l’Unione europea aveva addirittura proposto di escludere dalla possibilità di essere messi in vendita se prima non fossero stati ristrutturati in modo da poter essere inseriti in una classe di efficienza energetica superiore. Ha senso non rinnovare una legge che consente di ridurre in maniera così significativa le emissioni climalteranti? Non sarebbe meglio mantenerla introducendo correttivi che riducano le sue distorsioni?

Il punto di partenza da prendere in considerazione è un’ovvietà che può sfuggire solo a chi non la vuol vedere. La riduzione dei consumi energetici che si può ottenere riducendo le dispersioni degli edifici e producendo con più efficienza l’energia di cui hanno bisogno, riduce in misura direttamente proporzionale le emissioni di gas serra e i costi delle bollette energetiche. I vantaggi ecologici e i vantaggi economici vanno di pari passo. A partire da questa considerazione basterebbe vincolare i finanziamenti pubblici alla restituzione allo Stato di una percentuale dei risparmi sui costi mensili di gestione energetica che consentono di ottenere. L’importo e la durata della restituzione dovrebbero essere calcolati sulla base di parametri stabiliti per legge. L’utente avrebbe comunque dei vantaggi economici rilevanti senza sostenere spese d’investimento. Il valore commerciale del suo immobile crescerebbe, le sue bollette energetiche si ridurrebbero e verrebbero tenute al riparo dagli aumenti dei prezzi, di cui quest’anno si è avuta un’avvisaglia molto pesante. L’elemento nuovo, significativo politicamente ed economicamente, sarebbe il fatto che lo Stato avrebbe un introito costante e crescente da destinare a ulteriori ristrutturazioni energetiche. Inoltre, l’eliminazione di una scadenza temporale della legge eliminerebbe una delle cause che hanno fatto impennare i prezzi dei materiali edili, la ripresa dell’edilizia non sarebbe un fuoco di paglia destinato spegnersi di colpo con la cessazione dei finanziamenti, l’occupazione nel settore rimarrebbe stabile, la platea dei beneficiari si potrebbe ampliare alle classi sociali che fino ad ora hanno contribuito a pagare i costi di vantaggi da cui sono rimaste escluse.

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