Non complici ma cittadini: Torino risponde alla repressione
Torino, 31 gennaio 2026.
Un fiume di persone attraversa la città dalla stazione di Porta Susa verso il Po, raccogliendo nell’altro punto di ritrovo, Porta Nuova, altre persone a formare un corteo colorato, rumoroso come devono essere i cortei, allegro e disincantato.
Si marcia e si protesta, si protesta e si marcia per dire al governo che siamo contro la repressione dello spazio sociale, che una città militarizzata è una città che non respira, che la repressione del dissenso non è la risposta al disagio sociale e culturale che si respira da molti anni. Si marcia e si protesta, i toni sono accesi, gli slogan pungenti, le mani sono libere e i volti scoperti. Siamo in tanti di tutte le età di tante bandiere.
La città risponde ad uno sgarro istituzionale alla chiusura immotivata e ritorsiva di uno spazio sociale attivo da quasi trent’anni noto come Askatasuna, libertà in lingua basca. La città risponde ad anni di politiche soppressive del dissenso, alla militarizzazione della valle di Susa all’imposizione delle Grandi opere inutili, alla colonizzazione dello spazio democratico del confronto.
Nonostante una certa narrazione che descrive il centro sociale solo come un luogo di ritrovo dell’antagonismo di matrice eversiva, cinquanta mila persone si schierano pacificamente contro la logica repressiva e la volontà di criminalizzare il dissenso e la protesta. Come è noto i fatti privati del contesto che li precede raccontano la cronaca ma da soli spiegano poco o nulla del loro significato.
È in questo modo che la luce sulla manifestazione si è spostata totalmente sui gravi fatti che l’hanno seguita, oscurando i significati della protesta e la modalità pacifica che l’ha condotta fino al termine. I commenti degli esponenti della maggioranza e dei responsabili di governo a capo dell’ordine pubblico vanno in quella direzione, creare ad arte il sillogismo per cui essere stati alla manifestazione equivale a sostenere e coprire i violenti. Nell’intervento in Parlamento del Ministro Piantedosi, a seguito dei fatti, viene ribadito questo concetto in modo esplicito.
In tutto questo ci uniamo al pensiero di Don Luigi Ciotti che nel corso di un incontro sulla pace promosso dall’Azione Cattolica ha ricordato:
«Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali… ». «Mi spiace – ha detto Ciotti – che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire».
E ancora: «alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. (https://www.cittanuova.it/torino-la-via-del-dialogo-dopo-gli-scontri).
L’opera di ricucitura che da due anni vedeva impegnata la città e il centro sociale, sono stati cancellati da due ore di violenza che doveva essere evitata. Agiamo la nostra responsabilità collettiva e la pratica non violenta che ci contraddistingue, affinché si possa creare un clima che riapra il dialogo tra le parti.






