Mario Draghi: un Keynesiano o un Liberista?

di Fabrizio Cortesi

Il neoliberismo, l'ideologia alla radice di tutti i nostri problemi - Eunews

Secondo voi Mario Draghi è un Keynesiano, un liberista, o entrambe le cose? Che politica stanno attuando Draghi e la sua tecnocrazia, tutti non eletti, in carica? Quale delle due istanze, quella keynesiano-sociale o liberista-privatista?

Confrontato con il Governo Draghi, il precedente esecutivo di Conte era a mio avviso un governo comunista, pur nelle sue in realtà già sbiadite istanze di centro-sinistra. Nel Governo Draghi non si lesina la provenienza dal Nord dei ministri, espressione di precisi interessi politico-manageriali, la nomina di consiglieri come Francesco Giavazzi, vate dell’austerità espansiva, e il recente scandalo sull’esternalizzazione della scrittura delle linee programmatiche e di spesa del principale strumento di investimento pubblico dei prossimi anni verso una multinazionale privata americana chiamata parte in causa di un’epidemia di oppioidi che ha causato la morte di 400.000 persone; si mette a ministro, a decidere sulle strategie di digitalizzazione, innovazione, dispiegamento del 5G (e abbattimento delle barriere regolatorie per farlo), un manager d’azienda da poco uscito dalla direzione globale del gruppo privato Vodafone: giusto “lievi” segnali che rendono l’impostazione ideologica che Draghi ha voluto imprimere al proprio governo inequivocabile. 

Nell’ultima pubblicazione tecnica sovrintesa da Draghi, il rapporto “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid”, che Draghi ha redatto in qualità di capo del comitato direttivo del Gruppo dei 30, un think thank di consulenza economico-finanziaria fondato su iniziativa della Fondazione Rockfeller, e in cui si dettano le linee guida per i governi nella fase post-pandemica, piuttosto che un’impostazione economica keynesiana, emerge un’interpretazione liberista di un altro grande economista del Novecento, Joseph Schumpeter, e in particolare del concetto schumpeteriano di “distruzione creatrice”.
Nel rapporto si afferma infatti che “la politica dei governi non deve ostacolare, ma deve anzi assecondare, i meccanismi selettivi del libero mercato che distruggono il vecchio e creano il nuovo”. In particolare, nel rapporto si afferma che “i governi devono assecondare la chiusura di quelle “imprese zombie” che sopravvivono grazie ai sussidi”. Si sostiene dunque che la mano pubblica non possa nemmeno proteggere i posti di lavoro, ma debba al contrario consentire i licenziamenti per far sì che i lavoratori si spostino verso le imprese virtuose che si spera nasceranno dopo la crisi. Tale lettura non lascia scampo: come un tempo, quello di oggi è un Draghi che torna a professare la fede nei meccanismi di selezione del mercato. Insomma, al netto della gestione del fiume di fondi Europei che il nostro Governo dovrà gestire (e la scandalosa implementazione keynesiana degli efficientamenti energetici, che hanno drogato il mercato edile e dei materiali, al contempo stra arricchendo il settore privato), ma blindandolo e redistribuendolo essenzialmente a vantaggio dell’industria e dell’impresa privata, a fini espansionistici, credo che la risposta alla domanda iniziale venga da sè.

E voi cosa ne pensate, cari lettori?

Considerazioni fatte in seguito a letture su Kriticaeconomica.com

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