23 dicembre 2020

Anche se il governo rivendica una continuità delle linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e del suo aggiornamento al 6 dicembre, con il documento finale della Commissione Colao, questi due documenti rappresentano un passo in avanti nella definizione di un progetto in grado di conciliare la ripresa dell’economia con l’avviamento di una transizione ecologica. Tuttavia non si può sottovalutare nemmeno la persistenza di elementi di ambiguità, che emergono già dal titolo, perché la parola ripresa sta a indicare a ripartenza del percorso bruscamente interrotto dalla pandemia, seppure con una maggiore attenzione ai problemi ambientali che l’hanno scatenata e che possono riproporsi, indicata dall’uso e dall’abuso della parola resilienza.

L’ambiguità di fondo è costituita dalla compresenza di due finalità che nel modo in cui vengono presentate possono essere contrapposte, sebbene non si possa dedurre dal testo che vi sia la consapevolezza di questa possibile contrapposizione. Da una parte si insiste molto sul rilancio della crescita economica, precisando che deve raddoppiare dalla media del + 0,8 per cento che ha avuto negli ultimi 10 anni in Italia, alla media del + 1,6 per cento che ha avuto in Europa. Se ci si limita al dato quantitativo, la crescita del Pil di per sé comporta un aumento dei consumi di risorse, un aumento delle sostanze di scarto che vengono immesse nell’aria, nel ciclo dell’acqua e nei suoli, l’uso di sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili e spesso anche nocive, che servono ad aumentare la produttività, un aumento della domanda di beni a uso finale (consumismo, riduzione della durata di vita degli oggetti per accelerare i processi di sostituzione), un aumento del consumo di suolo e una riduzione degli spazi selvatici: tutti i fattori della crisi ambientale che, tra l’altro, ha causato lo spillover del coronavirus da un animale selvatico alla specie umana. Tutto ciò non solo allontanerebbe la rivoluzione verde e la transizione ecologica, ma riproporrebbe, prima o poi, un’altra crisi pandemica e un aggravamento irreversibile della crisi climatica, come avvertono gli epidemiologi e i climatologi.

Per evitare queste conseguenze non ci si può limitare a perseguire una crescita economica connotata quantitativamente, ma occorre che la ripresa sia connotata qualitativamente: che si fondi cioè sullo sviluppo dei settori produttivi e delle innovazioni tecnologiche che riducono l’impatto ambientale, e sia accompagnata da profondi cambiamenti negli stili di vita. Una semplice ripresa del modo di produrre e di consumare precedente la pandemia non solo non è auspicabile, ma non è possibile. Una ripresa economica duratura non può realizzarsi se non si impostano in modi molto diversi i rapporti della specie umana con la biosfera e i rapporti degli esseri umani tra loro e con le altre specie viventi.

Purtroppo non è questa nemmeno la logica con cui il PNRR ribadisce più d’una volta la necessità di aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, come se fossero un valore in sé, perché consentono di aumentare la produttività e di accrescere la competitività delle aziende italiane sui mercati internazionali, senza tener conto che queste dinamiche aggravano la crisi ecologica, mentre la ricerca e lo sviluppo dovrebbero essere indirizzati nel settore delle innovazioni tecnologiche che:

  • accrescono l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in merci, in modo da ridurne i consumi per unità di prodotto;
  • riparano i danni inferti agli ecosistemi nei decenni passati;
  • riducono i principali fattori della crisi ambientale.

Il raggiungimento di questi obbiettivi qualitativi può essere facilitato dallo sviluppo delle tecnologie che rendono conveniente economicamente la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità. Il nostro movimento Sostenibilità Equità Solidarietà ha definito questo metodo “conversione economica dell’ecologia”. Bisogna valorizzare le tecnologie che riducono il consumo delle risorse, la produzione di scarti e gli sprechi per unità di prodotto, perché ciò comporta non solo una riduzione dell’impatto ambientale, ma anche dei costi di produzione. Di conseguenza:

  • la riduzione del consumo di risorse per unità di prodotto consente di ottenere dei risparmi economici, che a loro volta consentono di ammortizzare in un certo numero di anni i costi d’investimento;
  • la riduzione dell’impatto ambientale è direttamente proporzionale alla riduzione dei costi.

I settori in cui si possono ottenere risultati più interessanti sono: la gestione degli acquedotti, la gestione degli oggetti dismessi, la ristrutturazione energetica degli edifici, l’autoproduzione dell’energia, in particolare mediante lo sviluppo delle comunità energetiche. Tutti questi interventi consentono di sviluppare un’occupazione utile e di pagarne i costi con gli utili economici che consentono di ottenere. Pertanto rispondono anche alla condizione posta dall’UE di quantificare le opportunità occupazionali dei progetti che si presentano.

Oltre a questo elemento metodologico, riteniamo che sia indispensabile introdurne un altro, relativo al coinvolgimento delle popolazioni nella definizione dei progetti da finanziare. La polemica politica si è incentrata sulla presunta esautorazione del Parlamento a favore di una commissione di tecnici scelti dal Governo nella presentazione dei progetti su cui indirizzare i finanziamenti previsti dal Next Generation EU. A parte il fatto che la ripartizione percentuale dei finanziamenti nelle macro-aree progettuali è stata stabilita dalla Commissione europea, la scelta dei progetti non potrà spettare soltanto al Parlamento e alla Commissione dei tecnici, ma dovrà diventare un grande progetto di democrazia partecipata.

Nel documento non viene data rilevanza al ruolo attivo dei cittadini e delle associazioni nel determinare ed orientare le scelte e le modalità attuative della strategia indicata nel PNRR. Eppure è evidente che se si vogliono realizzare, per esempio, veri progetti di riqualificazione urbana ispirati a criteri di sostenibilità, non si può prescindere dal coinvolgimento e dalla partecipazione dei cittadini e delle comunità locali per garantirne l’effettiva efficacia. Il conseguimento degli obiettivi sarà facilitato dall’adozione di metodi operativi che favoriscono il protagonismo e la condivisione, attraverso forme di “progettazione partecipata” tra cittadini e referenti istituzionali. Il processo è importante tanto quanto il risultato, anzi un buon processo è un pezzo significativo del risultato stesso.

L’efficacia della progettazione partecipata e delle pratiche di amministrazione condivisa è molteplice: contrasta l’attuale tendenza all’isolamento delle persone nelle realtà urbane e consente rifondare un senso al vivere comune; favorisce la coesione sociale attraverso relazioni qualificanti; valorizza l’intelligenza collettiva e le competenze diffuse sul territorio; favorisce l’ascolto attivo e l’apprendimento reciproco tra più soggetti; produce cambiamenti che sono più duraturi ed efficaci rispetto a quelli imposti dall’esterno e dall’alto; permette di tener conto della pluralità degli interessi e di gestire correttamente la normale conflittualità che si innesca nei processi di cambiamento; aiuta le istituzioni a passare da un rapporto di ascolto passivo con degli utenti o clienti ad un ascolto attivo con delle persone capaci di creatività; rivitalizza la democrazia, favorendo che le persone partecipino nella produzione e nel controllo dei cambiamenti che li riguardano.

A partire da queste osservazioni di metodo, è necessario sviluppare delle riflessioni sugli aspetti del programma che, a nostro modo di vedere, richiedono correzioni e integrazioni.

1. C’è un continuo riferimento all’idrogeno come fonte energetica, ma quasi mai si fa riferimento al metodo di produzione. C’è solo un riferimento a investimenti in siti brownfield e all’elettrolisi dell’acqua. In attesa di fare i nostri approfondimenti sulla questione “idrogeno”, è evidente che non può essere indifferente la scelta fra un metodo che determinerebbe emissioni di gas serra e un altro effettivamente neutro da questo punto di vista. Su questo punto il piano non da sufficienti garanzie di direzione degli investimenti e il rischio di vedere camuffati aiuti ai soliti noti (ENI?) purtroppo è molto alto.

2. In relazione all’agricoltura non ci sono riferimenti alla biodiversità, neppure quando si parla di impresa verde ed economia circolare. Nessun impresa può essere veramente verde senza un piano di investimenti che tuteli la biodiversità. Attraverso la biodiversità e le vocazioni territoriali si riesce a far sopravvivere le piccole e medie imprese, a cui si fa riferimento nel piano, altrimenti destinate a soccombere nella competizione globale. Questo vuol dire favorire sistemi locali del cibo e quindi minori trasporti, maggiore qualità alimentare (vedi successivamente food safety) e facilitazione di accesso al cibo.

3. Per quanto riguarda “Istruzione e ricerca” c’è un riferimento alla disparità territoriale nella qualità delle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Non ci sono accenni al fatto che la disparità esiste anche a livello universitario, altrimenti non si potrebbero spiegare i dati forniti dallo Svimez sulla migrazione di studenti da Sud a Nord (su una popolazione universitaria di meno di 700.000 studenti, circa 160-180.000 del sud studiano al Centro-Nord). Senza un investimento che renda le Università ugualmente appetibili questo gap non verrà mai colmato e gran parte degli studenti che vanno a studiare al Nord non fanno più rientro al Sud.

4. Nessun riferimento alle politiche alimentari. In realtà c’è un piccolo accenno alla food safety sul tema della sanità. Sicuramente insufficiente, perché le politiche alimentari sono trasversali a tutte le azioni. Per esempio la lotta agli sprechi alimentari è fondamentale anche per ridurre il fabbisogno energetico (energia consumata per produrre inutilmente, energia per trasportare alimenti inutilmente e perfino energia per smaltire gli eccessi). Ancora più importante fare riferimento alle politiche alimentari quando si parla di coesione territoriale e solidarietà. Oggi purtroppo nel nostro Paese c’è un numero di persone crescente che non ha un regolare accesso al cibo. Il cibo, prima di essere merce, è un bene essenziale per il genere umano, come l’aria, come l’acqua, come la salute, quindi va garantito a tutti.

5. La valorizzazione dei progetti ecologici che danno un ritorno economico è la maniera più efficace per incentivare la ricerca e l’innovazione nel settore delle tecnologie ambientali. Nel PNRR non viene nemmeno presa in considerazione, mentre, purtroppo persiste la pessima scelta di finanziare con denaro pubblico grandi opere svantaggiose economicamente e dannose ecologicamente. «Il Governo – si legge nel documento – intende puntare in primo luogo sulla rete ferroviaria AV-AC ad alta velocità di rete per passeggeri e merci con completamento dei corridoi TEN-T. Altri interventi riguarderanno la rete stradale e autostradale. Non è dato sapere che relazione abbiano queste opere con la rivoluzione verde e la transizione ecologica, ma nemmeno con la loro utilità economica, perché, se ci fosse, ci sarebbero dei privati pronti a fare l’investimento.

6. In relazione alle PMI (piccole e medie imprese) il PNRR propone di metterle in condizione di sostenere la concorrenza internazionale, perché in questo modo aumenterebbe la loro resilienza (sarebbe interessante sapere cosa intende il PNRR con questo concetto). Per aumentare la loro resilienza, ma soprattutto la resilienza del nostro Paese, sarebbe invece necessario indirizzare le loro attività soprattutto: alla soddisfazione della domanda interna di tecnologie ambientali, alla costituzione di comunità energetiche rinnovabili, alla valorizzazione delle aree interne e al recupero degli edifici abbandonati, all’autosufficienza alimentare, alla digitalizzazione dei servizi, alla ristrutturazione energetica e sismica degli edifici, alla sistemazione idrogeologica dei territori, alla regimazione delle acque, alla ristrutturazione degli acquedotti, al recupero e alla riutilizzazione delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi.

7. Gli obbiettivi posti all’istruzione sono due, strettamente collegati tra loro: il potenziamento delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e la finalizzazione dell’insegnamento alla formazione delle competenze professionali necessarie al sistema produttivo, con una attenzione specifica alle esigenze delle aziende presenti sul territorio. Questi insegnamenti dovranno essere inseriti all’interno di un quadro di riferimento basato sull’acquisizione delle competenze digitali e delle lingue straniere. Senza sottovalutare la necessità di implementare queste caratteristiche, ci sembra importante evidenziare che l’istruzione non può essere limitata alla formazione delle competenze professionali, ma ha anche una valenza culturale indipendente dai valori utilitaristici e mercantili. Questa dimensione è particolarmente importante nella storia del nostro Paese e lo rende unico al mondo. La formazione scolastica non può prescindere da questi aspetti che, oltre ad avere un valore in sé nella formazione di persone non connotate esclusivamente dalla dimensione di produttori e consumatori di merci, può offrire anche notevoli opportunità occupazionali. Nel contesto di una formazione non esclusivamente ridotta alla dimensione professionale e utilitaristica, l’acquisizione delle comptenze digitali non può ridimensionare l’importanza della formazione storico-artistico letteraria, né trascurare il ruolo della manualità, ben esemplificata dall’affermazione attribuita a Kant: le mani sono la finestra della mente.

8. Anche in relazione al turismo il documento non riesce a superare la logica quantitativa. Dovremmo aver imparato che è necessario qualificarlo, perché può essere devastante dal punto di vista ambientale. Si pensi alle grandi navi da Crociera a Venezia e agli stravolgimenti dei paesaggi operati in tante località marine. In realtà la qualità del turismo viene presa velocemente in considerazione con l’impegno a dare supporto al “turismo lento e sostenibile, con specifico riferimento alle ferrovie turistiche”. È il massimo che il documento concede. Non ce la fa proprio a prendere in considerazione che gli esseri umani sono dotati di gambe e piedi, per cui sarebbe importante potenziare:

  • la rete di sentieri, con posti tappa dove sviluppare un’accoglienza diffusa, come nella via francigena;
  • le reti delle piste ciclabili nelle città;
  • la rete delle ciclovie nazionali.

9. Riteniamo inoltre che sia imprescindibile finanziare la piantumazione di centinaia di milioni di alberi, per il contributo che possono dare sia al consolidamento idrogeologico, sia alla riduzione delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera mediante la fotosintesi clorofilliana. Riteniamo altresì che sia importante coinvolgere le popolazioni sia nella fase progettuale, sia nell’esecuzione dei progetti, sotto la guida di esperti forestali, per il valore educativo e per il rafforzamento della coesione sociale che può avere la partecipazione a questa esperienza. Accanto all’estensione delle aree boschive va predisposto un capillare servizio di tutela dei boschi esistenti, mediante l’uso di strumenti di videosorveglianza anche con l’utilizzazione di droni.

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