Il Veneto, tralasciando nella presente analisi altri tristi primati sulla “qualità dell’aria” nei centri urbanizzati veneti e sull’inquinamento da “sostanze perfluoroalchiliche” (Pfas)  più grande d’Europa, è riuscito con una “legge ossimoro” sul contenimento del consumo di suolo,  in vigore dal 2017 e celebrata da affaristi di grandi opere, speculatori immobiliari e amministratori pubblici ignoranti, a piazzarsi per tre anni al primo posto nella classifica nazionale degli ettari consumati: 1100 ettari nel 2017, 923 ettari nel 2018, 785 ettari nel 2019 (dati Ispra). Nel 2020 il Veneto si piazza al secondo  posto con 682 ettari (dati Ispra), preceduto dalla Lombardia, compagna di ventura nello scempio scriteriato di una risorsa non rinnovabile come il suolo. Ma il podio il Veneto lo conquista anche su un altro dato, quello relativo al consumo di suolo in “aree a pericolosità idraulica”, come è evidenziato dalla tabella 72 del Rapporto Ispra 2021. Infatti, con 55,2 ettari il Veneto è la prima regione per consumo di suolo in aree a “pericolosità idraulica elevata”. Resta sul podio piazzandosi al secondo posto con 105,1 ettari per suolo consumato in aree a “pericolosità idraulica media” e per suolo consumato in aree a “pericolosità idraulica bassa” con 201,5 ettari. È la “funzionalità logistica ed estetica” il criterio che giustifica e autorizza il consumo di suolo lungo gli argini dei fiumi. Come nel caso dell’ampliamento da 20 a 40 ettari del “campus di H Farm” in località Ca’ Tron nel comune di Roncade in una delle ultime aree a vocazione agricola del Veneto e anche  teatro di eventi alluvionali nel 66 e nell’86. Nel caso della “H Farm” alla “funzionalità estetica e logistica”  si è accompagnata la “funzionalità elettorale”, in nome della quale politici e  amministratori, di destra e di sinistra, si sono scagliati contro la sciagurata e mal digerita  decisione della commissione regionale di assoggettare alla “Valutazione di Impatto Ambientale” il progetto di ampliamento della struttura e successivamente  ne hanno sollecitato l’esito favorevole. La minaccia dell’ideatore di “H Farm” di realizzare l’opera a  Milano ha vinto sulle “compatibilità ambientali, paesaggistiche e idrogeologiche”, come non esistessero aree con  vocazioni diverse:  a “vocazione terziaria”,  come Milano o altri centri già urbanizzati,  a “vocazione agricola”, come la campagna di Ca’ Tron. Come se l’indotto occupazionale giustificasse l’indotto in ettari di suolo consumato per insediamenti e opere infrastrutturali in un’area agricola. Sempre lungo il Fiume Sile amministrazioni succedutesi, di destra e di sinistra, condividono una lottizzazione a ridosso dell’alzaia all’interno del Parco del Sile: in questo caso è la “funzionalità estetica” a prevalere sulla “funzionalità idrogeologica”. Il dramma del Veneto, non percepito dagli amministratori di destra e di sinistra, è la “mancanza di spazio fisico”, inteso  proprio in senso materiale, sensoriale, fisico, geomorfologico, tanto che Amazon non ha trovato di meglio,  per soddisfare il requisito della “funzionalità logistica”, che proporre la costruzione del suo Polo Logistico in un’area di 50 ettari facente parte del Parco del Sile. Non serve essere geologi e grandi luminari della pianificazione urbanistica per capire che, vista la dimensione della cementificazione frammentata e diffusa, la scelta infelice  dei luoghi per tali progetti non è altro che la conseguenza di una mancanza di spazio naturale o seminaturale: spazio inteso nella sua dimensione elementare, quella “geofisica”. Allo scopo di soddisfare il requisito della “funzionalità estetica”, “logistica” ed “elettorale” ai fautori di tale modello di sviluppo “climalterante”, che inibisce la “funzione ecosistemica” della vegetazione, non resta che sparare gli ultimi  colpi contro “madre terra” occupando i residui lembi di terreno sopravvissuti al miracolo del Nord Est. A meno che, per risolvere tutte le problematiche legate al rischio idraulico e climatico, non si trovi di meglio, come sta  cercando di fare la Regione Veneto,  che scavare un bacino di laminazione in un’area di 555 ettari in un sito di “Rete Natura 2000” lungo il Piave: un sito che per le sue caratteristiche geomorfologiche potrebbe  svolgere in modo naturale la stessa funzione delle casse di espansione artificiali. La stessa funzione di “cassa di espansione naturale” che potrebbe svolgere lungo il Sile  l’area agricola di Ca’ Tron su cui costruiscono il campus della “H Farm”. Ma la mancanza di spazio geofisico e la rapida e incontrastata dilapidazione di suolo emergono anche da un altro incredibile progetto: la realizzazione, visto che non c’è lo spazio fisico sulla terraferma, di un tunnel ferroviario per l’Alta Velocità a 12 metri di profondità, nella gronda lagunare, in un terreno molle e insidioso, per portare i treni da Mestre all’Aeroporto Marco Polo. Ma cari devastatori seriali perché non vi mettete in testa di “adattare funzionalmente” quello che, ignorando qualsiasi tentativo di pianificazione urbanistica lungimirante, avete già realizzato a spese del suolo? Cari devastatori  seriali, il jolly della “funzionalità logistica” ve lo siete già giocato sul tavolo della speculazione immobiliare, affaristica e politico-clientelare e dovete fermarvi e cominciare a censire, per un loro riutilizzo e ammodernamento, strade, infrastrutture, edificazioni e cementificazioni già realizzate. Il Veneto vive una situazione di “emergenza ambientale plurima”: aria, acqua suolo. Una emergenza ambientale plurima che viene rimossa da una politica-propaganda, possibile anche grazie a un “pecoresco vassallaggio mediatico” e a un’opposizione politica inesistente.  Bisogna posare uno “sguardo diverso” su quello che sta accadendo in questa regione da almeno vent’anni, a cominciare dalla materia urbanistica”, grazie ad  una vergognosa “legge regionale sul suolo” che produce effetti di “natura permanente” sul territorio e che, in modo furbesco e irresponsabile, alza il velo del “greenwashing” sull’incongruenza tra lo scopo dichiarato e  gli effetti reali che produce sullo “stato dell’ambiente”. Ma come vengono impugnate alcune leggi regionali o singole norme regionali che riguardano la caccia e altri ambiti di “competenza statale”,  perché, analogamente, non si impugna, non si contrasta e non ci si mobilita  contro una legge regionale che, in nome della “competenza concorrente” del “governo del territorio”, consuma suolo alterando lo “stato dell’ambiente”? Va smascherata la rimozione anti-scientifica del rapporto tra “consumo di suolo” e alterazione dello “stato dell’ambiente”, sia nel suo “dispiegarsi affaristico” in violazione degli articoli 9, 41, 42 della Costituzione, sia nel suo “dispiegarsi giuridico-istituzionale” e che riguarda, come previsto dall’articolo 117 lett.s della Costituzione, la prevalenza della “competenza esclusiva statale” a tutela dello ”stato dell’ambiente” sulla “competenza concorrente” del “governo del territorio”. Sentenze della Corte Costituzionale, della Cassazione, dei Tribunali  Amministrativi Regionali, direttive europee, comitati scientifici, studiosi, comitati di cittadini riaffermano il valore assoluto della tutela dei beni comuni e una legislazione regionale non può, in un territorio la cui compromissione ecologica è dimostrabile scientificamente, documentalmente e statisticamente, prescindere dal rispetto di compatibilità “ambientali” e “costituzionali”. 

Serve un “linguaggio” ed uno “sguardo diverso” per denunciare come possa nuocere allo “stato dell’ambiente veneto” l’autonomia nel “governo del territorio”. Diventa quindi legittimo sollevare la questione di “legittimità costituzionale” di una legge che non tiene in considerazione le modifiche pesanti e diffuse già subite per decenni dal territorio. Le problematiche ambientali innescate da una legge regionale ossimoro sul suolo non possono più essere viste singolarmente, settorialmente: il consumo di suolo deve cessare di essere il motore dello sviluppo del Nord Est. Va combattuta  la sostanziale e consociativa  condivisione fra tutte le forze politiche, sia di destra, sia di sinistra, del modello di sviluppo “consuma suolo”, una sorta di “pensiero unico” che la contemporanea  mancanza di un forte movimento ambientalista, radicale, rigoroso nelle scelte e alternativo alla partitocrazia consolidata non riesce a scalfire. Il Veneto è un laboratorio perfetto della “commistione partitocratica” e della “sterilizzazione dell’efficacia della lotta ambientalista”  che portano, da un lato, ad un pensiero e a una visione monocorde del modello di sviluppo da perseguire, dall’altro  a una frammentarietà e a un localismo rivendicativo ambientalista “situazionale” e “settoriale”, fino  a diventare quasi corporativo, incapace, constatata la accomodante condotta dei vertici di alcune associazioni ambientaliste a livello nazionale e regionale, di una sintesi politica efficace.

By Dante Schiavon

Pin It on Pinterest

Share This