di Fabrizio Cortesi, ingegnere, consulente in strategie e sostenibilità d’impresa, ecologista.

Soltanto dal 23 al 25 settembre sono andati a fuoco, a nord della provincia di Milano, un grosso deposito aziendale di rifiuti a Cermenate, seguito dalla gigantesca area ex SNIA di Varedo, contenente migliaia di tonnellate di rifiuti di varia natura, stoccati illegalmente, e il giorno seguente, un magazzino di una ditta a Monza, stracolmo di materiale plastico e di mascherine chirurgiche da poco prodotte. Risultato: in soli 4 giorni, tonnellate di sostanze tossiche, diossine, polveri sottili riversate nell’aria, tonnellate di acqua contaminata dagli spegnimenti riversata nelle falde e nei fiumi, nella zona più densamente popolata e inquinata d’Europa, la terra dei fuochi del Nord Italia.

A Monza e dintorni, inoltre, sono settimane che in vaste aree della città e paesi limitrofi si lamentano forti odori di materiali bruciati, la cui fonte resta tuttora sconosciuta, sotto indagine.

Tutto questo accade in un contesto di Pianura Padana che è già da lustri l’area più inquinata d’Europa, a livelli cinesi, dove il tasso d’inquinamento accorcia di tre anni la vita dei milioni di residenti (fonte: Agenzia Europea per l’Ambiente).

Tale situazione distopica basterebbe per invocare subito una legge nazionale che equiparasse a attentato terroristico ogni incidente di origine dolosa che provoca danno e inquinamento ambientale, inclusi incendi dolosi ai rifiuti, nonché ai boschi, tema ancora più drammatico.

E invece il copione si ripete indisturbato ormai da anni, sempre uguale a se stesso, come il 25 settembre a Varedo, dove 4000 tonnellate di rifiuti stoccati illegalmente da anni hanno magicamente preso fuoco alle 5 di mattina, proprio pochi giorni prima che l’area, peraltro già da tempo posta sotto sequestro dalla Magistratura, fosse messa in sicurezza, sebbene tardivamente, trasferendo le rotoballe di rifiuti che vi erano state scoperte, all’inceneritore. Pura combinazione, o autocombustione? Speriamo che la Magistratura faccia in fretta il suo corso, ma già ci sono tutti i segni evidenti e la firma dell’ecomafia, sul caso, anche perché erano già ben avviate e sviluppate corpose indagini che avevano accertato il traffico illecito di rifiuti provenire dal sud Italia, tramite “imprenditori” della Locride, che triangolavano le rotoballe dal sud Italia, passando per Como, finendo poi a Varedo, il tutto con documenti di trasporto falsificati.

Al di là della cronaca di questi casi, dove speriamo che i responsabili, anche politici, pagheranno pegno qualora fossero inchiodati dalle indagini in corso, viene però d’obbligo fare alcune considerazioni sul tema più ampio dei rifiuti, drammatico in tutto il paese:

1 – Quando l’ARPA si premura a tranquillizzarci, dicendo che i rifiuti della SNIA di Varedo non erano di tipo pericoloso (in realtà mi è stato riferito che lì dentro vi fossero anche fusti cilindrici di materiale indefinito), e che la nube sprigionata, “non è tossica”, in realtà l’angoscia cresce, perché non esiste rogo di rifiuti non tossico. Anche nel caso che i rifiuti bruciati fossero “soltanto” comuni rifiuti urbani, si noti che tali rifiuti sono zeppi di plastica, la cui combustione, da sola, è sufficiente a sprigionare notevoli quantità di diossina, che come insegna il disastro di Seveso accaduto a pochi passi da lì, non è proprio innocua. É di poca consolazione che le nubi nere e tossiche si diluiscano nell’aria, trasportate da lieve vento, anzi ciò impatta ancora più territorio e popolazione.

2 – E’ doppiamente grave il reato di chi provochi incidenti di questo tipo, accumuli materiale in modo illecito e soprattutto di chi a livello amministrativo non controlli, tergiversi, o giri gli occhi altrove: le rotoballe di Varedo non saranno arrivate nottetempo, ma avranno richiesto decine e decine di TIR andare e venire per mesi dentro al capannone ex SNIA: possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, già mesi fa, e perché si è atteso tempo immemore prima di bonificare una vera e propria bomba ad orologeria? Questi reati vanno puniti molto severamente perché sono veri e propri atti criminali, attentati alla salute pubblica. Costituisce reato penale stoccare rifiuti in questo modo, figuriamoci incendiarli. Resta il dubbio che la stessa classe politica locale magari non agisse perché lei stessa sotto ricatto.

3 – Ci sono troppe situazioni diffuse e ricorrenti di capannoni pieni zeppi di rifiuti illeciti, senza che di fatto venga preso nessun provvedimento per evitarle anche con controlli preventivi a tappeto. O meglio, prevenzione e controllo troppo spesso non riescono ad evitare questo drammatico epilogo, data la diffusione. Certamente, si agisce in tempi troppo lunghi, come a Varedo.

L’abbandono di rifiuti in fabbrica o area dismessa è una pratica illecita, di carattere penale. Grazie alla crisi industriale decennale c’è un numero impressionante di aziende chiuse che vengono lasciate nel completo abbandono, spesso con i capannoni pieni di rifiuti non smaltiti. Ma è un fenomeno che colpisce anche gli spazi o gli edifici in mano ad enti pubblici. Spesso le aree private sono pignorate ed in mano a curatori che tutto fanno meno che pensare ai rifiuti contenuti. Ci vorrebbe una normativa specifica per le aree dismesse in mano ai privati e a quelle in mano agli enti pubblici o almeno un indirizzo prefettizio che tenda a colmare una carenza di controlli sulle stesse aree dismesse, del cui degrado qualcuno deve pur rispondere…l’Italia è quel posto dove quando succede un disastro, alla fine nessuno risponde. Occorrerebbe un giro di vite su queste deplorevoli pratiche, e controlli a tappeto.

4 – Oltre all’aspetto di controllo e repressione, occorre agire a monte: rimodellare i consumi della popolazione, implementare vere strategie di riduzione nella produzione e vendita di merci, spesso superflue se non dannose, di riduzione dei rifiuti e degli imballaggi, smettere di frequentare fast food e di fare ricorso alle consegne a domicilio, enormi generatrici di rifiuti e imballaggi inutili e dannosi: partire proprio dalle cause primarie significa ridurre l’eccessivo consumo di prodotti, eliminare gli imballaggi, rivedere le norme di confezionamento, anche nei supermercati e nei negozi, ricorrere alla vendita di merce sfusa riutilizzando le confezioni da casa. Occorre produrre e consumare meno in generale, in particolare in una società insostenibile e bulimica di consumi, a eccessiva densità di popolazione. Non poteva comunque costituire una soluzione accettabile nemmeno l’incenerimento delle rotoballe di Varedo in apposito impianto, comunque altamente inquinante, dato che i rifiuti non andrebbero proprio bruciati.

5 – Le politiche di raccolta differenziata e di riciclo, spesso solo sulla carta, non sono sufficienti: una volta rimodellati e ridotti i consumi, i pochi rifiuti che si produrranno non andranno mai bruciati, nemmeno negli inceneritori, né mandati in discarica, ma andranno riutilizzati e il resto riciclati. Fino a due secoli fa la società non produceva rifiuti, dato che gli scarti venivano riutilizzati e riassorbiti dalla biosfera. La plastica non esisteva nemmeno. I sistemi attuali di raccolta differenziata dovrebbero almeno prevedere sistemi di incentivo alla riduzione della parte indifferenziata, tramite conteggio delle quantità consegnate per famiglia, ma tali soluzioni, pur facili, non sono quasi mai attuate, perché al sistema a valle, evidentemente, conviene avere tanto indifferenziato da “valorizzare” nei termovalorizzatori: un sistema malato alla radice.

6 – In realtà andrebbero prodotti meno rifiuti anche proprio riutilizzando gli oggetti, non buttandoli via: si veda il modello virtuoso dei vuoti a rendere e delle bottiglie di vetro riconsegnate, che è cosa ben diversa dalla loro frantumazione e rigenerazione tramite fusione, o la riparazione degli elettrodomestici, invece che lo smaltimento in discarica. Si dovrebbero diffondere centri per il riuso, la riparazione, di oggetti e di merci dismesse, inclusi i mobili, di cui vi sono pochissimi casi virtuosi, in Italia, che funzionano bene e sono sostenibili, anche economicamente, creando posti di lavoro.

7 – C’è proprio da ricostruire tutta la società, gli stili di consumo e di trattamento dei rifiuti in ottica soprattutto di riuso e economia circolare: occorre passare da un modello attuale dove il fine è la raccolta differenziata in sé (seguita da ben poco riciclo reale), a un modello dove il fine è la mancata produzione di rifiuti a monte, e dove il poco che resta da differenziare viene riutilizzato o reimmesso in una vera filiera di economia circolare, che rifornisce la catena produttiva in un circolo virtuoso. Queste nuove filiere responsabilizzerebbero molto più i cittadini e creerebbero migliaia di nuovi posti di lavoro.

8 – La stessa economia circolare, e i suoi target europei, da cui peraltro siamo molto lontani, non sono la soluzione dei problemi dell’inquinamento e del consumo di risorse, ma solo palliativi, perché anche se si si riciclasse l’80% dei materiali, si dovrebbe continuare ad erodere il restante 20% delle risorse necessarie dall’ambiente. In un’economia finalizzata alla crescita, anche se si riciclasse il 100% (cosa impossibile anche nel mondo ideale), occorrerebbe estrarre risorse aggiuntive per soddisfare la crescita delle produzioni: l’unico modello sostenibile è la decrescita delle produzioni, degli sprechi, del superfluo e il cambio di passo della nostra società moderna, dove l’economia circolare dovrebbe servire soltanto a recuperare i pochi scarti prodotti.

Immagine: Arrow vector created by brgfx – www.freepik.com

Pin It on Pinterest

Share This