Lo sviluppo non è sostenibile

di Maurizio Pallante

Per affrontare la crisi climatica non serve ripetere pappagallescamente le formule dello sviluppo sostenibile, della crescita verde, della crescita sostenibile, a cui ultimamente si è aggiunta la formula dell’economia circolare. Come le sue antesignane, anch’essa si basa sulla convinzione che utilizzando tecnologie più efficienti e meno impattanti sia possibile disaccoppiare la crescita economica dalla crescita dei fattori di crisi ambientali.

Non c’è dubbio che riciclare i materiali contenuti negli oggetti dismessi e utilizzarli per produrre altri oggetti sia un’opzione più intelligente di bruciarli o sotterrarli. Non ci vuole l’intelligenza di Einstein per capirlo, ma ciò nonostante si continuano a costruire inceneritori e discariche. Tuttavia è una pura illusione credere che ciò possa consentire all’economia di continuare a crescere, riducendo al contempo il suo impatto ambientale, non solo perché non tutti i materiali sono riciclabili all’infinito e il riciclaggio richiede comunque un consumo energetico, ma soprattutto perché, se si continua a ritenere che il fine dell’economia sia far crescere la produzione di merci, anche riducendo il consumo di energia e di materia per unità di prodotto, anche aumentando la quantità dei materiali contenuti negli oggetti dismessi che si riutilizzano per produrre altri oggetti, se continua a crescere la quantità degli oggetti prodotti, tutti i vantaggi che si ottengono con l’aumento dell’efficienza vengono vanificati. Tutti i fattori della crisi ecologica continuano ad aggravarsi, più lentamente, ma continuano ad aggravarsi. 

Questo semplice ragionamento deduttivo è stato confermato induttivamente da una ricerca intitolata Il disaccoppiamento smascherato. Prove e argomentazioni contro la crescita verde come unica strategia per la sostenibilità, pubblicata l’8 luglio 2019 dall’European Environmental Bureau (EEB), una rete di oltre 143 organizzazioni con sedi in più di 30 Paesi. Nell’abstract della ricerca si legge: 

La crescita economica è compatibile con la sostenibilità ecologica? Un nuovo rapporto dimostra che gli sforzi per disaccoppiare la crescita economica dai danni ambientali, noto come crescita verde, non hanno avuto successo e difficilmente riusciranno a raggiungere il loro obiettivo.

Negli ultimi decenni la crescita economica ha acquisito importanza fino a diventare la misura principale dei miglioramenti nella prosperità e nel benessere. Per tale motivo i governi hanno cercato di massimizzare la crescita del loro prodotto interno lordo (PIL), che tende a comportare un maggiore utilizzo delle risorse e un maggiore inquinamento.

Con il peggioramento della crisi climatica e del degrado ambientale, i responsabili politici hanno cercato di quadrare il cerchio del mantenimento della prosperità riducendo al contempo l’impatto ambientale dell’attività economica, disaccoppiando l’uso delle risorse dalla crescita economica. Questa scelta politica è diventata nota come crescita verde.

Sebbene il disaccoppiamento sia utile e necessario, e si sia verificato in determinati momenti e luoghi, la crescita verde non può ridurre l’uso delle risorse in alcun modo alla scala richiesta per evitare il collasso ambientale globale e mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5 °C sopra i livelli preindustriali, stabilita nell’ambito dell’accordo di Parigi. […]

Il rapporto […] rileva che non esistono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento assoluto, permanente, globale, sostanziale e sufficientemente rapido della crescita economica dalle pressioni ambientali. Il rapporto conclude che il disaccoppiamento assoluto è anche altamente improbabile in futuro.

L’esito di questa ricerca, che smentisce la possibilità di ridurre la crisi ambientale continuando a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci, è stato inaspettatamente riportato il 28 agosto 2019, da La Stampa, un giornale mainstream che, come tutti gli altri, si era sempre attenuto alla formula dello sviluppo sostenibile, introdotta nell’immaginario collettivo dal rapporto Our common future, redatto nel 1987 per conto dell’Onu dalla Commissione Brundtland. Una formula che, a trent’anni di distanza e di smentite, è ancora sostenuta dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. E, con un inferiore impatto mediatico, dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.

L’autore dell’articolo, Francesco Panié, riassumendo il rapporto scrive:
In tutti i casi considerati – materie prime, energia, acqua, gas serra, terra, inquinanti idrici e perdita di biodiversità – il disaccoppiamento è solo relativo, temporaneo o localizzato. È successo nel 2015-2016, quando la Cina stava spostando una parte significativa della produzione energetica dal carbone al petrolio e al gas, mentre gli Stati Uniti accrescevano la quota del gas nel mix energetico. Ben presto, però, completata la transizione, economia ed emissioni sono tornate ad accoppiarsi (+ 1,6 per cento di CO2 nel 2017 e + 2,7 per cento nel 2018). […] La cosiddetta material footprint è aumentata del 50 per cento tra il 1990 e il 2008, registrando un + 6 per cento di utilizzo ogni + 10 per cento del Pil. […] Il team internazionale di ricercatori che ha lavorato per l’EEB ritiene prioritario non più aumentare, ma ridurre la produzione di beni e servizi, soprattutto nei paesi ricchi. L’efficienza è importante, ma più importante dev’essere la sufficienza. In parole povere, dobbiamo recuperare un senso del limite individuale e collettivo. […] Le istituzioni internazionali e i governi dovrebbero indirizzare l’economia su binari ecologici, riducendo la scala della produzione, del commercio e dei consumi. Praticamente un’inversione a U dalla globalizzazione così come la conosciamo. 
(
Francesco Panié, Il mito della «crescita verde» porterà al collasso ecologico, La Stampa Tuttogreen, 28 agosto 2019.)

Per ridurre la crisi climatica non basta dare un impulso straordinario allo sviluppo delle tecnologie che riducono il consumo di risorse, le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera e i rifiuti per unità di prodotto. Se la produzione di merci continua a crescere, il risultato finale in termini di impatto ambientale sarà un incremento inferiore rispetto all’impatto ambientale che ci sarebbe se non venissero adottate quelle tecnologie, ma sarà sempre un incremento.

Le scelte di politica economica e industriale finalizzate a perseguire lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, l’economia circolare, sono una gigantesca fatica di Sisifo che si limita a rallentare la velocità con cui l’umanità si avvicina al baratro, ma non evita che vi precipiti.

Per ridurre l’impatto ambientale, l’aumento dell’efficienza deve essere accompagnato da una riduzione selettiva e governata della produzione di merci, a partire da quelle che non hanno nessuna utilità e dagli sprechi. L’economia non può più essere finalizzata alla crescita. Non deve superare le capacità della fotosintesi clorofilliana. E poiché le ha abbondantemente superate, deve rientrare in quel limite.

Se non si sostituisce la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci con la finalizzazione alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana, i Paesi ricchi continueranno a sottrarre ai Paesi poveri le risorse di cui hanno bisogno; continueranno ad aumentare le emissioni di sostanze di scarto non metabolizzabili dai cicli biochimici; l’overshoot day continuerà ad allontanarsi dal 31 dicembre; continueranno a ridursi la fertilità dei suoli e la biodiversità; continuerà ad aggravarsi l’effetto serra e continuerà a estendersi la desertificazione. Tutti i fattori della crisi ecologica si aggraveranno e si aggraveranno le cause che costringono, o inducono i popoli poveri a emigrare verso i Paesi ricchi.        

     

 

 

 

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