Marocco: l’oasi dell’energia solare

Un proverbio tuaregh recita: ‘’Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima’’. Per volere del suo re, Muhammad VI, il Marocco ha riscoperto il deserto in termini energetici, attuando nel 2015 la prima fase dei lavori del Noor Solar Project. L’obiettivo, ultimato nel 2018, era quello di costruire in quattro fasi un’imponente centrale solare termodinamica che sfruttasse la radiazione solare – circa 2.500 kWh/m2 all’anno – che colpisce il deserto del Sahara. Ad oggi, la centrale mette a disposizione una potenza di picco di 580 MW.

 

Il progetto rientra nel più ampio piano nazionale energetico del Marocco, che entro il 2030 riuscirà a generare il 52% della sua energia elettrica da fonti rinnovabili. Perché il Marocco ha deciso di intraprendere la strada delle rinnovabili? Non è solo questione di vena ecologista, legata in parte alla religione islamica – nel Corano si trova per esempio l’obbligo di Hima, ovvero di istituire riserve naturali – ma è questione d’indipendenza e sicurezza energetiche nazionali. Il paese traeva dall’estero il 94% del suo fabbisogno energetico: tutt’ora la domanda interna raddoppia ogni dieci anni. È, quindi, questione geopolitica: il paese desidera proporsi nella regione euromediterranea come modello di sostenibilità ambientale, capace di convogliare necessità geoeconomiche ed imperativi ecologisti.

 

Il Noor Solar Project ha rinvigorito i rapporti euro-marocchini. I principali finanziatori del progetto sono la Banca europea per gli investimenti (Bei) e l’Unione Europea, attraverso il Fondo investimenti per la politica di vicinato. Assieme all’Agence Française de Développement ed alla tedesca Kreditanstalt für Wiederaufbau, hanno fornito circa il 60% dei fondi. Ulteriori finanziamenti sono arrivati dalla Banca africana di sviluppo e dalla Banca mondiale. Il progetto potrebbe rappresentare un primo passo per stringere rapporti sempre più stretti con i paesi nordafricani, Stati chiave nella stabilizzazione del Mediterraneo, area che è di interesse vitale per paesi quali Francia, Spagna, Portogallo, Grecia ed Italia.

 

Il paese nostrano ha giocato un ruolo indiretto, ma fondamentale, nel progetto marocchino. La tecnologia della concentrazione solare o Csp (Concentrated solar power) permette di conservare il calore in immensi serbatoi-batterie che contengono una soluzione di sali fusi. Così Noor continua a generare elettricità anche di notte o in una giornata uggiosa. È stato proprio un italiano, il premio Nobel della fisica Carlo Rubbia, ad introdurre la variante dei sali fusi. L’Italia, ancora una volta, ha giocato un ruolo scientifico che andrebbe incentivato e reso uno dei pilastri di una strategia energetica nazionale.

 

La via verde del Marocco non rappresenta soltanto una novità ecologica e geopolitica nel Nordafrica, ma anche una potenziale rivoluzione culturale. Il ministero degli Affari islamici ha coinvolto, al fine di diffondere le idee ecologiste, le muršidāt, il clero femminile istituito dopo gli attentati di Casablanca del 2003, quando Rabat avviò la riforma dell’islam nazionale per contrastare l’ascesa degli estremisti. Gli effetti culturali della via verde marocchina potrebbero dispiegarsi ben oltre i confini del paese, portando stabilità in paesi dove l’estremismo religioso è un problema di prim’ordine.

 

In conclusione, si può affermare che il Marocco rappresenta una delle esperienze ecologiche più interessanti del Nordafrica e dell’area euromediterranea. È un modello economico, ma anche geopolitico che potrebbe risultare una via vincente alla transizione energetica per quei paesi che basano le proprie entrate economiche sul commercio del petrolio. È importante sottolineare come la rivoluzione ecologica marocchina rappresenti anche una rivoluzione culturale: due sfere, quella ecologica e quella culturale, che si alimentano a vicenda e che, nel caso marocchino, hanno trovato un veicolo fondamentale e specifico nella religione islamica

 

Nicolò Miotto.

 

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