Metafora della mancanza di visione

In Veneto si avvicina il tempo del rito elettorale. Coloro che dall’opposizione si focalizzano sul rischio di uno squilibrio finanziato nella gestione della infrastruttura commettono due errori. Il primo, che così facendo, dimostrano di condividerne, comunque, l’utilità e la sostenibilità ambientale. Il secondo, più grave, che rimuovono definitivamente dalla coscienza collettiva tutti i motivi di dissenso di natura ecologica e sociale sull’utilità e la sostenibilità dell’opera.

“Il progresso è la realizzazione delle utopie”(Oscar Wilde)

La SPV c’è, esiste e non può scomparire. Il danno è stato fatto, lo so, ma voglio ricordare come la mancanza di una diversa visione del futuro abbia impedito la ricerca di soluzioni alternative all’impattante SPV. Tale mancanza di visione è accompagnata da un enorme e ingiustificato vuoto cognitivo e di memoria sulla sregolata pianificazione urbanistica ultradecennale della regione. Solo percorrendo la SPV nel tratto trevigiano si resta colpiti dalla quantità di cavalcavia che la sormontano e che si succedono, senza soluzione di continuità, uno attaccato all’altro: segno inequivocabile di quanto sia fitta la rete stradale preesistente alla costruzione dell’infrastruttura.

Luoghi dimenticati e ammodernamento ferroviario, la paradossale situazione urbanistica

Alcune domande. Era necessaria la SPV in una regione tagliata da nord a sud e da est ad ovest da tante, tante, tante strade statali, strade regionali, rotonde e tangenziali? Era necessaria un’opera pensata molti anni fa, in tempi in cui non c’era il Passante di Mestre e molte altre infrastrutture stradali e autostradali che nel frattempo hanno saturato di asfalto e cemento la bellissima campagna veneta?

Chiedo ai seguaci del “mantra infrastrutturale”: se si fosse messo in sicurezza e adattato il lungo rettilineo di 30 km della S.P. 102 “Postumia Romana” che collega Castelfranco a Maserada nel tratto trevigiano e il rettilineo di 24 km della S.P “Nuova Gasparona” che collega Thiene a Bassano nel tratto vicentino, gli espropri di aziende agricole sarebbero stati in numero superiore a quelli della SPV? Abbiamo provato a immaginare con i 600 milioni messi dal governo e i 300 milioni messi dalla regione per la costruzione della SPV quale ammodernamento ferroviario sarebbe stato possibile delle tratte esistenti nell’area pedemontana: Padova-Bassano, Vicenza-Treviso, Montebelluna-Camposampiero, Vicenza-Schio, Trento-Venezia, Padova-Calalzo, Belluno-Feltre-Treviso.

Abbiamo “realisticamente” idea di quale paradossale situazione urbanistica si sia creata con la SPV? Di quante strade a scorrimento veloce e di quante corpose tangenziali hanno frammentato negli ultimi 15 anni la campagna veneta? Solo per fare un esempio, per andare in montagna da Treviso, allacciarsi alla Valsugana e prendere l’autostrada a Trento in direzione Bolzano ci si potrebbe avvalere di strade a scorrimento veloce con comode tangenziali che tagliano fuori i comuni di Montebelluna, Cornuda, Feltre, tutte opere che hanno consumato suolo e che avrebbero dovuto farci desistere dal consumarne ancora.

Anche se, stranamente, Google Maps, chissà come, promettendoci il risparmio di 5 minuti ci consiglia di andare sulla SPV fino a Bassano Est facendoci fare 20 km in più e facendoci spendere 8 euro e 20 di pedaggio. Una visione alternativa del futuro, in riferimento allo scempio ormai già perpetrato dalla SPV, dovrebbe fare della difesa della poca terra del Veneto sopravvissuta alla mercificazione produttiva il tema centrale nel dibattito elettorale: niente di tutto questo.

E stanno passando sotto silenzio il miliardo di euro e i 1000 espropri di campagna veneta per il completamento del Terraglio Est, che diventerebbe la terza arteria stradale sulla direttrice Venezia-Treviso dopo il Terraglio (SS13) e la A27. Sì, proprio così, la terza strada nella stessa direttrice, non un semplice doppione: una follia urbanistica, un atto irrazionale.

E non si intravede alcun segno di discontinuità. È inquietante constatare come sui temi ambientali ad una destra rozza e ignorante non si contrapponga una visione alternativa. Basta leggere le dichiarazioni della capogruppo in Regione del Pd Vanessa Camani che plaude alla possibilità di potenziare la strada regionale che da Padova sale a nord fino a Castelfranco e agganciarla alla SPV. O le dichiarazioni del candidato della sinistra alla Presidenza della Regione Veneto che promette il suo impegno sul tema dello “sviluppo industriale”, come se la capannonizzazione industriale del Nord-Est e un modello di sviluppo basato sul cemento fossero fenomeni invisibili.

Quello che sta accadendo è la rimozione di qualsiasi anelito visionario e ciò rende il futuro più incerto, più insicuro, più esposto ai rischi ambientali. E sembra, purtroppo, essere una caratteristica che accomuna destra e sinistra nel consumare l’ennesimo rito elettorale inutile, che non fa i conti con la mancanza di scelte coraggiose, ambientali, climatiche e sociali, e con il tempo che scorre inesorabile.

“Non vedo colline, né campanili. Potrei essere ovunque e in nessun luogo. Forse l’unica cosa davvero importante qui è rimasta proprio la strada. Non è più uno strumento di comunicazione, ma il fine stesso dell’esistenza». (Malaguti Paolo).

La polemica sugli eventuali costi futuri della SPV animerà il dibattito elettorale e non c’è esempio migliore per dimostrare la sostanziale condivisione del modello di sviluppo fra i due principali schieramenti. Viene completamente dimenticato e metabolizzato l’impatto dei 94 km di viabilità principale e dei 68 km di opere complementari sull’assetto idrogeologico dell’intera area pedemontana.

Viabilità e dissesto ambientale

Non si parla più della debolezza socio-economica dell’area per la perdita di sovranità alimentare sugli almeno 400 ettari di suolo agricolo (su cui potrebbero esistere 80 aziende agricole con una superficie coltivabile di almeno 5 ettari ciascuna).

In occasione dell’avvicinarsi del rito elettorale fatica ad affermarsi una visione del futuro alternativa: una visione realmente moderna, apparentemente visionaria o tacciata di essere tale dai cultori della crescita illimitata del Pil. Una visione che non concepisce il consumo di una risorsa non rinnovabile come la terra quale principale volano dell’economia.

La timidissima opposizione alla legge regionale n.14 del 6 giugno 2017 (“Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo”) è un’ulteriore conferma della mancanza di una visione alternativa della sinistra. La sinistra, infatti, si è ben guardata dal guidare una mobilitazione per la raccolta di 40.000 firme per un referendum abrogativo della legge regionale sul suolo, perché ciò avrebbe significato sconfessare l’operato delle amministrazioni locali di centro-sinistra che quella legge la applicano alla grande.

Come nel caso del Comune di Padova che, nonostante un 50% di suolo cementificato, ha chiesto e ottenuto dalla regione, a guida leghista, la facoltà di aumentare da 39 a 252 gli ettari consumabili nel proprio comune.

Non si è compresa la matrice tecnico-politico-legislativa della legge ossimoro sul suolo della Regione Veneto e la necessità di contrastare, a monte, l’effetto moltiplicatore delle 17 deroghe: un effetto moltiplicatore che si sta abbattendo dal 2017 su ogni angolo urbano ed extraurbano del Veneto. Il contrasto al consumo di suolo non è diventato l’obiettivo di una vera, coraggiosa ed efficace lotta ambientalista. Ma la sostanziale condivisione del modello di sviluppo cemento-centrico ha visto le opposizioni preferire il prodursi in uno sterile e propagandistico lamento sull’effetto multideroghe della legge, anziché l’impegno per una raccolta di firme per un referendum abrogativo, un tipo di consultazione popolare di cui c’era in Veneto un precedente nel 2002.

Anche degli 8 milioni di metri cubi di ghiaia estratti per i tratti in trincea della SPV e i 400 ettari di suolo agricolo sono andati in deroga ai labili ed estensivi propositi di contenimento del consumo di suolo di quella legge, incostituzionale per il suo impatto sullo stato dell’ambiente.

Senza dimenticare che gli effetti del consumo di suolo non vanno in prescrizione. Infatti, alla mancanza di una visione alternativa manifestata nel momento in cui si è deciso di costruire la SPV si somma la scarsa attenzione politica da parte degli schieramenti di destra e di sinistra ai problemi che nell’oggi l’opera porta con sé.

E problemi ce ne sono, ma non sono nell’agenda politica elettorale.

Penso ai rischi idrogeologici legati al mancato drenaggio delle acque meteoriche a seguito dell’asportazione della ghiaia per la costruzione della SPV nei tratti in trincea. Penso ai rischi di inquinamento ambientale per la collocazione del manto stradale nei tratti in trincea che corrono trasversali ai movimenti di falda da nord (dalle montagne) a sud (alla pianura) e alla possibile contaminazione delle falde da metalli pesanti per le acque meteoriche di dilavamento provenienti dalla pavimentazione stradale.

Penso all’utilizzo del Pfba, un composto chimico che fa parte della famiglia del Pfas, per la costruzione delle gallerie di Malo e Sant’Urbano e ai rischi di inquinamento delle acque di falda da dove attingono i nuovi acquedotti di Padova e Vicenza e la conseguente necessità di potenziare filtri e impianti di depurazione.

Penso al rischio di ulteriore consumo di suolo nelle aree adiacenti la SPV e all’urgenza di misure drastiche per bloccare nuovi insediamenti residenziali, industriali, commerciali, logistici (questi ultimi, dal 2017 al 2019, in Veneto hanno comportato la scomparsa di 172 ettari di suolo agricolo, Rapporto Ispra 2022).

Penso all’urgenza di un ruolo attivo della politica locale veneta nella richiesta di una legge nazionale che fermi da subito, senza se e senza ma, il nuovo consumo di suolo, proprio perché il Veneto condivide con la Lombardia questa vandalica eccellenza nella scomparsa irreversibile della terra e dei suoi servizi ecosistemici. In Veneto la SPV è metafora della mancanza di visione su un futuro diverso per l’ambiente, fatto di rammendi ecologici sulle lacerazioni prodotte sulla terra fertile dal nostro affarismo urbanistico e clientelare.

Manca la visione di un futuro fatto di ristrutturazione e adattamento funzionale del già tanto edificato, combinato ad una politica di servizi sociali e di trasporto per ripopolare i centri urbani minori pieni di case inutilizzate e decongestionare i centri urbani maggiori dove la rendita immobiliare governa al posto della politica. Manca la visione di un futuro occupazionale basato sulla manutenzione di piccole e grandi infrastrutture. Manca la visione di un futuro basato su una corposa opera di depavimentazione dal cemento delle nostre città e da una corposa opera di forestazione urbana per riabitare i “non luoghi”, da cui cerchiamo di fuggire rinunciando a ridare loro bellezza e attrattività.

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