Maurizio Pallante: Lo sviluppo dei popoli sottosviluppati arricchisce i popoli ricchi e impoverisce i popoli poveri.


tratto dal libro L’imbroglio dello sviluppo sostenibile, Edizioni Lindau, di prossima uscita
luglio 2022



Le due carte geografiche tematiche del Mozambico qui riprodotte mettono in evidenza un aspetto apparentemente paradossale, ma molto significativo. Nelle tre province del nord-est si re-gistrano contemporaneamente le maggiori quantità di produzione agricola e le maggiori percen-tuali di sottonutrizione cronica. Evidentemente le produzioni agricole di quelle province non sono destinate ad alimentare la popolazione che le abita, ma vengono esportate. Ne consegue che le province più sviluppate economicamente hanno i maggiori tassi di povertà. Come si spiega questa incongruenza?
Innanzitutto occorre chiarire il significato del concetto di sviluppo, che indica la «liberazione da un viluppo». Questo concetto è stato utilizzato originariamente in biologia, dove, etimologica-mente indica il processo mediante il quale ogni neonato sviluppa, nella fase della crescita, le po-tenzialità insite nel patrimonio genetico della specie a cui appartiene. Il concetto di sviluppo ha, pertanto, una connotazione intrinsecamente positiva.
Questo concetto è stato utilizzato per prima volta in economia nel discorso di insediamento al-la Casa Bianca del presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel 1949. In quel discorso Truman annunciò «un nuovo audace programma per rendere disponibili i benefici dei nostri progressi scientifici e del progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppa-te». A tal fine gli Stati Uniti avrebbero dovuto «promuovere gli investimenti di capitale nelle aree che necessitano di sviluppo. […] Il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo, attraverso i propri sforzi, a produrre più cibo, più vestiti, più materiali per l’alloggio e più potenza meccanica per alleggerire i loro fardelli». Tanta generosità aveva anche altre motiva-zioni: politicamente rispondeva all’esigenza di contrastare i movimenti di liberazione dei popoli egemonizzati dall’Unione Sovietica; economicamente si basava sull’esperienza che «il nostro commercio con altri paesi si espande man mano che progrediscono industrialmente ed economi-camente».
Nella visione di Truman lo sviluppo consisteva sostanzialmente nell’aumento del prodotto in-terno lordo pro-capite dei popoli sottosviluppati. Successivamente l’Onu, elaborando l’Indice dello sviluppo umano avrebbe aggiunto altri due indicatori: l’aumento della durata media della vita e dei tassi di scolarizzazione, che comunque dipendono dall’incremento del prodotto interno lordo pro-capite. Il prodotto interno lordo (Pil) è un valore monetario che si ottiene sommando i prezzi di vendita delle merci a uso finale prodotte e dei servizi a uso finale forniti dal sistema produttivo di un Paese nel corso di un anno. A questo valore va aggiunto il valore delle esportazioni nette. Divi-dendo il Pil di un Paese per il numero dei suoi abitanti, si ottiene il Pil pro-capite, che costituisce la misura reale della sua ricchezza monetaria. In base a questo criterio si considerano sottosvilup-pati i Paesi con un Pil pro-capite inferiore alla media degli altri Paesi, e si considerano in via di sviluppo i Paesi sottosviluppati in cui il Pil pro-capite cresce. Le economie dei Paesi sottosvilup-pati sono principalmente agricole e la loro agricoltura è caratterizzata in modo non marginale dal-la produzione di beni per autoconsumo. Pertanto, non essendo del tutto mercificata non fa crescere il Pil come le attività produttive nei Paesi sviluppati, dove la produzione industriale e le attività terziarie hanno una maggiore incidenza, la mercificazione si è estesa a tutte le sfere della vita umana, il lavoro non è finalizzato a produrre beni necessari per vivere, ma merci in cambio di un salario che consente di acquistare sotto forma di merci tutti i beni di cui si ha bisogno.
Premesso che la mercificazione non è un fatto negativo, perché ha apportato alla vita dei popoli un benessere materiale e ha fornito una quantità di servizi non altrimenti ottenibili, la sua progres-siva estensione ha indotto a identificare il benessere con la capacità di acquisto e la ricchezza col denaro, anche se queste due identificazioni sono solo parzialmente vere. In ogni caso, la scelta del Pil pro-capite come misura del benessere pone almeno due problemi. Il primo è statistico. Il suo valore non può essere l’indicatore del benessere economico e di una popolazione, perché non indi-ca il reddito delle persone, ma è la media tra i redditi che lo superano e i redditi che non lo rag-giungono. Di conseguenza il reddito di una percentuale più o meno alta della popolazione è infe-riore al Pil pro-capite. Il poeta romanesco Trilussa, ironizzando su questo tipo di statistica, ha scritto in una poesia che il consumo di un pollo a testa all’anno non vuol dire che tutti abbiano mangiato un pollo, ma può essere il risultato del fatto che metà della popolazione ne ha mangiati due e l’altra metà non ne ha mangiato nessuno. Il secondo problema è costituito dal fatto che il Pil pro-capite, essendo un valore monetario, può prendere in considerazione solo i beni e i servizi venduti e comprati, ma ignora quelli autoprodotti e quelli scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell’ambito di rapporti comunitari. E, quindi, anche per questa ragione non può essere considerato l’indice del benessere reale di un popolo.
Se la produzione agricola di un Paese sottosviluppato viene finalizzata alla vendita sui mercati internazionali di prodotti alimentari che non possono essere coltivati nei Paesi sviluppati per ra-gioni climatiche, il suo Pil cresce più di quanto crescerebbe se fosse finalizzata a soddisfare la domanda interna. Al maggiore sviluppo economico corrisponde però un peggioramento delle con-dizioni di vita della popolazione, che non può nutrirsi col cibo coltivato sul territorio in cui vive. Inoltre vengono sviluppate le monocolture dei prodotti richiesti dal mercato mondiale e la crescita della domanda di quei prodotti, oltre ad avvantaggiare i grandi produttori locali induce le multina-zionali del settore agroalimentare ad acquistare, spesso a prezzi stracciati grazie alla complicità di governi locali corrotti, i terreni agricoli di quel Paese per coltivarli in proprio. Di conseguenza la biodiversità e il contenuto humico dei suoli si riducono, le piccole proprietà agricole e l’agricoltu-ra di sussistenza vengono spazzate via dalla concorrenza, i contadini vengono gettati sul lastrico e sono costretti a lavorare come operai supersfruttati nelle grandi aziende agricole. A trarne vantag-gio sono soltanto le popolazioni e l’economia dei Paesi sviluppati, come aveva sommessamente accennato il presidente degli Stati Uniti Harry Truman. Completamente diversi sarebbero gli esiti se gli aiuti allo sviluppo dei popoli poveri venissero finalizzati ad accrescere la produzione agri-cola per soddisfare meglio la domanda interna: il Pil pro-capite crescerebbe meno, ma la sottonu-trizione si ridurrebbe e il benessere migliorerebbe. Nelle carte geografiche tematiche le province con la maggiore produzione agricola non sarebbero più quelle dove sono più alte le percentuali della popolazione che soffre la fame.
Nei Piccoli poemi in prosa Baudelaire ha scritto: «Miei cari fratelli non dimenticate mai che il più bell’inganno del diavolo è farvi credere che non esiste». Troppo spesso sotto la connotazione apparentemente generosa degli aiuti allo sviluppo dei popoli sottosviluppati, i popoli sviluppati invece di aiutarli li danneggiano per avvantaggiare se stessi. Quando viene utilizzata in economia, la parola sviluppo assume un alto tasso di tossicità. Deve essere maneggiata con molta prudenza.

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